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Resident Evil: Welcome to Raccoon City – La recensione

Resident Evil: Welcome to Raccoon City – La recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

Sono passati quasi trent’anni da Super Mario Bros., e i film tratti dai videogiochi faticano ancora a trovare la formula del successo. C’è sicuramente un limite strutturale che rema contro: i videogiochi sono pensati per l’interattività, e adottano spesso un taglio cinematografico per condurre la narrazione; di conseguenza, le trasposizioni sul grande schermo non fanno altro che impoverirli, e non aggiungono niente di sostanziale al modello di partenza (anche perché spesso non brillano certo per scrittura o regia). I titoli che invece non adottano un linguaggio ispirato al cinema – pensiamo a Half Life o Bioshock, completamente in prima persona e privi di sequenze non giocanti – sono quelli che potrebbero guadagnare qualcosa dal passaggio in pellicola, ma sono stati per lo più ignorati o cancellati dalle case di produzione. Resident Evil rappresenta comunque un’eccezione, essendo l’unico franchise ad aver creato una vera e propria saga sul grande schermo. L’esalogia di Paul W.S. Anderson (demiurgo anche dei capitoli non diretti da lui) ha popolato le sale per 14 anni, puntando tutto sul carisma di Milla Jovovich e sull’autonomia dai videogiochi, con i quali aveva poco in comune. Anche per questo, l’inevitabile reboot sceglie di risalire alle radici della saga e ambisce a fare ciò che il film del 2002 – a torto o a ragione – non aveva nemmeno tentato: mantenersi fedele ai giochi originali. Guarda caso, il titolo è Resident Evil: Welcome to Raccoon City.

Ritorno a casa

Johannes Roberts, regista inglese specializzato in horror a basso costo (sono suoi Storage 24 e 47 metri), sceglie di combinare trame, ambientazioni e personaggi dei primi due videogiochi, cercando di costruire una trama compatta e unitaria. Si spiega così la decisione di legare Claire Redfield (Kaya Scodelario) e suo fratello Chris (Robbie Amell) ai primi esperimenti della Umbrella Corporation, stabilendo un sistema di personaggi ricco di connessioni interne. La premessa, però, è la medesima di Resident Evil 2: siamo nel 1998, e Claire giunge a Raccoon City per cercare Chris, membro della squadra tattica della polizia locale, proprio quando la città sta per essere sopraffatta dal Virus T.

La differenza, insomma, è che gli eventi si svolgono in contemporanea: Chris è chiamato a investigare nella famigerata villa con Jill Valentine (Hannah John-Kamen) e Albert Wesker (Tom Hopper), mentre Claire incontra la recluta Leon S. Kennedy (Avan Jogia) al Dipartimento di Polizia, e cerca di farsi strada tra mostri e morti viventi per raggiungere il fratello. La giovane donna non è ignara di cosa stia succedendo a Raccoon City, e si ritrova ad affrontare il suo passato.

Resident Evil: Welcome to Raccoon City

La notte dell’abbandono

È chiaro fin dall’inizio che Roberts vuole impostare un’atmosfera molto specifica, piovosa e notturna, dominata da un forte senso di desolazione. Il regista si ispira a un fenomeno reale: la rovina di alcune città americane per dissesto finanziario (pensiamo al caso di Detroit), o per l’abbandono di grandi compagnie che le avevano elette a proprio quartier generale. La Raccoon City messa in scena da Roberts evoca proprio questi scenari, e il risultato è efficace. Dà l’impressione di una città morente, come i suoi abitanti logori e infetti.

L’ambientazione temporale gioca invece astutamente sulla nostalgia, confermando l’attuale tendenza del ritorno agli anni Novanta. Purtroppo lo fa in modo goffo: quando Brian Irons (Donal Logue) cita Planet Hollywood e Blockbuster nel giro di tre secondi, sembra di assistere a una delle meta-ricostruzioni di Bojack Horseman. Come se il film ci tirasse per la giacchetta e dicesse, “Hey, si capisce che siamo negli anni Novanta?”.

Just a little crush

Comunque, non c’è dubbio che Roberts cerchi qualche soluzione originale: lo si evince dall’uso delle musiche (lo zombie in fiamme con Crush di Jennifer Paige) e dalla costruzione di alcune inquadrature, come il piano sequenza nella macchina di Irons. Il problema è che la sceneggiatura, pur amalgamando Resident Evil 1 e 2 in modo coerente, scivola in dialoghi schematici e farraginosi, spesso didascalici, utili solo a fornire informazioni al pubblico. Anche il tentativo di dare un passato ai personaggi, per quanto lodevole, lascia un’impressione di trascuratezza: i retroscena sono solo accennati, o citati frettolosamente. I fan potrebbero inoltre storcere il naso di fronte alle caratterizzazioni dei protagonisti, ben diverse dal videogioco ma utili a diversificarli tra loro. Questo discorso vale per Jill e soprattutto Leon, probabilmente accompagnato da una sua personalissima versione dell’Armadillo di Zerocalcare che gli dice continuamente “Sei un cojone”. Gli servirebbe.

E la paura?

Quelli di Roberts sono sforzi anche apprezzabili, ma spesso vani. Basti pensare a come viene trattata la suspense. Se i primi capitoli del gioco erano attraversati da un clima di pericolo costante, con un’atmosfera sospesa e quasi metafisica (almeno l’episodio originale), Resident Evil: Welcome to Raccoon City preme quasi esclusivamente sui jump scare e adotta un’impostazione più convenzionale. Serve a poco replicare le inquadrature del gioco, se quel particolare genere di tensione – davvero ansiogena e riconoscibile – viene a mancare. Farà sorridere, invece, l’inserimento nel film di alcune meccaniche videoludiche: la sceneggiatura di Roberts accoglie infatti due o tre celebri enigmi del gioco, integrandoli nel percorso dei nostri eroi con un’ingenuità che fa quasi tenerezza. La sinergia tra cinema e videogiochi funziona meglio quando i due linguaggi si rimediano a vicenda (ovvero si scambiano certe dinamiche espressive, facendole proprie), e la rielaborazione “razionale” degli enigmi è un tentativo in quel senso, per quanto maldestro.

Alla fine, molti aspetti del film si riducono a una strizzatina d’occhio per i fan, che riconosceranno mostri, ambienti e situazioni prese dai giochi. Resident Evil: Welcome to Raccoon City intrattiene come un b-movie (ammesso che abbia ancora senso questa espressione), e replica pregi e difetti storici sia dei blockbuster sia degli horror a basso costo, pur collocandosi a metà fra queste due dimensioni. Diverte, ma con molte riserve.

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