Freaks Out: la recensione di Roberto Recchioni

Freaks Out: la recensione di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

Dante Alighieri immaginava il suo inferno come una specie di cono rovesciato, la larga base vicina alla superficie e la punta profondamente seppellita nelle viscere della terra.
Ecco, la composizione del pubblico di Freaks Out, ultima fatica di Gabriele Mainetti e Nicola Guaglianone è, per molti versi, simile. Al primo livello, c’è il larghissimo pubblico, quello che percepisce quest’opera semplicemente come una delle proposte del cartellone cinematografico. Per questo tipo di spettatore, Freaks Out o No Time to Die, sono la stessa cosa: dei film tra cui scegliere.
Poi c’è il secondo livello, ugualmente ampio, che però ha la consapevolezza che si tratti di un film italiano e che fa la sua scelta di visione (o di mancata visione) anche in relazione a questo fatto.
Al terzo livello c’è quel tipo di spettatore che non solo si rende conto che si tratta di un film italiano, ma che capisce anche che è un film italiano diverso da tutti gli altri film italiani.

Poi ci sono i livelli più profondi e ristretti, il livello degli appassionati (che hanno anche la piena consapevolezza del perché Freaks Out è un film italiano diverso), quella degli addetti ai lavori esterni alla realizzazione delle opere (critici, giornalisti, commentatori delle cose del cinema), gli addetti al lavori che nel cinema ci operano davvero, poi quei professionisti che al film hanno collaborato in qualche maniera, i produttori, il cast tecnico e artistico e alla fine, sul fondo di tutto e completamente isolati dal resto, le due persone che il film lo hanno prima immaginato e poi reso reale, il soggettista-sceneggiatore e il regista, Guaglianone e Mainetti.
A ogni livello di profondità appartiene un diverso tipo di consapevolezza di chi guarda e una diversa percezione della pellicola e, ovviamente, una maniera diversa di raccontarla poi agli altri.

Nel mio caso specifico, per esempio, mi trovo in una sorta di area grigia, a metà tra il girone dei critici e quello degli addetti ai lavori, cosa che mi ha permesso di vedere il film un poco più da vicino di tanti, ma non da così vicino da esserci davvero coinvolto.
E, forse, la mia è una delle posizioni migliori possibili per parlare della pellicola, perché nessun coinvolgimento emotivo o interesse privato me ne offusca la visione ma ne so abbastanza sul film per capire meglio il perché di talune scelte e soluzioni.
Prima di entrare però nel vivo del discorso, leviamoci di mezzo la tassa della trama (tranquilli, non farò spoiler).

Freaks Out è un film ambientato a Roma, durante l’occupazione nazista, che ha come protagonisti un piccolo gruppo di fenomeni da baraccone, dotati di capacità sovrumane. A dargli la caccia un ufficiale nazista, anche lui un freak, dotato del potere della chiaroveggenza, che vede nella scombinata compagine di “mostri da circo” l’unica speranza del Terzo Reich.

Continuando il percorso iniziato con Lo chiamavano Jeeg Robot, Nicola Guaglianone (soggettista e sceneggiatore di Freaks Out) e Gabriele Mainetti (sceneggiatore e regista), operano di nuovo un processo di decostruzione e ricostruzione del concetto di supereroe, declinandolo alle italiche coordinate. Il risultato di questa operazione è un film che si muove nel solco della formula perfezionata negli anni da Marvel Studios, DC/Warner e Sony, ibridandola però con le suggestioni oniriche di Federico Fellini, il neorealismo italiano e il cinema autoriale americano (con un occhio di riguardo per la cinematografia di Guillermo del Toro, Quentin Tarantino e Tim Burton). Il risultato di questa operazione è un film che, pur essendo una classica origin story, è anche qualcosa di completamente diverso: una via personale e unica al genere che domina ormai il botteghino da quasi vent’anni.

Quindi, un’operazione pienamente riuscita?
Sì e no.

Il primo atto è splendido, scritto con particolare intelligenza, eleganza e rigore (sul serio, gli americani dovrebbero studiare i primi venti minuti di Freaks Out per capire come si possono introdurre e raccontare i personaggi senza usare una parola di troppo), girato e ripreso con innegabile tecnica e talento, montato magnificamente, sorretto da ottimi effetti speciali, accompagnato da una grande colonna sonora e graziato da straordinarie interpretazioni.
Una cristallina lezione di cinema al suo meglio.
Il secondo atto è un po’ meno a fuoco. I personaggi hanno dei movimenti narrativi un poco farraginosi, e il film inizia una transizione nel suo tono generale, passando da un approccio tutto sommato realistico (per quanto grottesco) a uno decisamente più surreale e cartoonesco.
Le regole (anche quelle che il film stesso aveva stabilito in precedenza) iniziano a venire infrante, fino ad arrivare alla “scena del cannone” (quando lo vedrete capirete) che segna l’abbandono del mondo della verosimiglianza e l’approdo nel paese del “fai come ti pare”.
E veniamo al terzo atto, che è una meravigliosa maionese impazzita, coraggiosa e generosissima, in cui Mainetti a Guaglianone si lasciano andare a briglia sciolta, mettendoci dentro la qualunque. E se il film, fino a questo punto, aveva giocato nel campo del Labirinto del Fauno, di Roma città aperta e (ovviamente) della Strada felliniana, mostrando sempre una certa misura, qui i riferimenti cambiano e ci ritroviamo immersi in un folle mashup che gioca con il finale di Bastardi senza gloria, le follie pirotecniche di Mad Max: Fury Road e (purtroppo) i momenti supereroistici di X-Men – Conflitto finale. Il risultato è spiazzante e, per molti versi, disturbante.
Mettiamola così, tanto più avrete amato la prima parte del film, tanto più farete fatica a digerirne la seconda e, soprattutto, la terza.
Con questo non voglio dire che il secondo e il terzo atto di Freaks Out siano cattivo cinema ma sono un cinema diverso (molto diverso) rispetto al tipo di approccio ed esecuzione che ci è stato mostrato nel primo e che le tre componenti non legano in maniera pienamente armonica.

Freaks Out

Ultima nota la dedico al cast attoriale, davvero straordinario, con note di particolare merito per Pietro Castellitto (ormai una specie di Buster Keaton romano), Franz Rogowski (chiamato a interpretare il ruolo più complesso e sfumato dell’intera pellicola e vero protagonista del film) e Max Mazzotta (che il cinema nostrano dovrebbe far lavorare di più).

Detto questo, mi permetto una digressione di natura produttivo-commerciale: molto si è detto sulla lavorazione del film, sui tempi di realizzazione, sui costi della pellicola e sul suo senso commerciale. Ora, io penso che guardare a Freaks Out come ad un film molto costoso per il nostro cinema sia una cosa miope. Il punto non è la qualità ottenuta da Gabriele con “ben” dodici milioni di euro, il punto dovrebbe essere la qualità ottenuta con “soli” dodici milioni di euro. Perché il film di Mainetti (e di Nicola Guaglianone, di Michele D’Attanasio, di Francesco Di Stefano, di Maurizio Corridori, di Stefano Leoni, di Michele Braga, di Mary Montalto, di tutti gli attori, della Lucky Red, di Goon Films, di Rai Cinema e di GapBusters) ha una qualità visiva che sta alla pari con le grandi produzioni americane, che di milioni ne hanno a disposizione cento e passa.
E questo è un risultato che dovrebbe non solo mettere a tacere qualsiasi polemica ma che ci dovrebbe spingere a tenerci quanto più stretto possibile Gabriele Mainetti e la sua crew.

Quindi, vale la pena di andarlo a vedere al cinema?
Assolutamente sì.
Anche nella sua meravigliosa imperfezione. O forse, proprio per quello.

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