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La verità è meglio del mito: la recensione di The Beatles: Get Back

La verità è meglio del mito: la recensione di The Beatles: Get Back

Di Marco Triolo

C’è un momento, all’inizio del secondo episodio di The Beatles: Get Back, davvero impressionante. È il momento in cui il gruppo (meno John Lennon) si ritrova per discutere sul da farsi dopo il repentino abbandono di George Harrison. Paul McCartney prende la parola e, con una lungimiranza che ha dell’incredibile, dice qualcosa come: “Tra cinquant’anni diranno che ci siamo sciolti perché Yoko si è seduta su un amplificatore”, riferendosi al fatto che Lennon portava sempre con sé Yoko Ono alle prove. Paul lo dice in maniera ironica, all’interno di un discorso più ampio in cui, pur riconoscendo che delle volte la presenza di Yoko è ingombrante, difende il loro bisogno di stare insieme.

È un momento chiave, emblematico del lavoro di Peter Jackson sui filmati di Michael Lindsay-Hogg, girati durante le sessioni di prova e registrazione di Let It Be ormai cinquantadue anni fa. Quello che emerge da queste testimonianze senza prezzo è un’immagine molto diversa dei Beatles, e dei loro rapporti, rispetto alla vulgata. Nel corso dei decenni, intorno ai Fab Four si è creato un copione costituito da verità mista a leggenda, e spesso è difficile lasciarsi alle spalle la leggenda nonostante tutte le prove del contrario. Perché la leggenda vende.

E allora Yoko ha fatto sciogliere i Beatles. Durante le registrazioni di Let It Be la band era allo sbando (perdonate il gioco di parole). E via dicendo. Poi, però, vedi questi quattro ragazzi mentre tentano di tenere tutto insieme e hai l’ennesima dimostrazione di come la realtà sia ben più complessa delle storie tramandate oralmente. Perché se è vero che, nel corso delle sessioni, emersero delle tensioni che stavano ribollendo sotto la superficie da tempo, e che sarebbero esplose pochi mesi dopo con lo scioglimento dei Beatles, è altrettanto vero che questa non è una storia di ego fuori controllo. Non è la storia di quattro ragazzi resi folli dalla fama e dal successo, che scalpitavano per lasciare quel fardello e sbocciare come solisti.

No, questa è la storia di quattro amici fraterni che fecero di tutto per riparare la barca e tenerla a galla. E anche il momento di crisi più grave, l’uscita di scena temporanea di George Harrison, nasce da tensioni puramente personali, da dinamiche amicali – George si sentiva fondamentalmente trattato come un ragazzino, essendo il più giovane del gruppo – e da una mancanza di comunicazione che, tra amici maschi, è normalissima. Ma anche da una comprensibilissima difficoltà a gestire la pressione che quel progetto, così mal concepito, stava esercitando su tutti loro.

Questo cameratismo e queste dinamiche ormai radicate tra i quattro sono evidenti in tutta la serie, e ci restituiscono un ritratto davvero intimo e persino toccante, in certi momenti. Lo ha detto molto bene Peter Jackson durante la conferenza online a cui abbiamo partecipato: siamo abituati a vedere i Beatles come un’entità unica, qui invece emergono le persone, con i loro vezzi, le loro ambizioni, le paure e le nevrosi. Quattro persone normali a cui è capitato di finire ai vertici delle classifiche pop. Quattro persone alla deriva non per ego, ma proprio per questa normalità: sono giovani, incapaci di regolarsi e darsi disciplina come molti giovani, e l’assenza della guida di Brian Epstein (morto due anni prima) li sta privando di concentrazione e di opportunità.

Ma ovviamente in Get Back c’è altro. Lo scrigno di materiali inestimabili riaperto da Peter Jackson ci restituisce per intero le sessioni di Let It Be, l’evoluzione di un progetto nato per deragliare. Dalla parentesi infelice ai Twickenham Studios, dove si capisce chiaramente come nessuno volesse davvero stare lì, in quel teatro di posa troppo grande e con un’acustica pessima, alla breve fuga di Harrison, per arrivare poi agli studi Apple, all’ingresso del tastierista Billy Preston e alle registrazioni vere e proprie, Jackson ci trasporta sulla sottile linea che divide creatività e cazzeggio inconcludente, mostrandoci una band che, forse, per la prima volta, aveva fatto il passo più lungo della gamba. Ma, come spiega Jackson stesso, è proprio nei momenti di crisi che emerge il carattere delle persone.

E alla fine ciò che rendeva speciali i Beatles era il loro incredibile genio artistico, quella innata qualità di comunicatori. Non solo attraverso le loro canzoni, ma in generale: alle conferenze stampa erano istrionici e avevano sempre la battuta pronta. Sapevano stare davanti a una macchina da presa. Sapevano captare e addirittura anticipare le richieste del loro pubblico. E non erano mai meno che iconici. La cosa sorprendente è come, anche di fronte al fallimento del progetto di imbastire un evento live televisivo di grande portata, siano stati comunque in grado di trovare un piano B non solamente accettabile, ma, appunto, iconico. Il concerto sul tetto degli studi Apple fu un ripiego dell’ultimo minuto, eppure è ricordato ancora oggi come uno dei punti alti della storia della musica rock.

Da Get Back emerge infine l’immagine di quattro persone perfettamente calate nel contesto culturale dell’epoca. Dai vestiti stilosi, alla passione per la tecnologia (Ringo e la sua nuovissima videocamera, le discussioni tecniche sui formati cinematografici), al talento scenografico di John, tutto converge nella fotografia di quattro ragazzi di umili origini i cui cervelli macinavano a un livello talmente superiore da avere aperto loro le porte dell’immortalità. Pur senza mai rinunciare alla loro semplicità, alla leggerezza degli scherzi tra amici.

Al di là di tutto questo, si può sempre ammirare lo spettacolo dei Beatles colti nell’attimo preciso in cui iniziano a comporre brani poi diventati leggendari. Vedere Paul McCartney che comincia a strimpellare Get Back, la modella e la smussa, strato dopo strato, come uno scultore, non ha davvero prezzo.

Potete vedere The Beatles: Get Back su Disney+ a questo link.

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