No Time to Die – La recensione dell’ultimo 007 con Daniel Craig

No Time to Die – La recensione dell’ultimo 007 con Daniel Craig

Di Lorenzo Pedrazzi

Tenere in vita una saga cinematografica per quasi sessant’anni non è cosa facile, anche perché ogni sua incarnazione deve rapportarsi con gli stravolgimenti del mondo reale. Il James Bond di Daniel Craig è stato il primo ad assorbire la disillusione e lo smarrimento post-11 settembre, aprendosi inoltre alle tendenze che dominavano il cinema d’azione nei primi anni Duemila: una fisicità più ruvida e viscerale, un approccio più “terreno”, e un marcato revisionismo dell’eroe. Erano i tempi di Bourne e Batman Begins, non dimentichiamolo.

La figura di Craig ha innescato anche un graduale processo di umanizzazione, che ha reso Bond meno imperturbabile, più fallibile e più coinvolto emotivamente. No Time to Die porta quindi a compimento un’evoluzione che, soprattutto nel dittico di Sam Mendes, ha rielaborato 007 in una dimensione più intimista, e talvolta persino melodrammatica. Cary Fukunaga è stato scelto anche per questo: la sua capacità di gestire toni molto eterogenei giova moltissimo al sequel, e lo mantiene forse più in linea con l’impronta di Mendes rispetto a quanto avrebbe fatto Danny Boyle, che ha lasciato la regia per divergenze creative.

Il risultato è un film che introduce almeno due svolte “storiche” nel franchise, confermando la solida continuità narrativa della pentalogia con Daniel Craig. Ritroviamo il suo Bond a Matera in compagnia di Madeleine Swann (Léa Seydoux), ma il loro sogno d’amore viene interrotto dalla Spectre, e 007 perde la fiducia nella donna che ama. Il passato di Madeleine è ricco di segreti, come dimostra l’affascinante prologo del film, che Fukunaga imposta come se fosse un horror di home invasion. Il lungo blockbuster che ne segue è invece più vicino agli standard bondiani, da cui recupera – aggiornandoli – quegli elementi fantascientifici che sono stati per lo più ignorati da Casino Royale in poi.

No Time to Die

La notevole durata, peraltro, è gestita piuttosto bene in sede di scrittura e di regia, essendo diligentemente cadenzata da scene d’azione molto spettacolari. In tal senso, Fukunaga si dimostra un cineasta affidabile per queste produzioni: non perde mai il controllo della storia, sa alternare i registri, e trova un compromesso fra tradizione e innovazione. Non che No Time to Die sia rivoluzionario, intendiamoci. Il template è sempre lo stesso, e la trama ha poco di nuovo, ma quantomeno si pone all’interno di un percorso evolutivo: Bond deve infatti navigare in un mondo che cambia, e la rivalità con la nuova 007 Nomi (Lashana Lynch) lo dimostra chiaramente. Un discorso simile vale anche per la Paloma di Ana de Armas, il più riuscito tra i nuovi personaggi. Senza dubbio gli interventi di Phoebe Waller-Bridge hanno influenzato la scrittura delle due donne, ma senza scadere in proclami didascalici che imboccano il pubblico. Anzi, l’apparente goffaggine di Paloma è molto lontana dagli stereotipi femminili del pinkwashing hollywoodiano.

Meno interessante – e qui sta il paradosso – è l’antagonista, elemento cruciale della saga. Il problema non è tanto l’interpretazione di Rami Malek nel ruolo di Safin, quanto la sua caratterizzazione, i suoi obiettivi. Non c’è molta complessità in questo cattivo guidato dal rancore, con un trauma infantile e piani da folle utopista: anche il suo discorso sulla violenza, nel faccia a faccia con Bond, resta in superficie. Peccato, perché il suo esordio nel flashback iniziale ha un certo impatto. No Time to Die preferisce però andare sul sicuro, poiché sceglie una struttura già rodata (compreso il “ritiro” di Bond ai tropici) e cerca strade nuove solo in frangenti molto specifici. Fukunaga ci mette del suo in alcune scene più raffinate, quando interrompe l’azione con pause ricche di suspense, o gira in piano sequenza uno degli scontri più brutali del film.

Ciò che più conta, però, è il cammino di Bond in quanto “mito”. Non più monolitico e imperscrutabile (com’è stato spesso – non sempre – in passato), 007 si adatta ai tempi, vive la tempesta delle passioni, prova dolore, cova risentimento. E fa scelte radicali, forse inevitabili, ma dettate dal cuore. Anche per questo, No Time to Die è un addio caloroso e appropriato al regno di Daniel Craig, uno degli interpreti più consapevoli che Bond abbia mai avuto. Di sicuro, quello che l’ha portato nel nuovo millennio.

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