Ted Lasso, la seconda stagione: Richmond fino alla morte

Ted Lasso, la seconda stagione: Richmond fino alla morte

Di DocManhattan

Ce l’aspettavamo tutti, siamo sinceri, un altro cazzottone nello stomaco dal finale della seconda stagione di Ted Lasso. Perché funziona così: più una serie è comica, allegra, leggera, più i suoi genuini momenti emozione© sono in grado di metterti sotto. Lo sa bene Bill Lawrence, che di Ted Lasso è il co-creatore con Jason Sudeikis, e lo sa bene pure chiunque di noi si riscopre ogni volta con gli occhi bagnati davanti a quel finale di Scrubs (la serie più celebre del summenzionato Lawrence). Solo che il season finale di Ted Lasso non ci ha lasciati ammollo nella tristezza. Perché il senso di questa stagione 2 era riportare a galla i suoi protagonisti quanto la squadra di calcio attorno a cui orbitano. Il finale ci ha dato ben altro: il villain che abbiamo visto crescere, tirare fuori la sua vera natura un passo dopo l’altro. In un personalissimo breaking bad, davvero. Seguono ovviamente spoiler, ma prima un piccolo ripassino per chi – di ritorno da un viaggio su Marte – non dovesse sapere di che diavolo si sta parlando.

Ted Lasso stagione 2 recensione

ORONZO TED LASSO

Ehilà, benvenuto, amico da Marte. Tutto bene? Com’era il cratere Schiaparelli? Ted Lasso, dicevamo. Questa serie di cui si è parlato tanto nell’ultimo anno premiata ai Golden Globe e agli Emmy, che meriterebbe una platea decisamente più ampia. Solo che è su Apple TV+ e non è minimamente pubblicizzata quanto dovuto. Lassismo di Apple? Ha senso. A ogni modo, Ted Lasso parla dell’omonimo allenatore di football americano, assoldato da una squadra di calcio inglese, l’AFC Richmond, nonostante non abbia la benché minima idea di cosa sia quell’altro football, quello non americano, che si gioca con i piedi e in 11.

Il motivo è semplice: la proprietà del Richmond è finita in mano a una donna che vuole vendicarsi dell’ex marito distruggendo la squadra, che l’uomo ha sempre amato. E perciò lei, Rebecca, affida il Richmond nelle mani di un incapace: sì, come ne L’allenatore nel pallone. Ma abbassa pure quella mano, turista da Marte: che te ne freghi o meno qualcosa del calcio qui è assolutamente secondario. Di calcio, in Ted Lasso, ce n’è poco nella prima stagione e quasi zero nella seconda. Si parla di persone. E dello stadio che hanno dentro la testa.

La retrocessione del Richmond alla fine della prima stagione e i suoi sforzi per tornare in Premier League sono una non sottile metafora del cimento analogo affrontato da buona parte dei protagonisti dello show. Il sempre sorridente Ted Lasso, lo yankee dalla battuta arguta sfornabiscotti, sotto quel sorriso incrollabile accompagnato da baffi importanti nasconde delle crepe sempre più ampie. Il divorzio, la lontananza dal figlio, l’ansia, gli attacchi di panico: non è un caso che la figura della dottoressa Sharon sia così centrale, e per lui così importante, nella seconda stagione.

Ted Lasso stagione 2 recensione

VERSO LA PROMOZIONE UMANA

È sceso anche lui in serie B, Ted. La serie B dell’insicurezza, di chi crolla sotto un peso emotivo che ha sottovalutato. Ma, ed è questo il punto, come il Richmond lo vediamo tornare a brillare. Lo stesso succede a Rebecca Welton, che non solo si è lasciata alle spalle la rabbia per l’ex marito (raro esempio di personaggio talmente spregevole a tutto tondo, di quelli che in gergo tecnico vengono chiamati generalmente “Il Merda”), ma è riuscita anche a lanciarsi in una relazione vera. Grazie al tinder senza foto e all’idea che sì, dai, chi se ne frega del resto, di quello che pensa la gente.

Vale per Jamie Tartt (dudduru-duddu), che da insopportabile idiota arrogante ha affrontato un percorso di crescita mica da ridere. Non è andato a Canossa, ma è tornato a Richmond, lasciandosi alle spalle Manchester e Pep, i reality e le buffonate. Vale per l’uomo-mastino Roy Kent, che “è qui, è là, ma come cacchio fa”, con quell’aria da anziano incazzato e una certa difficoltà ad aprirsi al mondo e alla donna che ama. Ma solo dopo aver mandato a quel paese un opinionista idiota in diretta TV e aver perdonato Tartt con una capata in fronte. Vale per la stessa Keeley, che si è creata una carriera da zero, e vale per Sam, che ha scelto il suo posto nel mondo, rifuggendo le lusinghe di un plutocrate che si vedeva lontano un miglio quant’era stronzo. La storia della stretta di mano? Ma dai.

Ted Lasso stagione 2 recensione

IL SOLENNE BASSISMO CARISMATICO DI COACH BEARD

Per Coach Beard il discorso sarebbe più complesso, perché lui il suo percorso a ostacoli verso la luce lo sta ancora affrontando. Genuino bassista carismatico della serie, taciturno, alter ego del protagonista, di Beard sappiamo poco e nulla. Ce l’ha un nome? E un cognome? Beard è, come presumibile, il soprannome, giusto? Nessuno lo sa. Quello che sappiamo è che ha una relazione tossica, lo riconosce, non riesce a staccarsene. E anche i Diamond Dogs (wuf! wuf!) non sembrano riuscire a farci niente. Per la semplice ragione che NON possono farci niente: sta a lui, venirne fuori o sopportarne le montagne russe. I bassisti carismatici delle squadre, si sa, sono tormentati.

Quel meraviglioso, onirico viaggio nella notte che è l’episodio 9 della seconda stagione, “Beard After Hours” (L’after hours di Beard) – scritto da Roy Kent, cioè da Brett Goldstein, che a Ted Lasso è arrivato come sceneggiatore, prima di diventare il granitico capitano a fine carriera e poi aiuto coach della squadra – non è solo un omaggio dichiarato al Fuori orario di Scorsese. Ma un tour guidato sotto il cappellino da baseball di un personaggio enigmatico, che sembra sapere sempre tutto e a cui, ma solo in apparenza, non sembra importare di nulla. Ma Coach Beard, mentre legge i suoi libri con le scarpe sulla scrivania, o sotto quegli occhiali da sole da beach volley, vede e sa. Non è difficile capire perché sia diventato un idolo dell’Internet.

Ted Lasso stagione 2 recensione

NATE IL GRANDE (BASTARDO)

Ma la chiusura della seconda stagione, dicevamo, è tutta per la genesi di un nuovo villain. Nate the Grate, Nate il Grande, con questo nome da imperatore persiano, non è risalito dagli inferi: ci si è buttato. Di testa. Qualche settimana fa, durante una live di ScreenWEEK, facevo presente a Filippo e Marco che l’ex magazziniere diventato aiuto allenatore sarebbe diventato la vera nemesi di Lasso. Era chiaro. Mi hanno risposto che in fondo anche lui aveva le sue giustificazioni, che, povero cristo, era stato emarginato e tutto il resto. Potrei a questo punto dire semplicemente “Io l’avevo detto”, ma non sarebb… oh, senti: io l’avevo detto. Che forse il dramma della madre e i problemi personali subiti dal Dottor Destino o da Joker non li rendono dei superalfieri della villanzoneria? Che Nate sarebbe diventato pure lui talmente stronzo da diventare il vassallo del Merda era scritto. Con la saliva.

La scena del ristorante, della cena con i genitori, nell’episodio 5 di questa stagione, potrebbe sembrare semplicemente la rivalsa di un personaggio umiliato troppo a lungo. La partita di biliardo di Fantozzi (senza rapimento della vecchia), la sconfitta della mancanza di autostima e del velato razzismo che quel tavolo in vetrina negato sottintendevano. Solo che un personaggio positivo non sputa allo specchio in quel modo. Mai. Entro la fine della stagione, Nate lo fa una seconda volta. E tutto allora si collega: il rapidissimo incanutimento, che lo porterà alla fine a sfoggiare dei capelli fonatissimi da club velistico, le vessazioni al suo sottoposto, gli scatti d’ira. Le cose che urla a Ted Lasso nell’ultimo episodio non sono messe lì per giustificarlo: sono le parole di un villain che riversa la sua rabbia sull’eroe di una storia di tizi in calzamaglia. Lo sproloquio ingiustificato del cattivo. Strappare quel cartello, distruggere il “Believe” di Ted che tanto ha fatto per gli altri, la squadra, Ted stesso, vuol dire sputarsi allo specchio per una terza volta.

In una storia in cui i cani tornano tanto spesso, ci doveva pur essere chi mordeva la mano all’unico che gliene aveva teso una.

Ted Lasso
Jason Sudeikis e la sua fissazione per quella coreografia degli *NSYNC: una storia vecchia.

PRESI AL LASSO

E fin qui tutto bene. Pur con quelle occasionali stilettate al cuore, che funzionano particolarmente bene per le ragioni di cui sopra, Ted Lasso è una serie che ti riconcilia con il mondo. È come guardare Il mio vicino Totoro dello Studio Ghibli: arrivi alla fine di ogni episodio e ti senti meglio. Con le canzoncine della squadra che ti restano in testa per giorni, dannazione (“Richmond fino alla morte! Richmond fino alla morte! Lo sappiamo, lo sappiamo…”). Non ha quel tipo di comicità slapstick che rendeva meravigliosa Scrubs, ma meravigliosa lo è a modo suo, grazie a dei protagonisti azzeccati, a un Jason Sudeikis dannatamente in parte sotto quei baffoni, a un tipo di scrittura appropriatamente molto inglese per una serie americana.

Il problema è che ora chi diavolo ce la fa ad aspettare la terza stagione? Forza Richmond. Andiamo a spaccarla in due quella Premier. Solo, magari, quella roba del Falso Nueve lasciamola da parte, ok?

 

 

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