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Madres paralelas – La recensione del film di Almodóvar da Venezia 78

Madres paralelas – La recensione del film di Almodóvar da Venezia 78

Di Lorenzo Pedrazzi

Ciò che resta, nel cinema di Pedro Almodóvar, sono sempre le donne. La scena più emblematica è forse l’incipit di Volver, dove le vedove di Alcanfor de las Infantas pulivano con cura le tombe dei mariti, ormai scomparsi da tempo: le superstiti, custodi del passato e della memoria, erano proprio loro. Ebbene, questo concetto diviene ancora più chiaro in Madres paralelas, film che – forse per la prima volta – sistematizza le sue riflessioni in un discorso storico-politico.

Da grande innovatore del melò, Almodóvar ama forzare i confini del genere, spingendolo fino ai territori del camp e dell’ironia paradossale. Stavolta, però, sceglie una strada diversa: il filo conduttore è infatti l’eredità del passato in ottica anti-negazionista, quindi militante. Janis (Penélope Cruz) è un fotografa di moda che vuole riesumare i resti del bisnonno e di altri uomini, uccisi dai falangisti durante la guerra civile spagnola. L’incarico viene affidato a un antropologo forense, Arturo (Israel Elejalde), uomo sposato con cui Janis intraprende una relazione clandestina. Rimasta incinta, condivide la stanza in ospedale con la diciassettenne Ana (Milena Smit), figlia di un’attrice (Aitana Sánchez-Gijón) che sta per fare il grande salto in teatro. Le vite delle due donne sembrano dividersi dopo la nascita delle rispettive bambine, ma finiranno per stringere un legame inaspettato nel momento del bisogno.

Più che “parallele”, in effetti, le vicende di Janis e Ana sono incrociate. Circondate da uomini impalpabili (almeno in principio), scorgono l’una nell’altra un destino comune, ben oltre la sorellanza. Entrambe reinterpretano le “madri imperfette” di Almodóvar in modo del tutto personale, sono esseri umani che uniscono le rispettive solitudini di fronte a un mondo anaffettivo (la madre di Ana) o troppo esitante (Arturo). Come al solito, le donne sono quelle che rimangono: non solo Ana e Janis, ma anche la migliore amica di quest’ultima (una meravigliosa Rossy De Palma) e le discendenti degli uomini uccisi dai franchisti. Sono l’avanguardia che tiene viva la fiamma del ricordo, collegando passato e futuro.

In tal senso, Madres paralelas desta l’impressione di assistere a due film distinti. È il dramma incrociato di due madri, certo, ma la sua cornice cambia registro, confutando il negazionismo post-fascista con un finale toccante che recupera le verità storiche: è lì che Almodóvar scova la reale sofferenza delle persone, la tragedia di uomini e donne lasciati a marcire sottoterra o nel dolore. E non è un caso che sia proprio questa tragedia – o la sua lancinante memoria – a unire i personaggi in una famiglia allargata, coesa e anticonvenzionale. Nel superamento dei legami di sangue, Madres paralelas individua la chiave per la sopravvivenza.

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