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The Lost Daughter – La recensione del film di Maggie Gyllenhaal da Venezia 78

The Lost Daughter – La recensione del film di Maggie Gyllenhaal da Venezia 78

Di Lorenzo Pedrazzi

Elena Ferrante è forse più acclamata all’estero che in Italia, quindi non deve stupire che La figlia oscura sia stato adattato da Maggie Gyllenhaal per la sua prima regia cinematografica. L’attrice americana, anche autrice della sceneggiatura, compie una transizione intelligente sul piano linguistico e culturale, pur mantenendo intatto il tema centrale del romanzo. Un argomento delicato, soprattutto per due paesi – l’Italia e gli Stati Uniti – che sulla retorica della maternità hanno costruito un intero immaginario cine-televisivo.

La protagonista di The Lost Daughter è Olivia Colman nel ruolo di Leda, professoressa di letteratura italiana che affitta una casa per le vacanze in Grecia. Le vicende di una disordinata famiglia che frequenta la stessa spiaggia rievocano in lei il ricordo delle figlie, ora adulte. Leda le ha avute presto, e per lei non è stato facile occuparsi di loro mentre perseguiva la carriera universitaria. Ora, nel rapporto fra Nina (Dakota Johnson) e la figlia, Leda rivede qualcosa di sé stessa. Quando ruba impulsivamente la bambola della bambina, così simile a quella che lei stessa aveva regalato alle figlie, il legame con Nina e la sua famiglia diventa ancora più stretto, creando un cortocircuito fra passato e presente.

Gyllenhaal mette in scena questi passaggi temporali senza soluzione di continuità, adottando un registro che appartiene al cinema indie americano: inquadrature mosse e ravvicinate, camera a spalla, centratura quasi assoluta sui personaggi e i loro volti. Il taglio è molto intimista, come si conviene a una storia del genere. Si respira un’aria da cinema borghese che desta qualche perplessità (forse inevitabile: quando vediamo i turbamenti del ceto medio-alto, il compiacimento è dietro l’angolo), ma The Lost Daughter ha quantomeno il merito di spogliare la maternità della sua retorica conservatrice. La Leda che vediamo nei flashback è una madre in lotta con sé stessa, visceralmente umana nelle sue incertezze: una donna che mostra stanchezza, frustrazione, desiderio di autodeterminazione, insomma tutto ciò che la nostra cultura considera inappropriato e scandaloso per una madre. Jessie Buckley è fondamentale nel dare corpo a questi conflitti, preparando il terreno per la bravissima Olivia Colman. Se l’attrice irlandese si fa carico dell’insofferenza di una giovane Leda, tocca invece a Colman affrontare le conseguenze delle sue azioni passate, smarrita fra imbarazzi sociali e un senso di colpa divorante.

Peccato che il finale manchi di audacia, come se Gyllenhaal non sapesse quale strada prendere. Il ritorno a un’istituzione materna “tradizionale” dimostra che la sua influenza resta molto forte sul nostro immaginario, e la neo regista non riesce a metterla in discussione fino in fondo. Molto efficace, in compenso, l’impasto linguistico tra italiano e inglese che attraversa gran parte del film, donandogli un’aura cosmopolita spesso assente nel cinema americano. The Lost Daughter si rivela un esordio interessante, imperfetto ma dotato di un’identità precisa, anche in virtù di una trasposizione nient’affatto banale.

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