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Illusions Perdues – La recensione del film di Xavier Giannoli da Venezia 78

Illusions Perdues – La recensione del film di Xavier Giannoli da Venezia 78

Di Lorenzo Pedrazzi

I germi della contemporaneità si nascondono spesso nei classici letterari, e Illusioni perdute di Balzac – da molti considerato il suo miglior romanzo – prefigura le ombre di una civiltà che sacrifica l’etica sull’altare del profitto. La trasposizione di Xavier Giannoli valorizza proprio la caratura “profetica” dell’opera, concedendosi alcune libertà che avvicinano la parabola di Lucien Chardon alla sensibilità odierna: la sua storia si svolge durante la Restaurazione francese, ma il presente non è così lontano.

Lucien (Benjamin Voisin) è un giovane poeta di Angoulême che si trasferisce a Parigi con la Baronessa Louise de Bargeton (Cécile de France), sua amante e mecenate. Il ragazzo spera di avere successo con i suoi componimenti, ma non è abituato agli usi e costumi della capitale; soprattutto, insiste nel farsi chiamare con il cognome nobile della madre, Rubempré, destando un certo scalpore presso la potente Marchesa d’Espard (Jeanne Balibar), cugina di Louise. Quest’ultima decide di abbandonarlo per evitare l’emarginazione sociale, e Lucien si ritrova solo e povero in canna. L’incontro con un giornalista, però, gli spalanca le porte di un salace quotidiano che si fa pagare profumatamente per recensire libri o spettacoli teatrali, influenzando l’opinione pubblica. Lucien ha una penna brillante, e diviene ben presto una celebrità nella Ville Lumière. L’ostilità dell’aristocrazia parigina, però, mette a repentaglio tutto ciò che ha costruito, inclusa la sua relazione con l’attrice Coralie (Salomé Dewaels).

Avere successo equivale a farsi dei nemici, questo è ovvio, ma la rovina di Lucien è in gran parte autoinflitta. “A mio fratello, che crede nell’avventura della bellezza” recita l’augurio di sua sorella in vista della partenza: ebbene, Lucien tradisce il proprio candore poetico per inseguire la fama, ammaliato dalle sirene di un sistema perverso. Se la compravendita del talento è pratica quotidiana, l’etica giornalistica non esiste più, e Giannoli proietta Lucien in un ciclone edonistico che pare la versione ottocentesca di The Wolf of Wall Street. Al di là degli splendidi costumi di Pierre-Jean Larroque, colpisce l’abilità del regista nel costruire inquadrature potenzialmente iconiche, e nel gestire scene corali ricche di vita. Il contrasto fra opulenza e miseria – le due fasi nell’esistenza di Lucien – è ben delineato dalle sue interazioni con gli altri personaggi, e Benjamin Voisin possiede quell’amalgama di fascino, talento e dolcezza per rappresentarle entrambe. Dal canto suo, Giannoli si prende tutto il tempo per raccontare genesi, ascesa e caduta di questo eroe infelice, figura tipica nella letteratura del Diciannovesimo Secolo. E fa bene: nei suoi 144 minuti, Illusions Perdue non ha mai nulla di ridondante, ma lascia che il dramma di Lucien si consumi gradualmente, per tappe progressive.

Sembrava un adattamento impossibile, eppure Giannoli ha saputo condensare il voluminoso romanzo in una narrazione esaustiva. Persino il narratore extradiegetico è una soluzione una volta tanto sensata, non solo per le radici letterarie della sceneggiatura, ma perché il regista la giustifica con un espediente semplice ed efficace, che chiude il cerchio. Ne deriva un film al contempo trionfale e amarissimo, un’epica di ambizione e rivalsa che indaga le origini dei nostri tempi, tra sopraffazione economica e impossibilità di salire la scala sociale. Una delle opere migliori di Venezia 78.

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