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On the Job: The Missing 8 – La recensione del film di Erik Matti da Venezia 78

On the Job: The Missing 8 – La recensione del film di Erik Matti da Venezia 78

Di Lorenzo Pedrazzi

Otto anni dopo la presentazione di On the Job al Festival di Cannes, Erik Matti si prende una nuova ribalta internazionale con l’ambizioso sequel, On the Job: The Missing 8, che HBO Asia suddividerà in una miniserie dopo aver rimontato il primo capitolo. Intanto, però, a Venezia 78 ce lo siamo goduto in forma di lungometraggio, la cui durata fluviale – ben 208 minuti – non ne mitiga affatto la potenza. Anzi, per certi aspetti la valorizza.

Vedere il film precedente non è indispensabile per capire la storia: il contesto è lo stesso, ma i protagonisti cambiano. Al centro della vicenda troviamo Sisoy Salas, giornalista corrotto di La Paz, nelle Filippine, che lavora per un giornale locale chiamato LPN. Sisoy difende ciecamente il noto sindaco della città, Pedring Eusebio, e conduce un programma radiofonico dove deride chiunque cerchi di criticarlo. Quando otto colleghi di LPN scompaiono – compreso il suo amico Arnel Pangan e il figlioletto di quest’ultimo – Sisoy rimette in discussione la sua fedeltà al governo e comincia a indagare, rivoltandosi contro i suoi stessi padroni. Nella scomparsa delle otto persone è coinvolto anche Roman Rubio, un detenuto che viene fatto regolarmente uscire di prigione per compiere degli omicidi, salvo poi tornare in cella a lavoro finito. Disgustato dai suoi carcerieri e dalle loro richieste, Roman intraprende un cammino di libertà che incrocia quello di Sisoy.

In realtà le linee narrative sono più numerose, e s’intrecciano in un racconto complesso che riflette sul marciume delle istituzioni filippine. Al contempo, però, Matti è interessato alla corruzione dei media, troppo spesso conniventi del potere: On the Job: The Missing 8 non si limita ad assegnare il ruolo principale a un giornalista, ma affolla le inquadrature di schermate televisive o telematiche, dando corpo all’influenza dei media sull’opinione pubblica e al bombardamento informativo che ci travolge ogni giorno. Nella sua ricerca della verità, Sisoy deve nuotare controcorrente in questo mare di false notizie, insabbiamenti e violenze taciute, recuperando un’etica da lungo tempo smarrita. Matti è abilissimo a rendere l’idea di un caos dilagante, in grado di contagiare tanto la società civile quanto le disavventure dei protagonisti: la macchina da presa si muove nervosa tra i personaggi, le scene di massa sono gestite con gran cura, e l’azione esplode a livello parossistico. La scelta di accompagnarla con musiche dissonanti – c’è persino una versione locale di Bella ciao – genera uno straniamento che ci spinge a fare un passo indietro, a osservare la gravità degli eventi con maggiore coscienza critica.

Ne deriva un film magmatico ed eterogeneo, dove persino l’impasto linguistico di inglese e tagalog contribuisce ad alimentare il caos. In tal senso, la lunga durata fa il suo lavoro: ci trascina in una narrazione serrata che affastella intrighi e personaggi, dipanandoli minuziosamente fino all’irresistibile climax finale. On the Job: The Missing 8 supera i confini del thriller politico e diventa così un film di denuncia, il ritratto dell’anima oscura di un intero paese. Ma è anche un’epopea bizzarra e imprevedibile, a tratti persino ironica, che contrappone l’umanità del singolo alla disumanità del potere.

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