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Dune, il ritorno della fantascienza monumentale: la recensione da Venezia 78

Dune, il ritorno della fantascienza monumentale: la recensione da Venezia 78

Di Lorenzo Pedrazzi

Se ancora esiste una sfida per i colossal hollywoodiani, quella è certamente la trasposizione di Dune. Un compito arduo non solo per la portata del romanzo, ma anche per il suo scarso appeal commerciale in tempi di blockbuster usa e getta, che tendono a infantilizzare i gusti del pubblico. David Lynch ci aveva provato con un adattamento fascinoso ma confusionario, mentre il progetto di Alejandro Jodorowsky resterà sempre uno dei più grandi rimpianti della storia del cinema. Denis Villeneuve, dal canto suo, ha già dimostrato di saper gestire la fantascienza “adulta”, e il romanzo di Frank Herbert gli permette di espandere le sue ambizioni: il regista di La donna che canta, infatti, ci offre una sua personale rilettura dell’odierno cinema seriale, e sceglie di suddividere il libro in due film. È quindi inevitabile che Dune lasci un vago senso d’incompiutezza, ma ci introduce in un universo talmente ricco da meritare una trasposizione così dettagliata.

La storia di Paul Atreides (un calzante Timothée Chalamet) è il paradigma di molti “eletti” del nostro immaginario fantascientifico, da Luke Skywalker a Neo, ed è calato in una complessa mitologia che rielabora feudalesimo, messianismo, Lawrence d’Arabia e droghe psicotrope. Non a caso, l’economia di questo lontanissimo futuro (siamo nel 10191) ruota attorno alla spezia, una sostanza estratta dal pianeta desertico di Arrakis, capace di schiudere tutto il potenziale della mente umana. La famiglia Atreides viene incaricata dall’imperatore Shaddam IV di sostituire i rivali Harkonnen nella gestione di Arrakis, ma la situazione è molto più complessa di quanto sembri: l’imperatore trama infatti con gli Harkonnen per eliminare gli Atreides, mentre Paul è sospettato di essere lo Kwisatz Haderach, l’essere supremo creato dalla sorellanza Bene Gesserit tramite un lungo programma genetico.

Villeneuve e gli altri sceneggiatori, Jon Spaihts ed Eric Roth, sono abili a ricombinare alcuni elementi del libro per delineare questo contesto fin dalle prime battute, senza espedienti didascalici o troppo invasivi. In effetti, la prima parte del romanzo viene parzialmente ristrutturata per integrare alcuni episodi della seconda, in modo da chiudere una “fase” della trama e aprirne un’altra. Dune finisce così per piegarsi alle logiche del franchise seriale, ma quantomeno ha il merito di interpretarne le regole a modo proprio: il regista canadese opta infatti per una costruzione graduale, ragionata, che rende giustizia – per quanto possibile – alle sfaccettature dell’opera. Si percepisce un alone messianico greve e solenne, ben lontano dai balbettii di molti blockbuster contemporanei. L’estetica stessa è monumentale, come già Villeneuve ci aveva abituati nei suoi lavori di fantascienza, Arrival in primis. Non è il cineasta adatto per rielaborare il contenuto allucinatorio del romanzo, questo è chiaro: Villeneuve è un razionalista, lucido e minuzioso, o almeno lo è diventato nel corso degli anni (film come Un 32 août sur terre e Maelström sembravano puntare in una direzione diversa). Il suo adattamento, se mai, guarda all’attualità delle guerre in Medio Oriente, con cieli notturni brulicanti di luci mortali ed esplosioni improvvise che rischiarano il buio. Ma, al contempo, è anche ricco di riferimenti al colonialismo occidentale, con tutte le sue contraddizioni sociali ed ecologiche. D’altra parte, il romanzo di Herbert si conferma molto attuale: gli argomenti trattati dallo scrittore americano ritornano ciclicamente nella storia umana, e non invecchiano mai.

L’unicità del progetto è proprio questa. Nel quadro di una produzione colossale, Dune non censura quasi nulla (a parte la pederastia del Barone Harkonnen, che però potrebbe manifestarsi nell’eventuale sequel), e non edulcora i temi del libro. Anche la spettacolarizzazione non è affatto gratuita, ma rispecchia gli eventi del romanzo e sembra rifarsi alla Hollywood di tradizione classica, seppure aiutata da un’ottima CGI. L’azione stessa è pulita e rigorosa, priva di inutili orpelli. La focalizzazione, piuttosto, è di stampo interiore, tutta concentrata nei dubbi di Paul, nei sensi di colpa della madre Jessica, nell’onore malinconico del padre Leto. È un peccato non sapere con certezza se vedremo mai un sequel, perché quel finale tronco – inutile negarlo – grida vendetta, soprattutto in virtù dell’ottima costruzione che è venuta prima. Dobbiamo sperare che Hollywood sia abbastanza matura da concedere a Villeneuve di terminare la sua saga, regalandoci così una nuova, memorabile epopea cinematografica.

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