The Suicide Squad – La recensione di Roberto Recchioni

The Suicide Squad – La recensione di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

Immaginate che al mondo esistano solamente due o tre bambini particolarmente ricchi e che questi
bambini possiedano la maggior parte dei giocattoli, presenti e passati.
Immaginate pure che questi bambini non sappiano cosa farci con questi fantastici balocchi perché privi di fantasia, e che per questo chiamino altri bambini, molto più ingegnosi di loro, per farceli giocare.
E poi immaginate che questi bambini ricchi, possessori di tutti i divertimenti del mondo, siano anche un poco prepotenti e non permettano agli altri bambini di esprimersi liberamente ma gli dicano come debbano giocare. Se qualcuno non li sta a sentire, loro si riprendono il giocattolo che gli avevano dato e lo mettono nelle mani di qualcun altro.
Questa, grossomodo, è la condizione in cui si trovano più o meno tutti i creativi nei confronti delle multinazionali dell’intrattenimento, ormai detentrici di gran parte delle proprietà intellettuali che l’essere umano ha creato e messo sotto copyright. Nonostante questo, alcuni autori riescono a stare a queste regole e trovano una via per esprimere comunque la loro individualità. È il caso, per esempio, di James Gunn, un regista pazzerello che prima di approdare alla corte della Disney-Marvel era conosciuto per essere una delle più talentuose giovani leve della Troma (sua la regia, assieme a Lloyd Kaufman di quel capolavoro del weirdo che va sotto il nome di Tromeo and Juliet), per una web serie parodistica a tema pornografico (James Gunn’s PG Porn), per un delizioso e scemissimo horror a basso budget con Nathan Fillion come protagonista (Slither) e per Super, un crudissimo e bellissimo film di superereoi dal taglio realistico (con tutto quello che ne consegue in termini di violenza e disincanto da un approccio simile al genere).
E poi, il grande balzo: Kevin Feige (dimostrando non poco acume) lo invita a casa sua per la merenda e per giocare con dei vecchi pupazzetti che ha ritrovato in uno scatolone impolverato: i Guardiani della Galassia.
Adesso, chiariamo un punto: prima che i Marvel Studios rimettessero sulla mappa del mondo i Guardiani, il gruppo di eroi spaziali creato da Arnold Drake e Gene Colan era noto (e nemmeno tanto) solo ai più appassionati lettori dei fumetti della Casa delle Idee. Persino nel momento della loro massima popolarità cartacea (nei primi anni ’90, con Jim Valentino alla sceneggiatura e ai disegni), i Guardiani non erano neanche vagamente prossimi alla popolarità di personaggi come gli X-Men, gli Avengers o Spider-Man. Stiamo quindi parlando di una proprietà intellettuale di scarso interesse e valore che poteva essere stravolta e reinventata per il grande schermo senza che orde di fan inferociti se ne risentissero. E Feige chiese proprio questo a Gunn: di giocare liberamente con quei pupazzetti che non interessavano a nessuno e vedere se riusciva a tirarci fuori qualcosa di buono. L’unica regola: non esagerare con la violenza o l’umorismo grottesco (tipici dello stile del regista, fino a quel punto della sua carriera) perché, alla fine della fiera, doveva essere un film per tutti.
Il resto, come si suol dire, è storia: i Guardiani della Galassia divenne uno dei più grandi (e inaspettati) successi dei Marvel Studios, sia di pubblico sia di critica, e Gunn passò da zero a eroe nell’arco di un weekend, una stella di prima grandezza a cui affidare in fretta il sequel.
Che venne meno bene del primo.
Non brutto, ma nemmeno così libero, imprevedibile e divertente come il capitolo originale.
Perché i Guardiani non erano più dei pupazzetti senza valore con cui fare quello che si voleva, ma delle proprietà intellettuali pregiate da maneggiare con cura, sia in relazione ai vari sfruttamenti commerciali (action figures di Baby Groot in testa), sia in relazione alla complessa continuity dei film Marvel in cui i Guardiani andavano inscritti con maggior decisione.
Comunque sia, anche il secondo film andò molto bene, e quindi tutti contenti.
Tranne James Gunn, che dopo l’uscita della pellicola venne allontanato dalla Disney, per una storia di vecchi e stupidi Tweet che aveva scritto quando aveva vent’anni e che qualcuno aveva ben pensato di ritirare fuori.
Ed è a quel punto che si fece sotto la Warner/DC, che si avvicinò al regista e gli disse… “vieni con noi, abbiamo i biscotti”.
E oltre ai biscotti, avevano anche un’offerta di quelle che non si potevano rifiutare: la totale libertà di fare un film su un gruppo di supertizi di cui non fregava nulla a nessuno e con cui poteva fare quello che voleva, slegato dalle pastoie della continuity (proprio come i primi Guardiani) ma questa volta senza nemmeno il limite sulla violenza o sull’umorismo politicamente scorretto, perché il film sarebbe stato rated R (cioè vietato ai minori di diciassette anni senza la presenza di un adulto).
In sostanza, la Warner offriva a Gunn non solo l’occasione di una rivalsa nei confronti della Casa delle Idee e della Disney, ma pure la possibilità di essere sé stesso, senza alcuna limitazione di sorta.

The Suicide Squad
Gunn, ovviamente, accetta e il progetto di una nuova Suicide Squad viene messo in cantiere.
Un paio d’anni dopo e dopo varie evoluzioni del cast, il film finalmente esce ed è esattamente quello che ci si aspetta: un’opera di James Gunn. Ma non del James Gunn della Marvel, quello rabbonito e costretto a infondere il suo stile più nel tono che nei contenuti. No, il James Gunn degli inizi, quello della Troma, quello di Super. In poche parole, il migliore dei James Gunn.
Per farla brevissima, The Suicide Squad è la vittoria ideologica della Troma, un film realmente sopra le righe, irriverente, colmo di trovate assurde, elementi sgradevoli e respingenti, personaggi disturbati e disturbanti e tonnellate di umorismo malsano.
Lo potete chiamare Bastardi senza gloria ma con i superpoteri o Quella sporca superdozzina, o Quel maledetto treno blindato tutto matto, ma non cogliereste appieno la qualità, la raffinatezza e la stratificazione di questo gioiello filmico che, sotto un aspetto giocoso e citazionista, nasconde una solidità e un’autorevolezza rara.
Concepito in totale libertà artistica, il film è scritto tenendo ben presente i sacri precetti della trinità Campbell-McKee-Vogler (quindi la struttura in tre atti, il viaggio dell’eroe, l’arco narrativo dei personaggi, l’importanza delle backstory, le motivazioni profonde, il fatal flaw… la solita solfa, insomma) solo che invece di seguire questi manuali di scrittura ormai imprescindibili nella costruzione di un blockbuster americano, James Gunn si diverte a sovvertirli. Non li nega, sia chiaro, ma li scombina, costruendo uno script sbilenco che, in teoria, non dovrebbe funzionare. In teoria. Nella pratica, invece, gli squilibri narrativi della sceneggiatura servono a condensare in poco più di due ore un’infinità di storie, eventi e personaggi, garantendo a ogni elemento il suo spazio, soddisfacendo le necessità del film, le pressioni delle star, il godimento del pubblico e la visione del regista. Nelle mani di Gunn, i personaggi inediti acquistano subito un corpo e uno spessore (comico ma anche drammatico) e quelli vecchi trovano nuova vita. E così, Idris Elba ha la possibilità (finalmente) di ricordarci le sue qualità attoriali, John Cena di mostrarci il suo acume nello scegliere ruoli per nulla scontati, Margot Robbie di far esplodere nel suo pieno potenziale un character che, fino a questo momento, era stato cinematograficamente molesto, e giù via a scendere, fino ai ruoli minori, a quei personaggi che appaiono per pochi minuti, nessuno trascurato e tutti infusi di vita e carattere e tutti facilissimi da amare. Anche i cattivi. Anche gli squali mangia-uomini.
Grande scrittura ma anche grande regia, piena di idee e di giochi visivi ma mai leziosa o di maniera, al servizio della storia, della recitazione e della comicità ma capace pure di esaltare lo spettacolo, creare grandi scene d’azione e diventare epica, eroica e drammatica, quando necessario. Mille toni diversi, una sola voce, quella di James Gunn, che riverbera in ogni dettaglio del film.
A questo punto potrei parlarvi dell’ottimo montaggio, della bella colonna sonora (ruffiana senza essere sfacciatamente ruffiana) o dei più che apprezzabili effetti speciali, ma sarebbe uno sforzo inutile: se non vi ho convinto fino a questo momento ad andare a vedere questo film magnifico, non lo farò certo con questi ulteriori dettagli.
Il punto è semplice: siete alla ricerca di un film di grande intrattenimento che esce fuori dalle logiche preconfezionate e dal linguaggio monocorde di tanti prodotti commerciali odierni? Di una pellicola in grado di conciliare la comicità fanciullesca allo splatter, il dramma alla demenzialità, l’epica alla farsa, l’autorialità al blockbuster? Allora dovete vedere The Suicide Squad.
Se, invece, tutto questo non vi interessa: ehi, tra poco usciranno un mucchio di nuovi film di supereroi, tutti in continuity, tutti uguali, che faranno proprio al caso vostro.

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