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Zoolander, vent’anni di Magnum

Zoolander, vent’anni di Magnum

Di DocManhattan

Vent’anni e qualche ora fa, il 28 settembre del 2001, usciva nelle sale USA una certa commedia con Ben Stiller poi (ma non subito) diventata un cult per tante ragioni. Per le facce da pirla del modello che ne è protagonista, a cominciare dalla celeberrima Magnum, l’espressione definitiva di un uomo che in passerella sa come colpire il suo pubblico (diciamo). Ma anche per una signora comparsata di David Bowie, e più in generale perché è una commedia talmente sgangherata e talmente di quel periodo lì, Zoolander, che non puoi non volerle bene. Tranne se sei l’autore del romanzo che è stato copiato per girarlo, in una certa misura, quel film. Certo.

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CORTO ZOOLANDESE

La storia di Zoolander ha inizio qualche anno prima, nel 1996. Russell Bates dirige il primo di due corti (l’altro andrà in onda l’anno dopo) scritti da Drake Sather – uno sceneggiatore del Saturday Night Live – per i VH1 Fashion Awards. Il primo si intitola Derek Zoolander: Male Model, dura solo tre minuti, e gli bastano e avanzano per presentare al mondo il modello narcisista del titolo, interpretato da Ben Stiller. L’anno dopo, come detto, si bissa con un altro corto di pochi minuti, Derek Zoolander University. Il nome di Zoolander era ispirato a quello di due modelli veri dell’epoca, Mark Vanderloo e Johnny Zander. Sono le prove generali: il personaggio di questi brevi sketch comici piace, Stiller è sulla cresta di un’onda altissima – solo tra il 1998 e il 2000 appare in DIECI film – e ce n’è insomma a sufficienza per lanciare quell’adorabile pirla di Derek Zoolander sul grande schermo.

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QUESTO HANSEL VA UN CASINO QUEST’ANNO

A dirigere Zoolander è lo stesso Ben Stiller, che aveva esordito alla regia nel ’94 con Giovani, carini e disoccupati (Reality Bites). Stiller, come aveva già fatto per i due corti precedenti, mette mano anche al copione, insieme a Drake Sather e John Hamburg. Anzi, ai copioni, perché la pre-produzione va avanti per un pezzo, i piani alti non sono convintissimi di quello che leggono, si scrive e si riscrive la sceneggiatura. Il film è un’ovvia presa in giro dell’industria del fashion, con un pezzo grosso del settore, Jacobim Mugatu (Will Ferrell) e l’agente di Derek, Maury Ballstein (Jerry Stiller, il padre di Ben) coinvolti in un complotto per far fuori il primo ministro malese.

A completare il cast sono Owen Wilson – che con Stiller ha girato la bellezza di dodici film e che qui è il suo rivale, il modello Hansel McDonald. Con una parrucca in testa per tutto il tempo, perché Wilson aveva i capelli corti per le riprese di Behind Enemy Lines – Dietro le linee nemicheChristine Taylor, Milla Jovovich, David Duchovny, tutto il resto della famiglia Stiller… E, nei panni di sé stessi, un sacco di altra gente, tra cui il duca bianco in persona. Quella scena del giudice della sfida in passerella fu scritta da Ben Stiller pensando espressamente a David Bowie, prima di sapere se quest’ultimo avrebbe accettato o meno la parte.

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FERRARI, LE TIGRE, BLUE STEEL

Zoolander esce in sala in America il 28 settembre del 2001. E no, non è un buon periodo per una commedia. La performance al botteghino, ben sotto alle aspettative della produzione, si ferma a 60 milioni di dollari worldwide, di cui 45 negli USA, il resto nel mondo. Non rientra neanche tra i primi 50 film di quell’anno: anche a fronte di un budget ragionevolissimo (28 milioni), non è chiaramente il risultato sperato.

Ma il mondo è alle prese con le conseguenze degli attacchi dell’11 settembre, dicevamo, e nel film hanno dovuto anche ritoccare in digitale all’ultimissimo secondo, prima di mandarlo al cinema, due inquadrature di quel World Trade Center che non esiste più. Stiller dichiara alla stampa che è la decisione giusta, in quel momento, e le Torri Gemelle torneranno ad apparire nel film solo molto tempo dopo, con la release in Blu-ray.

Da noi Zoolander arriva nel luglio successivo, in Malesia… mai, perché quel fatto che si ride sul tentativo di ammazzargli il premier non piace tantissimo, ecco.

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FIGOSO!

Ma grazie ai DVD e ai passaggi televisivi, Zoolander non impiega molto per diventare un cult. Tanti dei critici che massacrano il film di Stiller all’uscita, sottolineandone le gag non sempre riuscite, nel corso del tempo ammorbidiscono il loro giudizio. A cominciare dal celebre e temuto Roger Ebert. È forse uno di quei film, Zoolander, che più li guardi e più ti vanno a genio, perché entri nello spirito e sai cos’aspettarti, davanti a quelle facce, a quell’orgia surreale e tutto il resto, Billy Zane che fa Billy Zane compreso? Forse. Ma resta pur sempre quella faccenda del presunto plagio, e non ne abbiamo ancora parlato.

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ZOOLANDER COPIA ELLIS?

Avete mai letto Glamorama? Se non l’avete fatto, dovreste. Nel senso: dovreste leggere tutti i romanzi del suo geniale autore, Bret Easton Ellis (da Meno di zero giù fino a Bianco, passando ovviamente per quel capolavoro che è American Psycho). Bene, di cosa parla Glamorama, romanzo di Ellis del 1998? Di un modello che si ritrova alle prese con una cospirazione, in una storia che prende per i fondelli la celebrity culture per cui il mondo intero va matto. I tratti in comune che la trama di Zoolander presenta con la sua opera non vanno comprensibilmente a genio allo scrittore, che minaccia causone legali importanti.

Quattro anni dopo, però, quando la BBC chiede ad Ellis di parlare della faccenda, lui risponde che non può, perché nel frattempo ha raggiunto un accordo extragiudiziale con la produzione del film. Tradotto: gli hanno dato dei soldi, e buona camicia a tutti.

ZOOLANDER DUE SCATOLE

E tutto è bene quel che finisce bene, non fosse che qualcuno ha avuto la malsanissima idea di portare avanti la storia di Zoolander. E non sto parlando evidentemente del film animato Zoolander: Super Model, uscito su Netflix nel 2016 solo in una manciata di paesi e poi approdato nel 2020 su CBS All Access, ma del coevo, terribile film sequel. Zoolander 2, sempre del 2016, al momento l’ultima regia di Stiller. Il film costato il doppio del primo capitolo e capace di incassare pure meno.

“Perché Ben, perché?”, avrei voluto chiedergli, dopo aver avuto la cattiva sorte di guardare questa – pare – commedia che non fa ridere. Ma lui probabilmente avrebbe risposto non dico con una Magnum, ma almeno con una Blue Steel, e se ne sarebbe andato via. A recitare in altri duecento film.

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