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Star Wars: Visions, la recensione

Star Wars: Visions, la recensione

Di DocManhattan

Non è la prima volta che lo scrivo, a proposito di un’antologia di corti animati, e immagino non sarà neanche l’ultima, ma Star Wars: Visions è l’ennesimo esempio di come – nelle produzioni di questo tipo – la somma delle parti valga spesso più di quanto ogni singolo frammento è in grado di dirti. Si tratta di nove corti in arrivo domani su Disney+ e realizzati da sei diversi studi d’animazione giapponese. Evidentemente a rendere interessante il tutto è la visione che questi studi nipponici hanno saputo tirare fuori, ciascuno a modo proprio, del mondo di Star Wars e del suo mito, ritagliando al suo interno un po’ di spazio per delle piccole storie originali.

STAR WARS: VISIONS

CAVALIERI JEDI E ANIME DI GOTHAM

No, non è ovviamente la prima volta. Non solo perché i giapponesi hanno già plasmato a modo proprio la saga di Lucas in tutta una serie di manga, videogiochi e quant’altro, ma perché l’idea stessa dell’approccio alla maniera del Sol Levante ai miti della cultura pop occidentale era alla fine quanto rendeva fighi gli episodi migliori che componevano il film Animatrix nel 2003, o in toto Batman: Il cavaliere di Gotham (Batman: Gotham Knight, 2008), per ripescare due esempi simili.

Solo che Animatrix e Batman: Il cavaliere di Gotham erano dei film antologici, e potevano contare su nomi importanti nel mondo dell’animazione giapponese, del calibro di Mahiro Maeda, Shin’ichiro Watanabe, Yoshiaki Kawajiri. Star Wars: Visions, per contro, è un prodotto pensato per la TV: per un nono c’è sempre di mezzo Production I.G, e almeno in uno dei suoi due episodi Studio Trigger fa le cose in stile Studio Trigger, ma tanto altro ha valori di produzione da prodotto televisivo, appunto.

A spartirsi i nove corti, la cui durata oscilla sostanzialmente tra i dieci minuti e il quarto d’ora, sono appunto Production I.G, Studio Trigger (Kill la Kill, Promare), Studio Colorido (Penguin Highway), Kinema Citrus (Made in Abyss), Science Saru (Japan Sinks: 2020) e Kamikaze Douga.

STAR WARS: VISIONS

ANIME IN CERCA DI UN’ANIMA

In dieci minuti non è semplice presentare una storia e i suoi protagonisti, creare del conflitto, sviluppare un’idea. Per quanto si sia saltato il lavoro di worldbuilding, perché quel mondo esiste già da oltre quarant’anni, non si fa a tempo a interessarsi a una di queste microavventure che ti trovi davanti i titoli di coda. Non aiuta il fatto che le storie in sé siano spesso, anche se fortunatamente non sempre, appena abbozzate. O giochino troppo sui temi su cui sono puntellate, si tratti di materiale della saga di Star Wars (come gli spiegoni sui cristalli kyber dell’episodio Il nono jedi, storia della figlia di un fabbricante di spade laser) o di esperimenti fusion che rielaborano classici del cinema giapponese.

Star Wars Visions

Si parte – e probabilmente non poteva essere altrimenti, visto che pure Lucas è partito da lì –  da Kurosawa con il ronin di The Duel, si torna spesso al villaggio rurale giapponese alle prese con cattivi da prendere a spadate laser, e si prosegue tirando dentro ogni tipo di sensibilità e stile dell’animazione nipponica. Da un intero episodio che declina in salsa Star Wars l’Astroboy/Atom di Tezuka (T0-B1) allo stile sporco, animato in modo volutamente grezzo e con un bianco e nero dalla pellicola graffiata, colorato solo da lampi ed esplosioni del già citato The Duel. Dallo stile Trigger di Hiroyuki Imaishi – ma senza la follia di Kill la Kill. Peccato – di The Twins (un doppio Star Destroyer? Due gemelli separati dal lato oscuro della Forza, che fanno il verso a Luke e Leia? Serviti) a un Boba Fett in versione chibi, per la storiaccia del bassista di una band che Jabba vuole morto (Tatooine Rhapsody).

STAR WARS: VISIONS

“NANI?”

Ci sono perfino un corto che mescola le animazioni da film d’animazione anni 60 come La grande avventura del piccolo principe Valiant a dei tuffi artistici nel rosso, ovviamente con tante laserate in un giardino zen (Arakiri), e un altro che tenta l’azzardo e si butta direttamente nel fantasy da primi film Ghibli, pur non avendone propriamente i mezzi tecnici (The Village Bride). E poi droidi, droidi dal cappello di paglia, tanti volti noti, padawan coi loro maestri e codini, astronavi.

Ne vale la pena? Fermo restando che in un’oretta e mezza circa si guarda tutto, Star Wars: Visions, la risposta è “dipende”. È chiaro che una produzione del genere esercita il suo fascino soprattutto su chi conosce e apprezza entrambi i mondi appena venuti in contatto. Ma dovendo proprio dire, magari più agli appassionati di anime a cui piace anche Star Wars, che il contrario.

 

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