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Diana tra fiaba e tragedia secondo Larraín: la recensione di Spencer da Venezia 78

Diana tra fiaba e tragedia secondo Larraín: la recensione di Spencer da Venezia 78

Di Lorenzo Pedrazzi

Pablo Larraín continua ad alternare film molto personali a progetti di grande impatto collettivo, e Spencer è forse la sua opera dal soggetto più “nazionalpopolare”. Certo, anche Jackie Kennedy è un personaggio ben radicato nell’immaginario comune, ma attorno a Lady Diana esiste un vero e proprio culto: la “principessa triste” è diventata un’eroina del popolo, l’emblema della purezza calpestata dal potere. Al di là di ciò che si pensa in proposito, la sua parabola tragica ha messo in discussione i protocolli della Corona britannica, alimentando il dibattito sulle sua presunta disumanità.

Spencer sceglie un episodio che sintetizza ogni aspetto della sua vicenda, optando per lo stesso approccio di Steve Jobs e dello stesso Jackie. Siamo nella residenza di Sandringham, dove la Famiglia Reale trascorre il Natale del 1991: Diana è già sulla bocca di tutti per il rapporto burrascoso con Carlo, e i suoi disturbi alimentari destano una certa preoccupazione. La casa dov’è cresciuta è poco distante, ma è stata recintata perché instabile e malridotta. Diana si ritrova così a mettere in relazione la sua infanzia felice e il suo cupo presente, soffocato dalle tradizioni della Corona e dall’infedeltà del marito. Visioni di Anna Bolena accompagnano i suoi tre giorni a Sandringham, mentre cerca di difendere i figli dal retaggio paterno.

Una didascalia lo dice chiaramente all’inizio del film: Spencer è “una fiaba basata su una tragedia vera”, senza pretese di realtà; e della fiaba conserva diverse caratteristiche, tra cui la principessa prigioniera, la servetta complice, il castello e la matrigna (qui suocera) cattiva. La sceneggiatura di Steven Knight dà al pubblico quello che vuole, contribuendo alla “santificazione” di Diana nella sua diversità: una donna che vuole vivere nel mondo e apprezza i piaceri semplici, contrapposta all’isolamento elitista dei reali. Inutile cercare una verità storica, Knight e Larraín preferiscono coltivare l’immaginazione. Non è un caso che lavorino sui simbolismi (il feticcio del vecchio cappotto paterno recuperato da uno spaventapasseri), e scelgano un finale liberatorio. In quanto arte popolare per eccellenza, il cinema offre un’insperata catarsi collettiva, anche quando si prende delle libertà rispetto alla Storia.

Larraín è sempre raffinatissimo nel costruire le inquadrature, donando una centralità assoluta all’altalenante Kristen Stewart (che, pur essendo credibile come Diana, risulta un po’ artificiosa quando incespica in faccette di maniera). Il regista e lo sceneggiatore sono bravi a trasfigurare Sandringham come una sineddoche del suo dramma interiore, ma certi snodi narrativi – soprattutto nell’epilogo – stridono un po’ con il resto. L’ansia di farne un’eroina tragica non aiuta, in tal senso: è come se Knight e Larraín cercassero l’approvazione del pubblico. Ciò non toglie che alcuni passaggi siano struggenti, in particolare quando il montaggio fa dialogare il passato e il presente: è lì che Spencer si fa più ispirato, e diviene una celebrazione intimista, al tempo stesso amara e gioiosa, della “principessa del popolo”. Larraín la restituisce fra le braccia di chi non ha mai smesso di amarla, consapevole che l’idealizzazione di un’icona abbia ben poco a che fare con la realtà.

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