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Reminiscence, o come abbiamo smesso di immaginare il futuro

Reminiscence, o come abbiamo smesso di immaginare il futuro

Di Lorenzo Pedrazzi

“Siamo ancora intrappolati nel ventesimo secolo” scriveva Mark Fisher in Spettri della mia vita, e gran parte del cinema che affolla le nostre sale (o i nostri schermi casalinghi) conferma questa impressione. L’industria culturale recupera varie forme arcaiche d’intrattenimento e ne rielabora i codici attraverso un impasto di nuove tecnologie e consapevolezza postmoderna, restando ancorata a un passato “glorioso” da celebrare con nostalgia: vale per Star Wars e Indiana Jones, certo, ma anche per il più recente Stranger Things, o per le scelte estetico-musicali di film come Guardiani della Galassia e Thor: Ragnarok. Le innovazioni sono molto rare, come se il futuro non esistesse più. Pensiamo a Pop Squad, uno degli episodi della seconda stagione di Love, Death & Robots, oppure ad Altered Carbon: la loro idea di futuro è ancora figlia di Blade Runner, a tal punto che quarant’anni sembrano essere passati invano.

Reminiscence, primo lungometraggio scritto e diretto da Lisa Joy, problematizza questo discorso in modo non sempre volontario, ma presta il fianco ad alcune riflessioni interessanti. La co-ideatrice di Westworld immagina una distopia post-apocalittica dove Miami è stata sommersa dall’oceano, e vive di notte per evitare le alte temperature giornaliere: insomma, un incubo partorito dal surriscaldamento globale, che sfocia in panorami tanto suggestivi quanto spaventosi. Questa Venezia del nuovo mondo è segnata dalle disuguaglianze sociali, ancora più marcate dopo il disastro: i ricchi costruiscono dighe artificiali per creare lussuose aree in secca, condannando i quartieri più poveri a sopravvivere tra le acque. L’unico sollievo è una tecnologia che permette di rivivere alcuni ricordi specifici, proprio come se fossero reali. L’ex soldato Nick Bannister (Hugh Jackman) gestisce un’attività simile con l’amica Emily “Watts” Sanders (Thandiwe Newton), anche lei veterana di una guerra imprecisata. Nick guida i clienti nel labirinto della memoria, usando le parole giuste per suscitare determinati ricordi. Quando la fascinosa Mae (Rebecca Ferguson) gli chiede di aiutarla a ritrovare le sue chiavi, l’attrazione scatta subito, ma la successiva scomparsa della donna proietta Nick al centro di un misterioso intrigo.

Inutile dire che un soggetto del genere è fatto apposta per rielaborare le nostre ossessioni nostalgiche, anzitutto quelle legate all’esperienza personale. Persino i social network ci marciano sopra (Facebook non ci propone ogni giorno qualche ricordo da condividere?), ed è facile cascare nel dolce immobilismo dei rimpianti. Reminiscence mette in scena una società paralizzata dal ricordo di tempi più felici, e incapace – almeno all’inizio – di smuovere i suoi conflitti di classe: in altre parole, un’estremizzazione del nostro presente. Questo ritorno compulsivo al passato si riflette nelle scelte di Lisa Joy, che fa coincidere forma e contenuto in modo non dissimile dal cinema di Christopher Nolan. Se si esclude la tecnologia al centro del discorso, il futuro di Reminiscence ha infatti ben poco di “futuristico”. I telefoni cellulari si vedono a malapena, i computer restano fuori campo, le architetture sono vecchie e consunte. Ma, soprattutto, la regista sceglie di impostare il film come un noir classico, stile Il mistero del falco: Mae incarna e poi smentisce l’archetipo della femme fatale (con tanto di sensuale vestito rosso da cantante di nightclub), mentre gli interni oscuri sono costantemente illuminati di taglio dalle finestre, come nell’ufficio polveroso di un investigatore. Lo stesso Nick è impegnato in una tipica detection, ma la differenza è che può frugare nei ricordi delle persone.

Si parlava di coincidenza tra forma e contenuto, e in effetti è vero. Lisa Joy riesce anche a trovare una giustificazione per l’invadente narrazione extradiegetica, imprigionando la sceneggiatura in un astuto loop senza fine. La rimediazione del noir è però fin troppo compiaciuta per non destare sospetti, e Reminiscence cade nello stesso nostalgismo della società che rappresenta. L’autrice è brava a ipotizzare un futuro radicato nel presente, ma si ferma al contesto storico: in termini di linguaggio cinematografico, di scelte visive e soluzioni narrative, è impantanata nel secolo scorso. Quarant’anni fa, realizzare un noir distopico era una grande trovata di anacronismo postmoderno, e l’originalità non le mancava; oggi però, in un’epoca dove tali anacronismi (la “discronia” di cui parla Simon Reynolds) sono stati ormai assorbiti dall’industria culturale, e rappresentano la norma di moltissimi prodotti cine-televisivi, un film come Reminiscence non stupisce più nessuno.

Ciò non toglie che le idee di Lisa Joy siano valide, e che il suo punto di vista sulla contemporaneità sia molto lucido (anche se non particolarmente complesso). La regista dimostra di saper costruire l’intreccio, e di chiuderlo in modo efficace con andamento circolare. Purtroppo si perde in scene d’azione superflue o troppo lunghe, mentre le istanze politiche restano solo un accenno. Di fatto, Reminiscence preferisce crogiolarsi nel medesimo passato assuefacente che seduce e immobilizza i rinnegati di Miami, immersi in un futuro che il nostro immaginario ha già superato. Consapevole o meno, il feticismo delle forme arcaiche è sempre qui.

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