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Freaks Out: dobbiamo fare un discorso importante. Anzi, due

Freaks Out: dobbiamo fare un discorso importante. Anzi, due

Di DocManhattan

So che arrivo tardi, ma sono riuscito a vedere Freaks Out solo ieri. E se non l’avete ancora fatto, dovreste farlo pure voi. Ho tante cose che mi frullano in testa a proposito di questo film, proverò a metterle giù più o meno in ordine. Da dove cominciare? Dal fatto, credo, che Gabriele Mainetti ha assolutamente ragione quando dice che Freaks Out non è un film solo di e sui super-eroi. Che questa storia di un gruppo di freak (quattro, come i Fantastici Quattro) con vari poteri che affrontano i nazisti, nella Roma occupata del ’43, non è soltanto una pellicola di supertizi che fanno supercose. Freaks Out è anche un film di guerra, un film drammatico, un film storico e pure un po’ un western. Anche se girato in parte in Sila. Dei super-eroi, peraltro, non riprende semplicemente l’affascinante inverosimiglianza dei poteri, la magica sospensione dell’incredulità da circo (qui più che mai), ma il tema di fondo di squadre come gli X-Men e la coeva Doom Patrol: i freak, appunto, i reietti odiati dalle persone comuni, che pur s’industriano di salvare chi li respinge, da mille supercriminali. Non Superman, non Batman, ma manco Spider-Man. A fare i miliardari con la supermacchina son buoni tutti.

Freaks Out

TENERSELI STRETTI, MAINETTI E GUAGLIANONE: IL DISCORSO NUMERO 1

Eppure Freaks Out, a leggere in giro, c’è chi è arrivato a liquidarlo come una risposta italiana ai super-eroi, e punto. E se pure il mix di generi di cui sopra salta fuori, è quasi fosse un difetto, anziché un pregio. Se lo fa Tarantino (a cui Mainetti guarda, si è detto e ridetto), pescando dal cinema italiano pure il titolo, è ok, se lo fai qua… meno, pare. E qui dobbiamo necessariamente fare un discorso. Non so quanto questa moda sia diffusa anche negli altri paesi, ma l’equilibrio totalmente instabile con cui nel nostro paese tendiamo ad esaltarci e al sottovalutare, più o meno contemporaneamente, tutto ciò che è italiano, ha davvero del patologico. Ci sta giustamente benissimo se trionfiamo in una gara olimpica, per uno sport che non seguiamo mai, ma se si parla di un film italiano, occhio, dev’esserci la gabola, da qualche parte.

Non ho mai pensato che sia necessario lodare oltre i suoi meriti qualunque cosa sia nata qui, ma credo che, allo stesso modo, avere dei pregiudizi al riguardo non abbia assolutamente senso. Non siamo degli Stanis La Rochelle. E allora, sarà che sono in giro da troppi giri della Terra intorno al sole, mi fa davvero specie vedere chi si è fatto le pi… ha espresso pareri carichi di entusiasmo negli anni per pellicole fantastiche che a Freaks Out non allacciano le scarpe, non riconoscere il coraggio che c’è a fare un film del genere. Pensarlo, produrlo, girarlo e portarlo in sala qui in Italia. E non solo per un paio di scene di nudo.

Siamo stati maestri del cinema di genere, abbiamo sfornato registi amati in tutto il pianeta, nell’horror, nel thriller. Abbiamo spiegato ai cacchio di americani come girare con due soldi e un po’ di debiti da far saldare a Mario Brega un western che spaccasse. Ma i film come quelli di Mainetti (e dello sceneggiatore Nicola Guaglianone, che con il regista ha formato un sodalizio professionale sin dai tempi dei corti Basette e Tiger Boy) non li gira nessuno. Meglio (peggio), prima di Lo chiamavano Jeeg Robot, nessuno ci ha neanche mai pensato.

Freaks Out

DOPO NON È LA STESSA COSA

Ed è triste, caspita, dover leggere sui social quei “poi magari lo recupero in piattaforma”. Non funziona così. Se volete altri film come questo, dovete sostenerli. Andare al cinema a guardarli. Sconfiggere il pesoculismo e comprare un biglietto. E se non li volete amen, ma poi a ripetere il solito mantra dei film italiani tutti uguali, tutti commedie, mai nulla di nuovo, dovreste sentirvi un minimo in colpa, ecco.

Non è un film perfetto, Freaks Out, ammesso che ne esistano. Andava un po’ asciugato il metraggio, probabilmente, e ci sono un paio di minuzie che risultano pleonastiche. Giusto per fare un esempio, la canzoncina fischiettata dal Gobbo – un grande Max Mazzotta, le cui imprecazioni in dialetto cosentino sono state ovviamente accolte con un’ovazione nel multisala locale – non era necessaria per far capire quella cosa. Ma è un film che riesce a comunicare, pur in un contesto quasi sempre allegro, l’atrocità della deportazione, la follia della guerra, l’arrabattarsi in tempi difficili. Ci sono dentro Fellini (tanto), e tanto altro del cinema del passato, e questo dovrebbe rispondere a un’altra obiezione molto gettonata in rete.

C’è quest’altro vizio, sempre molto italiano, del paragonare qualsiasi cosa ai grandi di un passato ormai remoto. Con tono paternalistico, si ripete a giovani – magari tizi di quarant’anni, eh – che il vero cinema italiano era quello dei Pietro Germi, degli Elio Petri. Che non c’è mica da esaltarsi per Mainetti, quindi. E qui sto per attaccare un altro pistolotto, perdonatemi, ma mi esce proprio da solo dalla tastiera. Vogliamo dirlo che questo approccio è un approccio del caz*o, e non serve a niente e a nessuno? Perché io lo direi.

Freaks Out

DELL’ASSOLUTA INUTILITÀ DELL’APPROCCIO MAESTRINA

Ripetere, ai loro fan, che i Maneskin sono dei poser, che quelle cose le hanno fatte prima e meglio, cinquant’anni fa gli artisti glam o trenta i Red Hot Chili Peppers, non spingerà i ragazzi a scoprire i T.Rex o ad ascoltare Ziggy Stardust e Blood Sugar Sex Magik. La contrapposizione, il ripetere come tante/i maestrine/i dalla penna rossa che prima era meglio tutto, non porta da nessuna parte. Fai solo la figura di quello che non capisce le cose di oggi, il che è anche comprensibile, perché i gusti funzionano così: cambiano. Suggerirei umilmente (le penne rosse mi stanno malissimo) che è più saggio e proficuo seguire due binari separati: provare a far scoprire i classici a chi non li conosce non è giusto, è giustissimo. Ma devi fare semplicemente quello, senza passare dalla casella del “cos’è questa roba? Ora ti spiego io cosa ascoltare, vieni qua”.

C’è bisogno di tirare in ballo capolavori di oltre mezzo secolo fa per ridimensionare il valore di un film come Freaks Out? No e, pure qui, non giova a niente. Freaks Out, piaccia o meno, va giudicato per quello che dice, fa e offre OGGI. In questo contesto, anche al netto delle difficoltà che il cinema ha incontrato in questi ultimi due anni. Poi, a parte, invogliamo pure chiunque non l’abbia mai fatto a scoprire che meraviglie immortali sono Divorzio all’italiana o Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Ma senza mischiare tempi e generi, far di tutta l’erba un nastro di celluloide.

Basta un semplice consiglio. Senza penne rosse in testa.

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