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La persona peggiore del mondo – Recensione del film di Joachim Trier

La persona peggiore del mondo – Recensione del film di Joachim Trier

Di Lorenzo Pedrazzi

In questa realtà magmatica e confusa, ricca di pressioni e aspettative sociali, non è difficile sentirsi La persona peggiore del mondo. È un sentimento comune presso la Generazione Y, che dell’instabilità emotiva e professionale – non certo per proprio volere – ha fatto una bandiera. Il titolo del film di Joachim Trier gioca proprio sull’autosvalutazione dei millennials, ma anche sui preconcetti delle generazioni precedenti e sui loro vetusti giudizi morali. Non è un caso che la protagonista sia Julie (l’eccezionale Renate Reinsve), sintesi emblematica di queste spinte contrastanti: una giovane donna di Oslo che cambia continuamente idea su ciò che vuole fare nella vita, mentre passa da un compagno all’altro e lavora come commessa in una libreria.

Prima studia chirurgia, poi psicologia e fotografia, finché non s’innamora di un fumettista più grande di lei (Aksel, interpretato da Anders Danielsen Lie) e si trasferisce a casa sua. Ci sono discussioni sulla possibilità di avere figli, week-end con parenti che hanno già formato una famiglia, indecisioni perenni sul futuro. Poi, quando Julie incontra l’affascinante Eivind (Herbert Nordrum) a una festa di matrimonio dove si è imbucata, la tentazione di tradire Aksel è fortissima. I due s’intrattengono in piccoli giochi morbosi, ma senza superare certi limiti. Ciononostante, il pensiero di Eivind le resta fisso in testa, mentre la sua irrequietezza fa i conti con una nuova esigenza: quella di dare ordine alla sua vita.

La persona peggiore del mondo

Già nel titolo, La persona peggiore del mondo evoca il tarlo dell’insicurezza che rode il capo dei trentenni odierni, e che nutre la paura di non fare mai abbastanza, di essere rimasti indietro, di non essere pronti – o economicamente sistemati – per soddisfare certe aspettative sociali (come avere una famiglia, per l’appunto). Joachim Trier e il co-sceneggiatore Eskil Vogt usano Julie per esplorare l’insofferenza tipica dei millennials, costretti a non fermarsi mai perché le antiche sicurezze familiari, professionali ed economiche sono crollate. Eppure, il mondo là fuori continua a chiedere tanto, soprattutto alle donne: angeli del focolare ma anche professioniste realizzate, dolci e accomodanti ma anche politicamente impegnate. Nei suoi dodici capitoli (più prologo ed epilogo), il film costruisce un personaggio femminile sfaccettato, deliziosamente imperfetto, lontano dai modelli di donna inossidabile – o finta tormentata – che ci propinano Hollywood e il cinema mainstream, dove i “difetti” sono spesso pregi mascherati da difetti.

Julie deve quindi confrontarsi con una realtà che le chiede di crescere, di sistemarsi e di contribuire alla quarta ondata femminista, come dimostra il capitolo Sesso orale all’epoca del #MeToo, quando la ragazza scrive un articolo sul tema in oggetto: discreta accoglienza on-line, buona diffusione virale, ma il suo successo resta effimero. Tutto si consuma alla velocità del pensiero, e non è certo da una soddisfazione episodica che Julie può plasmare la sua vita. La sporadica narrazione extradiegetica sembra quasi fare il verso ad Amelie, offrendocene una versione ben più terrena, figlia dei suoi tempi più che della fantasia. Certo, anche qui non mancano gli intermezzi visionari: Trier ha un modo delicato e surreale per mostrare il primo idillio tra Julie e Eivind, poiché il tempo si ferma quando incontriamo la persona amata. Oppure indugia in un trip di funghi allucinogeni per mettere in scena le paure della protagonista, il senso di colpa nei confronti di Aksel, il rancore verso un padre assente e il timore di avere figli. Rielaborare la propria vita attraverso fantasie stralunate è un tratto distintivo della Generazione Y: basti pensare alla cultura dei meme, così ricca di sarcasmo, autodenigrazione e rabbia passivo-aggressiva.

L’alternanza di toni che ne scaturisce è nel DNA delle commedie scandinave, dove il confine tra dramma e commedia – o tragedia e farsa – è quasi indistinguibile. Se di commedia romantica si tratta (e per certi aspetti lo è), La persona peggiore del mondo è una rilettura nient’affatto banale, priva di stereotipi e di facili sentimentalismi. Anche la deriva melodrammatica del finale è affrontata con garbo, e segna l’apice di un racconto formativo lucido e verosimile, radicato com’è in questi tempi balordi.

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