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Locke & Key – La recensione della stagione 2

Locke & Key – La recensione della stagione 2

Di Lorenzo Pedrazzi

Il genere fantastico è un feudo adolescenziale nel catalogo di Netflix, almeno per quanto riguarda le serie originali: show come Tenebre e ossa, Cursed, October Faction e Fate: The Winx Saga sono concepiti per un target molto specifico (teen-ager e post-adolescenti), del quale rievocano l’immaginario musicale, stilistico e cinematografico. Se escludiamo Stranger Things, che fa storia a sé per valori produttivi e “culturali”, Locke & Key è forse il prodotto meglio riuscito dell’intero lotto, grazie a un soggetto ricco di potenziale e alle sue radici prestigiose, che affondano nell’horror/fantasy letterario. Non è certo un caso che la storia si svolga in una cittadina chiamata Matheson, come il grande innovatore della letteratura horror contemporanea, precursore di Stephen King e dello stesso Joe Hill (nel fumetto originale, scritto da quest’ultimo e illustrato da Gabriel Rodríguez, la città si chiama invece Lovecraft: altro riferimento di altissimo livello).

La seconda stagione è chiamata a confermare quanto di buono abbiamo visto nella prima, ma stavolta il racconto si poggia su uno status quo ben consolidato, non più inedito. E le differenze, come potete ben immaginare, saltano all’occhio.

Lupi travestiti da agnelli

La famiglia Locke ha trascorso un’estate tranquilla, ignara del fatto che Dodge si nasconda sotto le spoglie di Gabe, il nuovo ragazzo di Kinsey, e che Eden sia posseduta da un demone. Bode ha trovato una nuova chiave che dona una forza sovrumana a chiunque la usi, mentre Tyler continua la sua relazione con Jackie. Lo zio Duncan torna alla Key House per qualche giorno, e Nina conosce un affascinante professore di storia mentre lavora al restauro del teatro. L’affiatata Savini Squad presenta The Splattering con grande successo, ma Scot potrebbe tornare in Inghilterra per studiare in una prestigiosa scuola di cinema. Ellie è data per dispersa, e Rufus si è trasferito dagli zii in Nebraska.

In questo contesto, Gabe/Dodge non ha abbandonato i suoi propositi: vuole epurare il mondo dagli esseri umani, ed elabora un piano alternativo per procedere con l’invasione demoniaca.

Locke & Key

Poco mistero

La differenza, come si accennava all’inizio, è nelle premesse. La prima stagione ci aveva calato quasi interamente nel punto di vista di Tyler, Kinsey e Bode, portandoci a scoprire il mondo delle chiavi insieme a loro: in altre parole, la narrazione si dipanava come un mystery dove l’origine stessa delle chiavi era un enigma. Ora, per ovvie ragioni, la situazione è cambiata. Né le chiavi né la vera natura di Dodge sono più un mistero, e la serie perde almeno una parte della sua forza attrattiva. Non c’è abbastanza mistero nella seconda stagione, anche perché il piano di Gabe è intuibile fin dall’inizio, e i flashback della Rivoluzione Americana chiariscono gli ultimi punti oscuri.

Intendiamoci, questo non significa che Locke & Key non sia più godibile. Purtroppo, però, l’assestamento del suo status quo non giova al coinvolgimento, poiché rende tutto più scontato e cristallino. Vale anche per i protagonisti: ormai responsabilizzati, Kinsey e Tyler non cercano più di usare le chiavi per tornaconto personale, caratteristica che li rendeva piacevolmente imperfetti nella prima stagione. Lo stesso contesto sociale non genera più molti conflitti, proprio perché i nostri eroi ne sono stati ormai assorbiti.

È un’evoluzione naturale, forse inevitabile, ma la serie avrebbe bisogno di cercare altrove i suoi enigmi e i suoi contrasti. Lo fa solo in parte, preferendo concentrarsi sugli intrighi legati alle chiavi e all’antagonista.

Locke & Key

Il mondo salvato dai ragazzini

I conflitti più interessanti si spostano quindi nel rapporto con gli adulti. Impossibilitati a ricordare la magia, gli adulti si crogiolano nella loro beata ignoranza, pur avendo la percezione che qualcosa stia accadendo. Una frase di Nina è esemplare, in tal senso: «Non hai mai la sensazione che tutti abbiano capito la battuta tranne te?». Nina si sente esclusa dai suoi stessi figli, ma il lavoro e un nuovo amore rafforzano quantomeno la sua identità personale. Il punto, però, è che la magia sembra incompatibile con la sfera degli adulti: ogni volta che entrano in contatto con essa, il risultato è disorientante, o potenzialmente distruttivo. È così per Nina, ma anche per Erin e Duncan, che non ha vita facile quando i ragazzi cercano di fargli recuperare la memoria. Il loro mondo, così pragmatico e razionale, stride con l’imprevedibilità della magia.

Anche per questo, l’idea alla base di Locke & Key si conferma vincente: sono proprio i bambini, tradizionalmente considerati la parte vulnerabile della società, ad agire come guardiani, assumendosi responsabilità persino superiori a quelle dei “padri”.

Locke & Key

Momenti chiave

Gran parte dell’intrattenimento risiede ancora nella scoperta delle chiavi, con i loro poteri. L’inventiva non manca di certo a Joe Hill, e gli autori della serie – Carlton Cuse, Aron Eli Coleite e Meredith Averill – sono abili a trasporne le idee sullo schermo. Ci sono almeno sei nuove chiavi da scoprire, ma la più spassosa è certamente la Small World Key, i cui effetti sulla casa dei Locke – tra ragni e bicchieri giganti – sono folli e surreali. Peccato solo che gli effetti visivi non siano sempre all’altezza, soprattutto quando entra in azione questa particolare chiave (d’altra parte, il budget non è certo quello di un blockbuster). Davvero suggestive, invece, le scenografie di Mark Steel, che danno il meglio di sé negli interni della Key House.

In generale ci si diverte ancora parecchio, pur senza il mistero e le stratificazioni della prima stagione. Questi nuovi episodi espandono la mitologia della serie, spiegano l’origine delle chiavi e introducono un nuovo avversario che promette di seminare l’inferno, proprio quando i Locke sono impegnati a leccarsi le ferite (alcune svolte narrative sono spietate, in tal senso). La terza stagione è stata già confermata da Netflix, quindi staremo a vedere.

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