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The Last Duel – La recensione del film di Ridley Scott da Venezia 78

The Last Duel – La recensione del film di Ridley Scott da Venezia 78

Di Lorenzo Pedrazzi

Ci sono molteplici versioni di una storia, a seconda di chi la racconta. Rashomon ci ha dimostrato che ognuno mente per il proprio interesse, o comunque filtra le esperienze dal suo punto di vista: è anche per questo che giungere a una verità ultima e inconfutabile risulta così difficile. Ebbene, il tema ritorna in The Last Duel di Ridley Scott, film la cui struttura tripartita parcellizza la verità in tre versioni contrastanti, dove persino la natura dei personaggi e dei loro rapporti cambia radicalmente.

Questo discorso è ancora più evidente quando parliamo di violenze sessuali, ambito in cui la percezione delle due parti – maschile e femminile – è molto diversa. Alla base della sceneggiatura c’è il libro di Eric Jager che racconta la storia dell’ultimo duello ordalico combattuto in Francia, nel 1386. Il cavaliere Jean de Carrouges (Matt Damon) ha sposato Marguerite de Thibouville (Jodie Comer), ma senza ottenere tutte le terre che gli erano state promesse in dote. Il possedimento preferito dalla moglie è stato infatti ceduto al conte Pierre d’Alençon (Ben Affleck) per pagare alcuni debiti, e poi concesso in regalo a Jacques Le Gris (Adam Driver) come ricompensa per i suoi servigi. Quest’ultimo è il migliore amico di Carrouges, ma i rapporti tra i due s’incrinano, fino a spezzarsi definitivamente quando Marguerite accusa Le Gris di averla stuprata. Furioso, Carrouges sfida il suo vecchio compagno d’armi a un duello all’ultimo sangue, pratica quasi scomparsa ma ancora legale a quell’epoca.

Ridley Scott torna quindi a raccontare la tenzone fra due duellanti, 44 anni dopo il suo celebre film d’esordio. Stavolta, però, la centralità dei contendenti è solo di facciata: il nucleo del racconto è infatti Marguerite, il cui punto di vista sarà determinante per scoprire la vera verità. Prima del duello finale, The Last Duel ripercorre gli stessi eventi da tre prospettive diverse (Carrouges, Le Gris e la stessa Marguerite), spingendoci a mettere sempre in dubbio la versione precedente. È un meccanismo stimolante, poco usato nei drammi medievali. Se i due uomini tendono a essere molto indulgenti con loro stessi, Marguerite ci offre il punto di vista più denigrato dalla storia umana, ma anche il più credibile. In tempi di MeToo e polemiche sulla colpevolizzazione delle vittime, The Last Duel ci ricorda che lo sguardo femminile non ha mai avuto un peso nelle vite degli uomini (per non parlare della scienza e della legge), eppure è capace di mettere in crisi le ridicole convinzioni maschili. Peraltro, la diversa percezione dello stupro era centrale anche in Les Choses humain, altro film presentato fuori concorso a Venezia 78: lo stupratore non ammette mai la violenza, ma sostiene che il rapporto sia stato consenziente. Le parole o i gesti di rifiuto, a suo dire, erano solo una messinscena per salvare la reputazione. Sono passati più di 600 anni dagli eventi del film, ma nulla è cambiato su quel frangente.

Certo, il copione di Nicole Holofcener, Ben Affleck e Matt Damon non ci va tanto per il sottile, e confeziona dialoghi artificiosi che paiono tweet con l’hashtag #MeToo, poco plausibili in bocca a una donna del Trecento (e lo stesso vale per il linguaggio usato nella scena del processo). È chiaro l’intento di ritrarre un personaggio emancipato, che condivide alcuni tratti della coeva Christine de Pizan, al punto da sostituirsi al marito nella gestione delle tasse, degli animali e del castello. Detto questo, The Last Duel usa la struttura tripartita con una certa intelligenza, mostrando i lati nascosti dei protagonisti e le menzogne che si raccontano per alimentare il proprio ego o giustificare le loro azioni. Sono i personaggi maschili a mentire, manipolando la realtà con astute limature nei punti giusti. Se ne rendono conto, o ne sono davvero convinti? Impossibile dirlo, ma sia Carrouges sia Le Gris mettono in pratica una sorta di gaslighting ante litteram.

Non deve stupire che sia proprio Ridley Scott a dirigere un film del genere. La sua vicinanza ai temi del femminismo non è una novità, e inoltre The Last Duel gli permette di esprimere il suo elevato senso dello spettacolo, soprattutto nel brutale duello conclusivo. Non ha più la vocazione sperimentale degli inizi, e il suo cinema è ormai ben integrato a Hollywood (con tutte le forzature e le leziosità che caratterizzano le produzioni hollywoodiane in costume: Damon e soprattutto Affleck sono scelte di casting discutibili). Il desiderio di inseguire i soggetti e i temi che gli stanno a cuore, però, resta intatto.

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