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Cary Fukunaga, una carriera imprevedibile da True Detective a No Time to Die

Cary Fukunaga, una carriera imprevedibile da True Detective a No Time to Die

Di Marco Triolo

Non è da tutti, per lo meno non tra i registi americani, debuttare nel lungometraggio con un film in lingua spagnola. Eppure è quello che ha fatto Cary Joji Fukunaga con Sin nombre (2009), film incentrato sul membro di una gang messicana che entra in contatto con una famiglia dell’Honduras sulla strada per gli Stati Uniti. Dopo aver vinto, grazie a Sin nombre, svariati premi, tra cui il premio alla migliore regia al Sundance Film Festival, Fukunaga sarebbe passato a dirigere un adattamento di Jane Eyre e la prima stagione di True Detective, per finire col dirigere il nuovo film di James BondNo Time to Die, che arriverà nelle nostre sale il 30 settembre da Universal Pictures.

Il termine che state cercando è “eclettico”. Ma d’altro canto parliamo di un regista con un background decisamente non comune: figlio di un padre nippo-americano di terza generazione (nato in un campo di prigionia durante la Seconda Guerra Mondiale) e di una madre svedese-americana, al 100% californiano, rampollo di una famiglia di insegnanti e scienziati, Cary si appassiona di storia, vuole fare lo snowboarder e alla fine si decide per il cinema. Il suo background variegato è perfettamente rispecchiato dalla sua versatilità nel lavoro: da un dramma sull’immigrazione passa a un film in costume, per poi dirigere un film di guerra ambientato in Africa (Beasts of No Nation) e due progetti televisivi di alto profilo. In cui il termine televisivo sarebbe meglio metterlo tra virgolette, perché sia True Detective che Maniac fatica a rientrare in categorie predeterminate.

La prima stagione di True Detective, realizzata per HBO e scritta da Nic Pizzolatto, è l’opera che lo ha trasformato da Cary Fukunaga a CARY JOJI FUKUNAGA, da promessa a nome su cui puntare quando si cerca il progetto commerciale fatto con piglio autoriale e intelligenza. È anche una delle opere che ha rilanciato Matthew McConaughey nell’immaginario collettivo, regalandogli una parte complessa e tormentata, esattamente quello che l’attore stava cercando all’epoca per discostarsi dalla sua carriera nelle rom-com. La prima stagione di True Detective coglie talmente bene lo zeitgeist da generare un seguito para-religioso, pronto a riversare secchiate di guano sulla stagione 2, forse la più incompresa stagione televisiva di sempre.

Beasts of No Nation arriva l’anno seguente ed è un po’ visto come la prova del nove, o la va o la spacca. La critica lo aspetta dietro l’angolo, per dire alternativamente “Visto? Lo sapevo che era una fregatura” o “Una grande conferma”. Ma il film Netflix, per quanto ben realizzato e non privo di una visione, non sposta l’ago della bilancia né da una parte né dall’altra. A quel punto arriva IL progetto. Anzi, IT progetto.

Fukunaga viene scelto per dirigere It per conto della Warner Bros. Già all’epoca si parla di un film in due parti, e il regista sembra avere idee abbastanza radicali sull’adattamento del testo di Stephen King. Ed è forse proprio per questa visione artistica fuori dal comune che Fukunaga sceglie di lasciare il progetto poco prima delle riprese, nell’estate del 2015.

Subito dopo sceglie di cambiare ancora una volta traiettoria e torna a collaborare con Netflix, questa volta per una miniserie molto ambiziosa. Si intitola Maniac ed è interpretata da due stelle in crescita come Emma Stone e Jonah Hill. È la storia di due persone problematiche che si incontrano quando entrano a far parte di una sperimentazione farmaceutica che dovrebbe risolvere per sempre i loro problemi. Maniac, creata dal regista insieme a Patrick Somerville e basata su una serie norvegese, è un oggetto strano, ipnotico, ambientato in una sorta di realtà parallela dal gusto rétro, che parla di rapporti umani con un tono fantascientifico/lisergico e si regge sulle spalle di due star affiatatissime.

Un ottimo biglietto da visita per una carriera che, per quanto varia e interessante, non ha ancora messo a fuoco una direzione. Cary Fukunaga sa fare di tutto, ha gusto per la messa in scena e le atmosfere oniriche, ma, complice anche la debacle di It, non ha ancora trovato il perno attorno al quale operare la svolta decisiva. Ed è qui che entra in scena Bond, James Bond.

In una sorta di strano contrappasso, Fukunaga eredita Bond 25 da Danny Boyle, che lo aveva sviluppato insieme allo sceneggiatore John Hodge ma aveva lasciato la produzione a pochi mesi dalle riprese (programmate allora per dicembre 2018). In cerca di un rimpiazzo entro sessanta giorni per poter mantenere ferma la data di uscita (parliamo del pre-Covid), Eon Productions propose il film a Cary Fukunaga, che in precedenza aveva espresso interesse per la saga ed era anche stato considerato per la regia di Spectre, prima che Sam Mendes decidesse di tornare.

Con l’ingresso di Fukunaga, il progetto si tramuta in No Time to Die e diventa un Bond da Guinness dei primati. È il primo film canonico della saga a essere diretto da un regista americano, ed è solo il terzo a essere scritto da una donna. Phoebe Waller-Bridge viene infatti coinvolta, su richiesta di Daniel Craig, per rimettere mano alla sceneggiatura di Neal Purvis e Robert Wade (con stesure non accreditate di Paul Haggis e Scott Z. Burns). Prima di lei, c’era stata solamente Johanna Harwood, co-sceneggiatrice di Agente 007 – Licenza di uccidere e A 007, dalla Russia con amore.

No Time to Die arriverà nelle sale la settimana prossima, dopo una lunga attesa causata dalla pandemia. E finalmente potremo farci un’idea di come sia un Bond diretto dall’autore di True Detective e Maniac. Che, per altro, avrebbe voluto ambientare due terzi del film nella testa di Bond, salvo poi capire da solo che una cosa del genere lo avrebbe probabilmente fatto sbattere fuori anche da questa mega-produzione. Quale sarà il compromessa tra la sua visione originale e le necessità di una major? Lo scopriremo presto.

Nel frattempo, Cary Fukunaga non è rimasto con le mani in mano e sta già lavorando al suo prossimo progetto. Ancora una volta è un ritorno alla TV di qualità, come regista dei primi tre episodi di Masters of the Air, terza parte nella saga sulla Seconda Guerra Mondiale prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks, dopo Band of Brothers e The Pacific. Al posto di HBO, stavolta ci sarà Apple TV+.

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