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La musica dell’azione: Edgar Wright da Spaced a Ultima notte a Soho

La musica dell’azione: Edgar Wright da Spaced a Ultima notte a Soho

Di Marco Triolo

Ci sono dei registi che sono particolarmente portati per la musica, che sanno mescolarla con le immagini per creare un ritmo di montaggio incalzante, mutuato anche dal linguaggio dei videoclip ma in grado di superarlo. Pensiamo ad esempio a un sottovalutatissimo Sylvester Stallone e a come, con Rocky IV, sia stato sostanzialmente in grado di creare un musical senza parti cantate.

Edgar Wright, che sta per tornare al cinema con Ultima notte a Soho (in uscita il 4 novembre per Universal), rientra perfettamente in questa categoria. Anzi, ne è forse il rappresentante più illustre attivo oggi. Dalla sit-come Spaced alla Trilogia del Cornetto, fino alle ultime, mature esperienze di Baby Driver e Ultima notte a Soho, Wright si è scavato una nicchia, ha creato uno stile visivo e narrativo unico, un marchio di fabbrica che lo fa istantaneamente riconoscere.

I suoi inizi già lasciavano intravvedere quella commistione di generi e quel citazionismo che avrebbe elevato a stile più avanti. Tra gli anni ’80 e ’90 dirige molti corti in Super-8, come Dead Right, omaggio all’Ispettore Callaghan contenuto nel DVD di Hot Fuzz. A un certo punto della sua formazione cinefila, Wright incappa in Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis. Per lui è una rivelazione, talmente lampante da influenzarlo per il resto della sua vita:

I film horror mi hanno sempre affascinato e sono sempre stati qualcosa che volevo vedere e che avrei voluto fare. Allo stesso modo mi affascina la commedia. Suppongo che la ragione per cui questo film mi ha cambiato la vita sia che, molto presto nella mia esperienza di spettatore, ho visto un film così sofisticato nel tono e in quello che riusciva a ottenere.

Nel 1995 Wright debutta alla regia di un lungometraggio con la parodia western A Fistful of Fingers. Il film ottiene una distribuzione limitata, ma sufficiente ad attirare l’attenzione di Matt Lucas e David Walliams, che lo vogliono alla regia della serie Mash and Peas. Inizia per Wright una fase televisiva che trova il suo apice nella sit-com Spaced, realizzata in collaborazione con il futuro protagonista della Trilogia del Cornetto Simon Pegg e con Jessica Hynes. Sono proprio i creatori Pegg e Hynes a chiamare Wright, con cui avevano già collaborato nella serie comica Asylum, proponendogli di dirigere Spaced.

È la svolta, la consacrazione e la genesi di Edgar Wright come lo conosciamo. Il regista sceglie di non aderire ai canoni delle sit-com, girando Spaced con il linguaggio del cinema di genere, dall’action all’horror, dalla fantascienza al thriller. Le citazioni abbondano e la scrittura della comicità si fa sopraffina. Il risultato è un mash-up che spiazza e ottiene un grande successo. Le porte del cinema sono aperte, e Wright si porta dietro Pegg, Hynes (in una particina) e Nick Frost. Nasce Shaun of the Dead, distribuito in Italia come L’alba dei morti dementi. Siamo ben lontani dalla parodia sciatta che ci si aspetta dalle produzioni americane dell’epoca (2004) evocate dal titolo italiano: Shaun of the Dead mescola la commedia romantica di stampo british con l’amore incondizionato per gli zombie di George Romero e con una competenza tecnica e stilistica già di altissimo livello. Come in Un lupo mannaro americano a Londra, horror e commedia hanno lo stesso peso e non vanno a intralciarsi reciprocamente. Quando deve far ridere, il film fa ridere. Quando deve angosciare, angoscia. Non è un caso che Romero stesso abbia apprezzato, invitando Wright e Simon Pegg ad apparire ne La terra dei morti viventi nei panni di due zombie.

Shaun of the Dead apre la strada alla Three Flavors Cornetto Trilogy, definizione che nasce da una battuta fatta da Edgar Wright a un giornalista. Il regista lo ha spiegato durante un’intervista pubblicata da Entertainment Weekly:

Abbiamo messo in Shaun of the Dead quella battuta di Nick [Frost] che chiede un Cornetto di prima mattina. Quando ero al college, era la mia cura per gli hangover, forse lo è ancora. Poi abbiamo messo [il Cornetto] in Hot Fuzz perché pensavamo che sarebbe stato divertente come elemento ricorrente. Un giornalista nel Regno Unito mi ha chiesto: “Sarà un tema della trilogia?”. Io gli ho risposto: “Sì, sarà come la trilogia dei Tre Colori di Krzysztof Kieslowski. Questa è la trilogia dei Tre Gusti del Cornetto”.

Si prosegue, appunto, con Hot Fuzz (2007), che amplifica esponenzialmente l’elemento meta-cinematografico, citando classici dell’action a destra e a manca, da Arma letale ai Bad Boys di Michael Bay, cavalcandone e allo stesso tempo mettendone alla berlina i cliché e calandoli, in maniera esilarante, nella campagna inglese. È già evidente, a questo punto, la versatilità di Wright, capace di mettere in scena commedia, horror e azione con il piglio di un consumato professionista hollywoodiano. Come Shaun, Hot Fuzz non ride del genere ma con il genere, e quel genere lo mette in scena in maniera elettrizzante.

Nello stesso anno, Edgar Wright dirige uno dei finti trailer di Grindhouse, Don’t, parodia dei cliché del genere horror. Poi, prima di terminare la Trilogia del Cornetto, Wright si dedica al progetto più costoso e ambizioso della sua carriera: Scott Pilgrim vs. the World (2010), adattamento di un fumetto di Bryan Lee O’Malley, nel quale riversa tutta la sua carica fantastica e surreale. È con questo film che Wright perfeziona l’uso della musica pop per dare ritmo al montaggio. Le panoramiche a schiaffo che fanno da transizione da una scena alla successiva riproducono al cinema l’esperienza della lettura di un fumetto, con il passaggio da una vignetta all’altra. C’è insomma una ricerca formale matura e intelligente, ma purtroppo il film non viene apprezzato: costato 85 milioni di dollari ne incassa circa la metà.

È il momento di tornare a casa per concludere la trilogia. Ma, prima, insieme al fidato collaboratore Joe Cornish, Wright scrive per Steven Spielberg e Peter Jackson Le avventure di Tintin: Il segreto dell’Unicorno (2011). Nel cast appaiono anche Simon Pegg e Nick Frost, a dimostrazione di come quel “pacchetto” creativo abbia ottenuto rispetto anche ai più alti livelli del cinema mondiale.

Due anni dopo arriva La fine del mondo (2013), con cui Wright e Pegg esplorano i lati oscuri della nostalgia. Un gruppo di amici torna al paesello natale per terminare un’impresa che avevano lasciato incompiuta molti anni prima: un’epica bevuta in tutti i pub della cittadina. Peccato che la popolazione sia stata sostituita da dei robot senzienti stile L’invasione degli ultracorpi. Tornare indietro, idealizzare il passato vuol dire letteralmente aprire le porte di un inferno personale, ed è invece necessario crescere e maturare se si vuole vincere nella vita. Si tratta di temi che Wright sente molto vicini e che ha ripreso proprio in Ultima notte a Soho.

E, come nella metafora, dopo aver concluso l’opera, Edgar Wright torna a guardarsi avanti. Molla Ant-Man, progetto Marvel che aveva sviluppato sin da prima di Iron Man, per “divergenze creative” (sarà comunque accreditato come sceneggiatore insieme a Joe Cornish), infastidito dalle ingerenze di Kevin Feige e dalla richiesta di legare il film all’ormai rodato MCU. Fatto questo si dedica a Baby Driver, di nuovo una storia originale, ma stavolta senza i compagni di avventure Pegg e Frost. Wright lo definisce “quasi un musical”, Deadline “una collisione di noir, azione, musica e sonoro”. Il regista affina sempre più la sua regia “musicale” e fa le prove generali per la sua opera più ambiziosa in questo senso, Ultima notte a Soho, nel quale abbandona quasi del tutto i toni della commedia che avevano sempre accompagnato la sua opera.

Quest’anno è uscito anche The Sparks Brothers, il suo documentario sul duo pop-rock Sparks. Tra i prossimi progetti di Edgar Wright c’è un nuovo adattamento di The Running Man, il romanzo di Stephen King da cui è stato tratto L’implacabile con Arnold Schwarzenegger. Il film di Wright non sarà un remake di quest’ultimo, ma un adattamento più fedele al romanzo. Serve dire altro?

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