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Mona Lisa and the Blood Moon – La recensione del film di Ana Lily Amirpour da Venezia 78

Mona Lisa and the Blood Moon – La recensione del film di Ana Lily Amirpour da Venezia 78

Di Lorenzo Pedrazzi

Se dobbiamo dar retta a quel vecchio meme cinefilo, anche Ana Lily Amirpour è fatta al 95% dei film che ha visto nella sua vita, come tutti noi. La nostra personalità e la nostra visione del mondo sono plasmate dall’immaginario con cui cresciamo, e chi fa cinema lo manifesta apertamente nel suo lavoro, soprattutto in tempi di citazionismo postmoderno. A partire da A Girl Walks Home Alone at Night, passando per The Bad Batch e ora Mona Lisa and the Blood Moon, la sua filmografia è una continua rielaborazione dei generi che ama, setacciati attraverso uno sguardo che cerca sempre la catarsi personale.

A tal proposito, non è difficile vedere una correlazione tra la stessa Amirpour e l’eponima Mona Lisa (Jeon Jong-seo), misteriosa ragazza coreana che fugge da un istituto psichiatrico di New Orleans. Vegliata da una luna rosso sangue, Mona comincia a vagare per la città, superando ogni ostacolo grazie ai suoi straordinari poteri: può infatti prendere il controllo dei corpi altrui, come una burattinaia. La spogliarellista Bonne Belle (Kate Hudson) si approfitta di lei per fare un po’ di soldi, ma Mona si affeziona al figlio undicenne della donna, Charlie (Evan Whitten), e cerca la sua strada in un mondo ostile.

Risuonano qui gli echi di molti thriller sovrannaturali degli anni Ottanta, come Scanners e Firestarter, ma la regista ha un modo tutto suo di filtrarne i modelli. Mona Lisa and the Blood Moon predilige infatti un approccio meno greve, ritmato dalla musica techno e dalla cultura rave. Sul piano stilistico, inoltre, è decisamente più prossimo al decennio successivo: i colori fotoluminescenti ricordano l’estetica giocosa e antinaturalista che andava di moda negli anni Novanta, mentre le atmosfere metropolitane – soprattutto notturne – sono figlie del cinema thriller/horror di quel periodo. Mona Lisa si muove da outsider in tale contesto, poiché Amirpour crede nel fantasy come genere rivoluzionario, in grado di dare potere ai reietti. Figlia di immigrati iraniani, nata in Inghilterra ma cresciuta negli Stati Uniti, la cineasta sa bene cosa vuol dire sentirsi fuori posto, caratteristica ricorrente nelle sue eroine. Mona è come un’aliena su un pianeta sconosciuto, e certi suoi comportamenti da “straniera in terra straniera” ricordano la Sil di Specie mortale (senza dimenticare Laura in Under the Skin, per certi versi). Nel suo caso, però, la violenza è solo una reazione uguale e contraria, finalizzata alla mera sopravvivenza.

In effetti, Amirpour mette la protagonista a confronto con vari sistemi di oppressione strutturale, in primo luogo verso le donne, ma senza alcun vittimismo né proclami essenzialisti. Anche l’opportunismo di Bonne, in fondo, nasce dall’istinto di sopravvivenza. Solo Charlie, giovane e quindi incontaminato, può stabilire un legame di reciproca empatia con Mona, e il loro rapporto è l’aspetto più tenero del film. Anche in virtù di questa solidarietà fra “ultimi”, Mona Lisa and the Blood Moon si fa perdonare una trama fin troppo lineare, priva di sorprese, oltre all’assenza di spiegazioni sulle origini della protagonista. È un modo di intendere il fantastico che basta a sé stesso, senza bisogno di mitologie o chiarimenti di sorta: sono sufficienti una certa onestà di fondo, unita a un grande amore per il genere. E qui c’è abbondanza di entrambi.

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