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Un dialogo immaginario per raccontare James Bond, l’Agente segreto 007, a chi James Bond non lo conosce

Un dialogo immaginario per raccontare James Bond, l’Agente segreto 007, a chi James Bond non lo conosce

Di Roberto Recchioni

Ehi, ciao!

Ciao, di chi mi vuoi chiedere, oggi?


Bond, James Bond.

Cognome?

Bond.

Quindi, Bond James Bond Bond… giusto?

No, aspetta… solo Bond, James Bond?

Quanti “James” e quanti “Bond”?

Mi stai prendendo in giro?

Citavo un classico pezzo di Lillo & Greg…

Che ne dici di fare i seri, adesso? Ho bisogno di sapere tutto su 007.

È una storia piuttosto lunga…

Lo dici sempre, poi mi racconti tutto in cinque minuti…

No, questa volta è vero perché James Bond è il franchise più longevo della storia della cinematografia. Sono venticinque film, distribuiti in quasi sessant’anni di storia, dal 1962 fino a oggi. E poi ci sono i romanzi di Ian Fleming, che iniziano a essere pubblicati nel 1953.

E sono belli i romanzi?

Se lo chiedi a me, che li ho letti tutti e dodici (più due raccolte di storie brevi), sia in edizione originale che nelle traduzioni italiane, sì, sono belli. Ma all’epoca della loro pubblicazione e per parecchi decenni a seguire, la critica più paludata li ha sempre trattati come letteratura spazzatura, malamente intrisa di misoginia, razzismo e sadismo. Solo in tempi recenti il giudizio letterario su Fleming è iniziato a mutare e oggi sta venendo riscoperto come autore. Non è un caso, per esempio, che l’ultima edizione italiana delle sue opere sia edita da Adelphi.

È vero che sono misogini e razzisti?

Sarebbe difficile negarlo. Ma devi tenere conto, prima di tutto, che sono anche romanzi figli del loro contesto storico e culturale e poi che sono scritti da un autore a dir poco particolare come carattere e indole.

Perché? Chi era Ian Fleming?

Il figlio scapestrato di una coppia di aristocratici inglesi. Frequentò le migliori università (da cui si fece cacciare) e le più prestigiose accademie militari (cacciato anche da quelle). Diventò giornalista per la Reuters e per il Times quasi per hobby ma, allo scoppio della guerra, si arruolò e venne assegnato all’intelligence della marina, dove si distinse per le sue capacità.

Era una spia?

Sostanzialmente, sì, anche se non operava sul campo. Si dedicò all’ideazione di numerosi stratagemmi di spionaggio e controspionaggio e alla pianificazione e al comando di numerose azioni di infiltrazione e guerriglia. Si distinse con onore durante il conflitto, anche se ne uscì molto segnato, a causa della morte del grande amore della sua vita, Muriel Wright, rimasta uccisa in un bombardamento su Londra. Terminato il conflitto tornò al suo lavoro di giornalista e, visto che era molto ricco, si comprò una tenuta in Giamaica a cui diede il nome di Goldeneye. Si sposò con una donna che non amava e, per sfuggire alla noia della vita matrimoniale, si dedicò alla stesura di un romanzo, Casino Royale, che viene pubblicato nel 1952 e che trovò uno straordinario successo, attirando sin da subito l’interesse di Hollywood. A quel punto, Fleming, che già aveva modellato James Bond su di lui, divenne sempre più simile al suo personaggio: viaggiava molto, specie in luoghi esotici, frequentava il bel mondo internazionale, aveva mille relazioni con donne bellissime, fumava come un turco e beveva come un irlandese. E, infatti, morì molto giovane, a cinquantasei anni, nel 1964.

Fece in tempo a vedere la sua creatura al cinema…

Sì. Nel 1962, due produttori alle prime armi (Harry Saltzman e Albert R. Broccoli) avevano comprato da Fleming i diritti di adattamento di tutti i suoi romanzi (tranne uno, ma ne parliamo dopo) e dopo varie vicissitudini, erano riusciti a realizzare (pur con un budget ridotto) una prima pellicola, Dr. No (Agente 007 – licenza di uccidere da noi) che era andata sorprendentemente bene. Grazie a quel successo, nacque l’epopea cinematografica di James Bond che continua ancora oggi.
Nel 1963 uscì From Russia with Love (A 007, dalla Russia con amore) e nel 1964 fu la volta di Goldfinger (Agente 007 – Missione Goldfiger), che Fleming però non riuscì a vedere, morendo pochi giorni prima dell’uscita del film.

Almeno morì contento dei primi adattamenti cinematografici?

Non proprio. Si dice che non avesse alcuna simpatia o apprezzamento per Sean Connery, l’attore scelto per interpretare il suo James Bond. Lo riteneva troppo vecchio, con troppi pochi capelli (Connery usò un parrucchino sin dal primo film) ma, soprattutto, troppo scozzese. Comunque sia, ebbe per le produzioni di Saltzman e Broccoli parole molto più gentili di quelle che riservò al primo tentativo di adattare Bond per lo schermo…


Che sarebbe?

L’episodio di una serie antologica televisiva americana, un adattamento del romanzo Casino Royale, che vedeva Barry Nelson nei panni di un agente della CIA chiamato Jimmy Bond.

Non ne ho mai sentito parlare!

Non me ne stupisco. La serie televisiva non ebbe sviluppo e, a quel punto, ad un nuovo adattamento di Bond si interessarono Alfred Hitchcock e Richard Burton che però si allontanarono presto dal progetto. Ed entrarono in scena Saltzman e Broccoli che, comprati i diritti di tutti i romanzi (escluso Casino Royale che era rimasto invischiato in una guerra contrattualistica) diedero forma al franchise.

Ma perché tutto questo interesse attorno al lavoro di Fleming? Capisco che erano libri di grande successo ma…

Perché i romanzi di James Bond erano abbastanza unici nel panorama di quel tempo. Univano la durezza, la violenza e il sesso della scuola dell’hard boiled americano (non a caso Raymond Chandler si dichiarò spesso fan del lavoro di Fleming) a degli aspetti esotici e glamour che venivano direttamente dalla vita dell’autore. La spy-story poi, praticamente non esisteva prima dei romanzi di James Bond e, per quanto Fleming avesse romanzato molto la figura dell’agente segreto, nei suoi testi c’erano comunque dei forti elementi di realismo che venivano dalla sua reale esperienza nei servizi segreti. In poche parole, i romanzi di 007 erano nuovi, pieni di azione, di intrighi, erano eccitanti e seducenti. Materiale perfetto per il cinema, tanto è vero che pure a fronte di una produzione modesta, il James Bond cinematografico si rivelò un successo sin da subito, dando il via ad una serie che oggi, sessant’anni dopo, è ancora viva e vegeta.

I primi film erano molto fedeli ai romanzi?

Insomma. Diciamo che ne catturavano pienamente lo spirito ma Saltzman e Broccoli furono molto furbi nel limare gli aspetti più duri e sgradevoli del personaggio di Bond per esaltarne, invece, il fascino e il carisma. In questo senso, la scelta di Sean Connery come primo interprete fu particolarmente azzeccata e contribuì in maniera fondamentale al successo della serie. Ma Connery è solo una delle grandi trovate dei due produttori.



E le altre quali sono?

Prima di tutto, la creazione di una grammatica narrativa prettamente bondiana. La sequenza gunbarrell (la soggettiva attraverso la canna della pistola che inquadra James Bond che cammina, si volta verso lo spettatore e spara), la cold opening (l’apertura della storia con una sequenza in media-res che può raccontare la conclusione di una missione precedente di Bond o le premesse della missione futura), i titoli di testa (visionari), le catchphrase (“il mio nome è Bond, James Bond” o “agitato, non mescolato”), gli spostamenti attraverso un gran numero di location esotiche, i gadget sempre più assurdi e fantasiosi, la composizione ricorrente delle figure di contorno con il capo dell’MI6 denominato “M”, il quartiermastro chiamato “Q”, la segretaria Moneypenny, l’alleato americano Felix Leiter, e poi un arcinemico con uno scagnozzo con qualche anomalia fisica e almeno tre bellissime “bond girl” (la vittima predestinata, la cattiva sadica e la ragazza destinata a rappresentare l’interesse amoroso principale della pellicola), i momenti topici che si ripetono sempre uguali, l’ironia molto inglese, le battute a sfondo sessuale, i nomi improbabili delle protagoniste (roba tipo Pussy Galore…) e via dicendo. Ma questi sono aspetti superficiali, di facciata, che contribuiscono a definire lo “stile” di Bond, ma che non sono il vero segreto del successo…

Che, invece, sarebbe?

Il fatto che i film di James Bond sono delle pellicole di meta-genere. In sostanza, negli anni in cui Bond compare sulla scena e conquista il successo, il cinema è suddiviso in categorie molto precise: c’è il dramma, che indica tutte quelle pellicole con ambizioni narrative alte e temi adulti e impegnati, ci sono le commedie e le commedie romantiche, i film d’amore e poi ci sono i film di genere, i crime, i thriller, i film di guerra, i film western, quelli di fantascienza, quelli dell’orrore… i film di Bond sono qualcosa di diverso perché pur essendo definiti inizialmente come “film di spionaggio”, con lo spionaggio hanno davvero poco a che spartire. Il fatto che James Bond sia una spia è solo un mero pretesto per giustificare l’azione. In poche parole, il concetto moderno di blockbuster action, come oggi lo conosciamo, nasce e si definisce con i film di James Bond e, senza James Bond, non esisterebbero film come quelli di Indiana Jones o pellicole come Iron Man (per non parlare dei vari Mission: Impossible, della serie di Jason Bourne, di John Wick, di Atomica Bionda, della saga di Fast & Furious e via dicendo). In sostanza, James Bond crea una categoria cinematografica di cui, ancora oggi, è uno dei migliori esponenti.

Va bene, torniamo alla storia dei film…

Sean Connery, coadiuvato da registi e sceneggiatori più o meno ispirati, gira cinque pellicole, dal 1962 al 1967, che hanno un successo clamoroso. Lo sconosciuto attore scozzese diventa un divo di primo piano e comincia ad avere pretese da divo di primo piano, che Saltzman e Broccoli soddisfano ma fino ad un certo punto. Quando la corda si tende troppo, i due produttori decidono di interrompere la collaborazione con Connery e si mettono alla ricerca di un volto nuovo, meno problematico e meno costoso. Nel mentre, però, David Niven porta sullo schermo il suo James Bond


Cosa…?!

Ricordi che Casino Royale era rimasto fuori dalla cessione dei diritti? Ecco. Nel 1967 i detentori di quel romanzo ne fanno un adattamento cinematografico parodistico, con David Niven a interpretare Bond, assieme a Peter Sellers, Ursula Andress, Barbara Bouchet, Joanna Pettet, Terence Cooper, Jean-Paul Belmondo, Orson Welles, Woody Allen e molti altri… per la regia (tra gli altri essendo diretto a più mani) di John Huston.

Che cast pazzesco…

Per un film assurdo che però è anche un attestato incontrovertibile della “Bondmania” che impazzava in quegli anni. Ma torniamo alla serie canonica. Conner è fuori e, nel 1969, arriva George Lazenby.

Chi?!

Esattamente quello che dissero gli spettatori. Lazenby non era neanche un attore quando venne scritturato per la parte. Il suo mestiere era il modello, ma prima era stato un militare (specializzato nelle tecniche di guerriglia e di combattimento corpo a corpo), un venditore di auto e un meccanico. Partecipò al provino quasi per caso e venne scelto.

Ma perché?

Da una parte, aveva davvero la fisicità e la faccia tosta giusta. Dall’altra parte, i produttori volevano dimostrare che il personaggio di James Bond era più forte dell’attore che interpretava.

Funzionò?

In realtà, nonostante quello che si crede oggi, funzionò abbastanza bene. On Her Majesty’s Secret Service (Agente 007 – al servizio segreto di Sua Maestà) andò molto bene al botteghino (uno dei migliori incassi del 1969).

E allora perché Lazenby non continuò a interpretare il personaggio?

Due motivi.
Il primo è che Lazenby era una personalità piuttosto curiosa e indipendente, che odiava le ingerenze nella sua vita privata da parte di Saltzman e Broccoli e, dopo aver partecipato al “circo di James Bond” per una volta, non aveva moltissima voglia di farlo di nuovo.
Il secondo motivo è più prosaico: Al servizio segreto di Sua Maestà andò sì molto bene al botteghino, ma incassò comunque la metà di quanto aveva fatto You Only Live Twice (Agente 007 – Si vive solo due volte), l’ultimo film interpretato da Connery. La lezione che Saltzman e Broccoli appresero da quel film era abbastanza chiara e non sarebbe stata mai più dimenticata: James Bond è un personaggio forte, ma, con un attore ugualmente forte a interpretarlo, è molto meglio.
Comunque sia, negli anni, Al servizio segreto di Sua Maestà divenne uno dei film di 007 più amati dai bondmaniaci e rappresentò un vero spartiacque per il cinema d’azione in genere. Ancora oggi le sue scene sono citate e copiate.

E arriviamo a Roger Moore…

No, torniamo Sean Connery. Che si lascia convincere, controvoglia, da un’offerta economica impressionante e torna a vestire il doppio zero. Siamo nel 1971 e Diamonds Are Forever (Agente 007 – Una cascata di diamanti) è ancora un successo. Ma le critiche sono tiepide ed è chiaro che c’è bisogno di qualcosa di diverso per traghettare James Bond nel nuovo decennio. Sale quindi a bordo Roger Moore (attore fino a quel momento noto per il personaggio televisivo de Il Santo, che da Bond aveva mutuato molti stilemi) e, nel 1973, esce nelle sale Live and Let Die (Agente 007 – Vivi e lascia morire), pellicola caratterizzata da un plot leggermente più realistico ma anche dai moltissimi stereotipi razzisti. Le critiche dell’epoca sono tiepide ma il botteghino risponde bene e Moore si tiene il lavoro. Nel 1983 però, Sean Connery torna a farsi sentire…

In che senso?

È come nel caso della questione dei diritti di Casino Royale. Come per il film con David Niven, viene messo in cantiere un nuovo adattamento del romanzo originale, in questo caso Thunderball, fuori dalla serie ufficiale del personaggio e, per rendere la cosa ancora più complicata, viene scritturato un già anziano Sean Connery, che si toglie lo sfizio di fare un dispetto a Broccoli (che, nel frattempo, è diventato l’unico produttore di 007). Il film si intitola Never Say Never Again (Mai dire mai in Italia) e vede nel cast anche Max Von Sydow e una giovanissima Kim Basinger. La pellicola vorrebbe attualizzare e riportare allo spirito delle origini James Bond, in realtà è un mediocre action con un videogioco al posto della celebre partita a carte. Al botteghino va comunque molto bene, cosa che rende la posizione di Roger Moore nella serie ufficiale ancora più scomoda. Tanto è vero che due anni dopo, nel 1985 e con il mediocrissimo A View to a Kill (Agente 007 – Bersaglio mobile), l’attore decide di appendere al chiodo la sua licenza di uccidere. Raggiunti limiti di età, è la dichiarazione ufficiale. L’epoca di Roger Moore è caratterizzata da alcune pellicole storiche per il franchise ma anche da alcuni dei suoi capitoli peggiori e più imbarazzanti. Il tentativo di intercettare lo spirito del tempo e la moda del momento porta i produttori a stravolgere il tono delle pellicole, rendendole sempre più bizzarre e sciocche, con terribili momenti di umorismo volontario e involontario. Bond è diventato la parodia di se stesso e bisogna rimetterlo sulla giusta rotta.

E la giusta rotta sarebbe Timothy Dalton?

Così credono i produttori nel 1987, anno di uscita di The Living Daylights (Agente 007 – Zona pericolo), ma si sbagliano. Dalton è chiamato a interpretare un Bond più umano e reale e che, soprattutto, abbia un diverso rapporto con le donne. Ché nel frattempo, nel mondo, è arrivato il virus dell’HIV e la gente si sente a disagio nel vedere un eroe che passa gran parte del tempo a fare sesso non protetto con persone sconosciute. I due film di Dalton si rivelano deludenti sotto ogni punto di vista: i fan non riconoscono “il tocco Bond” e quelli a cui non è mai fregato nulla della saga di 007 non vengono attratti da questi due action movie molto deboli, rispetto alle grandi produzioni di quegli anni. Dalton viene pensionato molto in fretta (e poco rimpianto) e, nel 1995 (sei anni dopo l’ultimo film, una delle pause più lunghe prese dal franchise) arriva Pierce Brosnan, che 007 avrebbe potuto interpretarlo anni prima se non fosse stato bloccato da un contratto televisivo con una serie dedicata al personaggio di Remington Steele, un altro clone di James Bond.
E finalmente, arriviamo al 1995 e a GoldenEye

Non c’era anche un videogioco con lo stesso titolo?

Sì, per il Nintendo 64, un titolo seminale per lo sviluppo degli FPS. Ma stiamo parlando del film, non distrarti. Diretto dal bravissimo Martin Campbell, GoldenEye è un successo di pubblico e critica che rilancia il franchise a livello mondiale e prepara Bond per…

…una nuova era di successi e meraviglie?

Purtroppo, no. Perché già nel 1997 e solamente al suo secondo film come James Bond, Tomorrow Never Dies (Agente 007 – Il domani non muore mai), Pierce Brosnan incappa in un mezzo passo falso. Le cose vanno ancora peggio nel 1999 con The World is not Enough (Agente 007 – Il mondo non basta) e sfociano in un vero e proprio disastro nel 2002, con Die Another Day (Agente 007 – La morte può attendere).


Sono così brutti come film?

Se lo chiedi a me, no. Sono meglio di tutti quelli di Dalton, di molti di quelli di Moore e di alcuni di quelli di Connery. Hanno dei momenti molto riusciti, delle belle scene d’azione e Brosnan è sempre ottimo nella parte…

E allora cosa c’è che non funziona?


James Bond. Per come è stato inteso fino a quel momento. Il personaggio, il suo atteggiamento, il suo tipo di umorismo, non sembrano più moneta corrente presso il pubblico. Che infatti si fa sempre più tiepido nei confronti di James Bond. Ed è per questo che la famiglia Broccoli decide di cambiare tutto… non cambiando nulla.

In che senso?

Che pur mettendo in cantiere un Bond nuovo e diverso, non chiamano gente nuova e diversa a realizzarlo, anzi, si rivolgono agli stessi sceneggiatori che hanno caratterizzato l’ultima parte dell’era Brosnan: Neal Purvis e Robert Wade. I Broccoli capiscono che il problema degli ultimi film non risiede nella qualità del lavoro dei due sceneggiatori, ma nelle direttive che gli sono state date. Quindi chiedono a delle persone capaci, che il personaggio lo conoscono bene, di re-inventarlo, dandogli molta più libertà di prima e, soprattutto, permettendogli di ricominciare dall’inizio, da…

No Time to Die


Aspetta, la so… Casino Royale!

Esatto. Dopo decenni la famiglia Broccoli è tornata in possesso dei diritti del primo romanzo di Ian Fleming e può finalmente realizzarne l’adattamento ufficiale. Alla regia viene chiamato Martin Campbell, che non ha un nome di moda ma che ha firmato l’ottimo GoldenEye e, come attore protagonista, un volto sconosciuto al grande pubblico, Daniel Craig.

Immagina che emozione per lui…

Tutt’altro. Craig non è per nulla attratto dal personaggio (che, ricordiamocelo, è dato come finito e fuori tempo in quegli anni) e nemmeno dalla celebrità. Barbara Broccoli fa una certa fatica a convincerlo e la conflittualità di Daniel Craig con 007 caratterizzerà un poco tutto il suo ciclo, sia in termini produttivi, sia in termini creativi.

La gente lo accoglie bene, però, no?

No, per niente. La stampa inglese lo fa a pezzi per il suo aspetto (troppo biondo, troppi pochi muscoli, troppo Putin…) e pronostica un disastro commerciale e la definitiva morte del franchise.
Poi, nel 2006, Casino Royale esce nei cinema, e viene celebrato da pubblico e critica. Un successo senza precedenti che rimette James Bond al centro del panorama culturale mondiale.
Il segreto di questo trionfo deriva sì dalle belle prove attoriali, dall’ottima regia e dallo script convincente ma, più che altro, è il nuovo spirito che anima la serie a fare la differenza. Bond è, nuovamente, un personaggio del suo tempo e la gente torna ad amarlo. La cosa divertente è che questo “nuovo” Bond è, in realtà, quello più fedele al “vecchio” Bond, quello delle origini e dei romanzi di Fleming. A Casino Royale segue, nel 2008, Quantum of Solace, che, a causa di uno sciopero degli sceneggiatori e dell’incerta regia dell’anonimo Marc Forster, quasi distrugge il miracolo del capitolo precedente, ma nel 2012 arriva il meraviglioso Skyfall diretto da Sam Mendes e il mondo torna a girare nel giusto verso. Nel 2015 Mendes prova a ripetere il trucco magico, ma Spectre non gli viene altrettanto bene. Intanto, Craig si ritira e dice che preferirebbe tagliarsi le vene piuttosto che fare un nuovo Bond. Barbara Broccoli deve ricoprirlo d’oro e accettare tutta una serie di richieste sullo sviluppo del film per farlo tornare a vestire i panni di 007 per un’ultima volta, nel venticinquesimo capitolo della serie. Confermato l’attore, però, si perde il regista previsto: Danny Boyle ha una visione diversa da quella di Craig e per questo viene allontanato. Al suo posto arriva Cary Fukunaga, il primo regista non nato nel Commonwealth a dirigere una pellicola di Bond. Sembra tutto risolto ma poi arriva la pandemia globale e l’uscita di No Time to Die, prevista per l’aprile del 2020, viene rimandata più volte, fino a oggi.
In questa situazione, il successo di Bond è diventato una faccenda che non riguarda più la sola salute del franchise, ma la salute del cinema in sala tutto: Barbara Broccoli ha difeso strenuamente il suo film, non cedendo alle offerte mostruose che le sono state fatte dalle grandi piattaforme, sia per motivi economici (troppi i contratti e le sponsorizzazioni legate all’uscita cinematografica di uno 007 per far saltare tutto a cuor leggero), sia per motivi di prestigio (la famiglia reale inglese partecipa alle anteprime dei film di Bond, non sarebbe la stessa cosa se un film della serie uscisse in piattaforma), sia perché molte sale e circuiti cinematografici hanno riposto in 007 tutte le loro speranze per un rilancio in grande stile.

Quindi mi stai dicendo che…

Ancora una volta, spetterà a James Bond salvare il mondo.

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