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Sfidare il mostro per guardarsi dentro: la recensione di The Green Knight

Sfidare il mostro per guardarsi dentro: la recensione di The Green Knight

Di Lorenzo Pedrazzi

Il giorno di Natale, nel lugubre salone della Tavola Rotonda, Re Artù (Sean Harris) ha bisogno di una storia per cominciare i festeggiamenti. Nulla di strano: la narrazione orale è uno degli intrattenimenti più nobili, anche perché tramanda le gesta degli eroi di generazione in generazione. Prima ancora che qualcuno cominci a raccontare una straordinaria avventura, però, è l’avventura stessa a palesarsi davanti agli occhi del sovrano: il gigantesco Cavaliere Verde (Ralph Ineson) entra a cavallo nel salone, e sfida i sudditi di Artù a un gioco spaventoso. Chiunque vorrà, potrà sferrargli un colpo senza che lui si difenda, a patto che lo sfidante accetti di ricevere il medesimo colpo un anno dopo, il giorno di Natale, alle stesse condizioni. Fra tutti, a farsi avanti è il giovane Sir Gawain (Dev Patel), l’unico che non ha imprese da raccontare: sarà questa, dunque, la sua storia, la sua avventura da tramandare al prossimo.

«Io sono il più debole, lo so, e il più fiacco di mente, e se perdo la vita importa di meno» dice Gawain nel romanzo cavalleresco da cui è tratto The Green Knight, noto in Italia come Sir Gawain e il Cavaliere Verde. Vale anche per lo splendido film di David Lowery: Gawain non è ancora cavaliere, non ha vissuto avventure, e sa bene di non meritare un posto al fianco di Artù e Ginevra (Kate Dickie) al pranzo di Natale. Accettare la sfida del Cavaliere Verde è l’unico modo per entrare nel mito, oltre che per compiacere il regale zio. Gawain taglia di netto la testa del gigante inginocchiato, ma questi si rialza, raccoglie il capo reciso e galoppa via da Camelot, dando appuntamento al nostro eroe per il Natale successivo: dovrà raggiungerlo alla Cappella Verde per completare il gioco, se non vorrà perdere il suo onore.

Ha così inizio la sua quest, un lungo viaggio solitario di preparazione alla morte, poiché Gawain sa bene che «se sulla pietra mi cade la testa, non posso rimetterla al posto». Ma l’eroe di David Lowery è diverso da quello del romanzo: più insicuro, spesso inadeguato, rievoca un’incertezza forse più vicina alle nostre generazioni. Anche lui ha bisogno dell’esperienza per crescere e guardarsi dentro, consapevole – magari solo a livello inconscio? – che affrontare il mostro significa indagare su sé stessi. Quello tra l’eroe e il nemico è un rapporto di assonanze e contrapposizioni, a un livello molto più intimo di quanto il cavaliere sarebbe disposto ad ammettere: l’esistenza dell’uno implica quella dell’altro. Il poema stesso è un gioco di rimandi interni, e Lowery ne riproduce la specularità: comincia e finisce con i due contendenti nella stessa situazione, a parti invertite. Non è l’unica simmetria che vediamo nel film (alcune inquadrature lavorano allo stesso modo), ma di certo è la più importante, poiché traccia il percorso formativo di Gawain e la sua maturità cavalleresca, consolidando l’idea che l’integrità morale sia più importante dell’ambizione. Onore e giustizia in luogo del potere: The Green Knight usa un valido espediente per far dialogare tali estremi, e si chiude – proprio all’ultimo – con l’immagine di un’eredità che anticipa il futuro.

The Green Knight

D’altra parte, come sottolinea Wilson Taylor sul Los Angeles Review of Books, “Lowery impiega dei tropi medievali per plasmare un racconto moderno”, similmente a Ingmar Bergman ne Il settimo sigillo (che, dice ancora Taylor, “a sua volta ruota attorno a un gioco cavalleresco con la morte”). La Camelot del film non è il regno scintillante di Excalibur, ma un castello fosco e tetro, governato da regnanti ormai anziani e consumati dalla malattia. Un impero in rovina, specchio dell’Occidente contemporaneo, messo in crisi dall’ascesa di paesi e valori esterni. Il Cavaliere Verde è l’emblema di quelle forze che lo fanno vacillare, ma soprattutto di una natura che reclama il suo posto nelle preghiere degli uomini. Lowery lo rappresenta come un ibrido tra umano e vegetale, con pelle di corteccia: è una manifestazione di quel paganesimo (chiaramente più legato alla natura e ai suoi fenomeni) che gli antenati di Artù hanno rifiutato per abbracciare il Cristianesimo. Ma la natura stessa, nelle vesti di un mistero irrazionale, torna per chiedere il conto.

Anche l’avventura di Gawain, in fondo, è un’emanazione di tale mistero, poiché Lowery ricombina con intelligenza il ruolo di Morgana (Sarita Choundhury), rendendola la madre dell’eroe. Così facendo, l’intreccio diviene più strutturato, e la scelta finale di Gawain assume un valore ancora più intenso, di emancipazione dal legame materno. È un’operazione che il regista compie spesso, in questo adattamento: prende alcuni elementi del romanzo e li rimodella, oppure li amplia. Basti pensare al bellissimo intermezzo con Santa Winifred e alla scena dei giganti, solo accennati nell’opera originale (si tratta letteralmente di singole frasi o parole), ma promossi a interi episodi nel film. Se l’anonimo poeta attribuisce alla sua storia “un filo dritto che non c’è bisogno di dipanare” – come dice Piero Boitani nella sua introduzione al libro di AdelphiLowery sceglie invece di narrare gli imprevisti, gli incidenti di percorso, perché anche quelli formano il carattere del protagonista.

Di fatto, assistiamo alla nuova iterazione di un concetto che il cinema ha rappresentato spesso, non ultimo nel Faust di Sokurov: la condizione umana è un errare continuo, una peregrinazione inesausta di ricerca e scoperta. Attraverso di essa si raggiunge l’immortalità, non come lignaggio da consegnare al futuro, ma come esperienza da tramandare, come crescita personale e collettiva. In tal senso, il talento eclettico del cineasta americano si dimostra ancora abilissimo nel ritrarre quella sorta di vuoto esistenziale e metafisico che riempie le nostre solitudini, come aveva già fatto in A Ghost Story. Stavolta lavora su un materiale ben diverso, figlio del fantasy storico e dell’epica cavalleresca, ma ne rifugge gli stereotipi cinematografici – soprattutto hollywoodiani – per abbracciarne i modelli letterari antichi: non ci sono duelli in The Green Knight, né rivalse sul ladruncolo di turno o idilli amorosi definitivi con la donna amata (Alicia Vikander, meravigliosa nel suo doppio ruolo); i campi di battaglia sono già sgombri, ormai ridotti a cimiteri brulli e fumosi, e Gawain ci arriva quando ormai è tutto finito. Ciò che resta sono tre nuclei tematici piuttosto comuni nelle leggende e nei romanzi medievali (cfr. ancora Boitani), ovvero il Beheading Game, l’Exchange of Winnings e la “tentazione”. Questi tropi scandiscono il racconto, ma incarnano anche tre prove da superare: onorarle senza trucchi significa inquadrare sé stessi, e accettare quello che il mostro rivela di noi.

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