Il grande fraintendimento sul Dune di Denis Villeneuve

Il grande fraintendimento sul Dune di Denis Villeneuve

Di Roberto Recchioni

Avete mai sentito una casa di produzione o distribuzione dire “questo è un film in cui non crediamo moltissimo perché la sceneggiatura è troppo lunga, oscura e complicata, c’è pochissima azione e tantissimi dialoghi, il regista viene da incassi non molto buoni, il libro da cui è tratto non è più così popolare e conosciuto e, per tutti questi motivi più altri, non ci abbiamo investito sopra molti soldi?”.
Io, mai. Perché produttori e distributori hanno come primo interesse quello di venderli i film, e di venderli alla platea più vasta possibile, in maniera da fare molti soldi e poter fare altri film, che saranno a loro volta venduti, faranno altri soldi e via dicendo. È così che si alimenta la macchina del sistema cinematografico tutto. È una cosa del tutto normale e lecita, anzi, mi spingo più avanti: è una cosa giusta. Questo devono fare quelli che i film li producono e li distribuiscono: generare interesse nelle loro opere-prodotto, in modo da spingere la gente a spendere dei soldi per vederle.

Il compito della critica però è un altro. Il compito della critica è andare oltre ai teaser, ai trailer, ai comunicati stampa, ai junket e guardare il film per quello che è davvero.
Prendiamo il caso del Dune di Denis Villeneuve, per esempio. Se dovessimo basarci sui trailer, sui comunicati stampa e sulla comunicazione glamour fatta in quel di Venezia, potremmo pensare di trovarci davanti a un nuovo e costosissimo blockbuster fantascientifico, pieno di azione, esplosioni, astronavi, raggi laser, pianeti alieni, combattimenti e grandi effetti speciali, diretto dal regista più di moda degli ultimi anni e con un cast stellare, composto dal meglio delle nuove divinità hollywoodiane. E, in funzione di questo ritratto costruito dall’ufficio marketing, finiremmo per giudicare il film sotto la luce di quello che credevamo che fosse e non di quello che è, e probabilmente ne rimarremo delusi perché, diciamolo chiaramente, come “costosissimo blockbuster pieno di azione ed effetti speciali”, il nuovo Dune è davvero un film terribile.

Solo che il punto è che il nuovo film di Villeneuve non è un “costosissimo blockbuster pieno di azione ed effetti speciali” ma è tutta un’altra cosa e come “altra cosa” andrebbe visto e criticato.
Facciamo quindi un poco di debunking, ok?

Partiamo dalla questione del “costoso”.
Ecco, il Dune di Villeneuve non lo è per niente.
Il costo dichiarato della pellicola è di centosessantacinque milioni di dollari.
Sembrano tanti, eh? Non lo sono. Calcolate che negli anni ancora pazzi di Hollywood, quando davvero non si badava a spese, il terzo Pirati dei Caraibi (2007) ne costò trecento, Avatar (2009) si attestò sui duecentotrentasette, Transformers 3 (2011) centonovantacinque, John Carter (2012) e Lone Ranger (2013) duecentocinquanta. In tempi più recenti e meno assurdi, un film di medio cabotaggio dei Marvel Studios si aggira tra i centocinquanta e i duecento milioni. E le produzioni di fascia media dei Marvel Studios raramente portano in scena più di un attore di forte richiamo (e quindi, costoso). Anzi, certe volte non ne hanno proprio nessuno.
Ma se vogliamo parlare di film senza protagonisti particolarmente costosi, Tenet è costato duecento milioni.
Quindi, se teniamo in conto il numero di grandi attori presenti nel Dune di Villeneuve e il loro cachet, è chiaro che una parte importante del film se ne è andata via per loro e che il restante è servito al regista per mettere in piedi una produzione medio-piccola che ha dovuto fare non pochi compromessi. Compromessi che si vedono negli effetti speciali, mai troppo convincenti e spesso utilizzati in scene buie. Lo si vede nel lavoro complessivo di design, che alterna elementi ricercatissimi ad altri dozzinali ma che, soprattutto, mostra una scarsa coesione, come se i vari reparti si fossero parlati poco, sintomo evidente di uno sviluppo complessivo veloce. Lo si vede negli oggetti di scena, spesso di matrice industriale e non costruiti per il film (ho ancora negli occhi una brocca dell’Ikea posta su di un tavolino Harkonnen e quei maledetti guanti da moto della Oakley, per nulla camuffati nelle tute dei Fremen) e lo si vede (tanto) nella scarsità di grandi strutture architettoniche fantastiche, inquadrate sempre in campi lunghi e realizzate tutte in digitale (e non un bel digitale).
Poi, sia chiaro, tutte queste sbavature sono poca cosa rispetto allo splendido occhio di Villeneneuve, capace di nobilitare qualsiasi cosa inquadri e il film trova comunque una sua naturale spettacolarità nel deserto del Wadi Rum (che ha sempre fatto la sua porca figura al cinema, da Lawrence d’Arabia in poi) ma, insomma, i limiti ci sono e sì, se si presta attenzione, si vedono.

Passiamo al discorso “blockbuster”.
Dune è una storia che parla di politica, di imperialismo e colonialismo, di ecologia, di religione come oppio dei popoli, di messia e falsi messia, di libertà. Di porte della percezione, di filosofia, di droga, di potere, di destino e di autodeterminazione. Come si può credere, avendo anche solamente una conoscenza minima del materiale di base, che una materia così densa e stratificata possa diventare un classico blockbuster supereroistico? Dune è un romanzo di fantascienza dei tardi anni sessanta: è ostico, metaforico, a tratti lisergico e visionario, sempre complesso. L’austera e cronachistica scrittura di Herbert rifugge da qualsiasi spettacolarizzazione, le sue battaglie sono risolte in stringati paragrafi per lasciare spazio a lunghissime digressioni politiche e sociali. Sul serio basta un trailer con un pianeta di sabbia, due astronavi e due esplosioni (le uniche due presenti nel film) per far credere allo spettatore (e al critico sprovvisto degli strumenti cognitivi minimi) di trovarsi davanti al prossimo (ennesimo) Star Wars? 

E questo ci porta al terzo punto, le “aspettative”.

Dune è stato trattato e lanciato come l’inizio di una grande epopea. Il Game of Thrones cinematografico. Allora spiegatemi perché chi lo ha prodotto ha sì accettato l’idea di dividere il primo romanzo di Herbert in due film ma non ha garantito che il secondo film si farà automaticamente. Bisogna vedere come andrà il primo. Se le cose dovessero mettersi male, la pellicola di Villeneuve resterà per sempre monca, un’opera compiuta a metà.
Ma del resto, è anche difficile dargli torto, sapete?
Per quanto il libro di Frank Herbert sia ritenuto “il romanzo di fantascienza più venduto di tutti i tempi” bisogna ricordare che lo è diventato in cinquantacinque anni, che molti dei suoi lettori, in questo lasso di tempo, sono morti, che oggi non è più noto come un tempo tra i giovani o nelle fasce più generaliste del pubblico. Questo nuovo adattamento cinematografico non è per nulla una “scommessa sicura”, specie se teniamo conto che per quanto Dune sia un’opera che il cinema e la televisione hanno inseguito spesso (QUI parlo di tutta la storia del romanzo), nessuna sua trasposizione (tranne quelle videoludiche) si sono poi dimostrate un successo. Di solito, anzi, sono state un disastro. Quindi, non è per nulla strano che Warner e Legendary ci stiano andando con i piedi di piombo.

Dune

E siamo finalmente arrivati al “quindi”.
Quindi, questo Dune di Villeneneuve è bello o brutto?
Dipende. Se lo andrete a vedere aspettandovi un blockbuster, credo che lo troverete brutto. Lungo, noioso, confuso, non così spettacolare e, soprattutto, povero. Però, ve lo devo dire, è più colpa vostra che del film.
Se, invece, lo inquadrerete per quello che è, cioè un film d’autore, penso che potreste trovarlo straordinario, bellissimo a vedersi e a sentirsi, ipnotico, mesmerizzante e, soprattutto, ricchissimo (perché capita di rado di vedere film così difficili e autoriali girati con tanti soldi).
Per quello che riguarda me, pur non ritenendolo un film perfetto, grazie a Dune mi sono riconciliato con un regista che ho amato molto ma che credevo che si fosse perso nella macchina hollywoodiana. Invece c’è ancora, ha ancora un talento cristallino e tantissimo coraggio.
 Cosa si può pretendere di più?

Qualche nota a margine:

– Tutto il cast fa un lavoro straordinario per conferire corpo e umanità a personaggi non semplici. Timothée Chalamet in particolare è chiamato alla prova più difficile della sua carriera e la supera splendidamente. Zendaya però fa un poco la bella statuina.

– La fotografia di Greig Fraser è da urlo.

– Che lo amiate o lo odiate, Hans Zimmer è unico (nonostante i suoi mille imitatori) e qui compone forse la sua migliore colonna sonora.

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