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Finch: il robot è il migliore amico dell’uomo (e del cane), la recensione

Finch: il robot è il migliore amico dell’uomo (e del cane), la recensione

Di Filippo Magnifico

I fan di Game of Thrones conoscono molto bene Miguel Sapochnik. Il suo nome è infatti legato ad alcuni degli episodi più iconici della serie, tra cui l’incredibile “Battle of the Bastards”.
La carriera di Sapochnik comprende perlopiù il piccolo schermo, mentre per quanto riguarda il cinema il suo debutto risale al 2010, con il film Repo Man.

Il suo secondo lungometraggio – dal 5 novembre su Apple TV+ – si intitola Finch. Una storia all’insegna della fantascienza, ambientata in un futuro post-apocalittico in cui l’umanità è stata quasi interamente distrutta da una catastrofica eruzione solare. Vivere di giorno è praticamente impossibile, perché i raggi del sole possono bruciarti all’istante. Di notte, invece, si muovono alcuni sopravvissuti animati dalle peggiori intenzioni. Come se non bastasse bisogna fare i conti con le frequenti tempeste, in grado di spazzare via ogni cosa.
All’intento di questo scenario si muove Finch, interpretato dal premio Oscar Tom Hanks, ingegnere specializzato in robotica, tra i pochi rimasti in questo mondo diventato ormai inospitale. A fargli compagnia il suo amato cane e un robot, che ha da poco finito di costruire con uno scopo ben preciso: Finch è molto malato e ha bisogno di qualcuno che si prenda cura del suo cane dopo la sua morte.
Questo trio, così particolare, si lancia in un viaggio on the road alla ricerca di una nuova casa.

Il migliore amico dell’uomo (e del cane)

Scritto dagli esordienti Craig Luck e Ivor Powell (la loro sceneggiatura era finita nella Black List del 2017, con il titolo Bios), Finch è una toccante storia di amicizia e formazione, rivista in chiave futuristica.
All’apparenza potrebbe sembrare un “semplice” one man show incentrato sull’indiscutibile bravura Tom Hanks (che divide la scena principalmente con un cane e un robot realizzato in post produzione), ma è anche vero che a rendere la storia così unica e toccante sono proprio i suoi comprimari. Come confermato dallo stesso attore:

Quando ho letto la sceneggiatura per la prima volta ho pensato “Ok, ci sono tematiche fantascientifiche familiari ma sarà una cosa completamente nuova”. Appena entra in scena il cane diventa un film diverso, ho iniziato a considerarla come la storia di un uomo che si preoccupa per il suo cane – il resto non ha importanza – il cane è il suo unico grande amore. Quindi, parlando da attore molto egoista, è semplicemente un ruolo favoloso.

Anche il mondo post-apocalittico che fa da scenario a quest’avventura non è la cosa principale. Non ci sono zombie, mutanti, cattivi alla Mad Max. Quello che interessa al film è il percorso personale dei suoi protagonisti. Proprio per questo sarebbe più opportuno considerare Finch un road movie, una versione futuristica di pellicole come Little Miss Sunshine.

Educazione sentimentale 2.0

Per quanto riguarda il robot Jeff, doppiato nella versione originale da Caleb Landry Jones, riflette tematiche che più volte sono intervenute nel cinema e prima ancora sulla carta stampata: può un robot “avere un anima”? Imparare ad amare? Provare empatia e stringere un profondo legame con una persona (o un animale)?
La risposta in questo caso è inequivocabile: sì.
Finch lo dà per scontato a partire dai primi momenti in cui Jeff entra in scena e sebbene la cosa possa risultare forzata in più di un’occasione nell’economia della storia funziona.

Anzi, si potrebbe addirittura dire che sia proprio questo il punto di forza della pellicola, che racconta la storia di un “padre”, a cui resta pochissimo tempo per mostrare le gioie e le meraviglie della vita al suo figlio appena nato.
Con queste premesse, inutile dire che il rischio commozione è altissimo. Finch è un toccante dramma fantascientifico, ma questa storia può anche aiutare a farci riflette.
Del resto, come già detto da Sarah Connor in Terminator 2, “se un robot può capire il valore della vita, forse un giorno potremo capirlo anche noi”.

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