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So cosa hai fatto: la recensione della serie Amazon prodotta da James Wan

So cosa hai fatto: la recensione della serie Amazon prodotta da James Wan

Di Marco Triolo

Non è la prima volta che un classico slasher viene adattato in televisione. Prima di So cosa hai fatto avevamo già visto la serie tratta da Scream e prossimamente vedremo Chucky, continuazione della saga iniziata da La bambola assassina. Oggi qualsiasi idea sembra buona per ricavarci una serie televisiva o streaming: emittenti e piattaforme sono alla costante ricerca di materiale e, se nell’equazione ci mettiamo anche la nostalgia, non stupisce che esca un prodotto come questo.

So cosa hai fatto non è un adattamento del romanzo di Lois Duncan da cui Kevin Williamson (Scream) aveva tratto liberamente la sceneggiatura dell’omonimo film, né un remake paro paro del suddetto film. Prende più le mosse dal film che non dal libro, in quanto slasher. Ma cerca una sua interpretazione della storia, spostando l’ambientazione alle Hawaii e cambiando l’identità della vittima da passante random a… beh, diciamo a persona nota al gruppo dei protagonisti. In questo modo, la showrunner Sara Goodman sposta tutto su un piano più personale, unendo alla colpa una dimensione di attaccamento e rivalsa morbosa. Almeno questa è l’intenzione.

Il problema, nel concepire una serie in cui un assassino misterioso fa fuori a uno a uno degli adolescenti colpevoli di aver occultato un crimine di tale gravità, è rendere quegli adolescenti abbastanza simpatici da scatenare l’identificazione da parte del pubblico. Perché un film e una serie sono due cose molto diverse: un film slasher di solito conta sul fatto che lo spettatore abbia pagato per assistere a una scia di omicidi fantasiosi, e che dunque faccia il tifo per il killer. Al punto che non solo non c’è bisogno di rendere i protagonisti simpatici, anzi: meglio se sono odiosi, c’è più gusto a vederli morire.

Una serie invece deve durare, deve costruire il suo intreccio puntata dopo puntata, invitare lo spettatore a tornare e arrivare al crescendo più lentamente rispetto a un film. Da un lato, Goodman lo sa e imbastisce un thriller che cuoce a fuoco lento, per poi esplodere nelle scene in cui il killer entra in gioco e fa quello che fanno i killer degli slasher: ammazzare la gente in maniera divertente. Dall’altro, però, non ha capito che non doveva rendere insopportabili i protagonisti come in un film.

E i protagonisti di questa storia partono oltretutto svantaggiati: hanno tirato sotto una persona con l’auto e occultato il cadavere perché questo “incidente” non rovinasse le loro ambiziose vite. I protagonisti della serie sono ancora più svantaggiati di Jennifer Love Hewitt, Sarah Michelle Gellar, Ryan Phillippe e Freddie Prinze Jr. (l’infilata di nomi più anni Novanta di sempre, se lo chiedete a me), perché il loro delitto è possibilmente ancora più grave. Partono da una buca nel terreno da cui dovrebbero uscire a suon di tratti caratteriali memorabili, psicologie complesse e sfaccettate, archi narrativi condivisibili nonostante tutto. E invece.

Invece sono solamente i classici teenager odiosi e vacui, caricature dell’adolescente moderno connesso con tutti istantaneamente eppure incapace di connettere e provare empatia con il prossimo. C’è la ragazza traumatizzata dal suicidio della madre che reagisce fondamentalmente diventando psicopatica (con tanti saluti all’empatia) e manipolando gli altri. La sorella di quest’ultima che invece è, per le stesse ragioni, una reietta asociale depressa. La reginetta dei social che non riesce a vivere senza postare la qualunque. Il giovane sensibile che, roso dal senso di colpa, riesce a diventare ancora più insopportabile. E infine il giovane gay caratterizzato dal fatto di essere giovane e gay.

Essendo questa una serie, non mancano le rivelazioni che rimettono costantemente in discussione i protagonisti, la loro identità e le relazioni reciproche. Ma la serie fatica a rendere queste svolte interessanti o a farceli piacere o apprezzare di più. Oltretutto, costruisce intorno a loro una comunità di personaggi quasi tutti ugualmente imperfetti, rendendo difficile capire per chi parteggiare. Sia chiaro, cinema e televisione sono pieni di personaggi negativi che abbiamo amato seguire e amato odiare (I Soprano e Breaking Bad hanno fatto scuola in questo). Ma quelli di So cosa hai fatto sembrano scritti da un’intelligenza artificiale a cui siano stati dati in pasto una serie di tratti tipici del teenager rabbioso nell’era social.

Tolto dunque lo sviluppo dei personaggi, resta l’elemento slasher. Nonostante ci vogliano due interi episodi prima di arrivare al primo delitto, le morti viste finora soddisfano abbastanza i requisiti minimi del genere. La struttura, poi, è la stessa del film, con lo stalker misterioso che lascia dei messaggi (sugli smartphone, ovviamente) alle sue vittime designate, e questo ingrediente whodunit, da giallo classico in cui bisogna scoprire chi sia il colpevole, riesce a tenere tutto sommato in piedi la baracca. Specialmente dato che per il quarto episodio arriva un colpo di scena che sembrerebbe far deviare completamente la serie dal film. O forse no.

Alla produzione, oltre a Neal H. Moritz, produttore della saga di Fast & Furious e del film anni ’90, c’è James Wan, autore tra i più importanti del genere horror moderno. Con Saw, Insidious e The Conjuring, Wan ha riportato al centro del mainstream l’horror più classico, che proprio negli anni ’90, e proprio da gente come Kevin Williamson, era stato decostruito con l’arma dell’ironia. In So cosa hai fatto – la serie – di ironia ce n’è pochissima, cosa che tradisce l’ambizione di “elevare” uno slasher magari anche un po’ scemo per renderlo un prodotto di qualità nell’era della peak TV. Peccato che questa ambizione si scontri con una scrittura che troppo spesso evoca invece quella delle serie teen di The CW. Con qualche “fuck” e un po’ di nudità in più qua e là.

Forse il problema, stringi stringi, è proprio questo: lo slasher deve essere ritmato e divertente e nascondere i suoi difetti alzando il volume a manetta. Quando invece si misura con ambizioni da grande drama e temi come crescita, colpa e morte, i difetti vengono a galla come un cadavere maleodorante.

I primi quattro episodi di So cosa hai fatto sono disponibili su Amazon Prime Video. QUI il trailer della serie, QUI una clip.

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