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Justin Lin, l’uomo che ha trasformato la Fast Saga in quello che è oggi

Justin Lin, l’uomo che ha trasformato la Fast Saga in quello che è oggi

Di Marco Triolo

Nel 2009, Fast & Furious – Solo parti originali, quarto capitolo della saga di Dom Toretto, incassa 359 milioni di dollari nel mondo. All’epoca si trattava del miglior risultato di tutta la serie, ma oggi fa sorridere: il settimo e ottavo capitolo hanno poi superato il miliardo di dollari. Il nono, Fast & Furious 9 – The Fast Saga, uscito nel pieno di una pandemia, ha già superato i 600 milioni nel mondo. 359 milioni possono sembrare briciole, se paragonati a queste cifre. Ma nel 2009 era invece un traguardo che la diceva lunga sulla “nuova gestione” della saga. Una gestione con un nome e un cognome: Justin Lin.

Nato a Taipei, Taiwan, e trasferitosi con i genitori negli Stati Uniti all’età di otto anni, Justin Lin approda alla saga di Fast & Furious con il terzo capitolo, Tokyo Drift. È il 2006 e la saga sta già praticamente volgendo al termine. Vin Diesel ha interpretato solo il primo capitolo e può ancora permettersi di rifiutare i sequel per puntare a progetti originali. Il secondo, 2 Fast 2 Furious, ha tirato dentro Tyrese Gibson e Ludacris e puntato tutto sul Brian O’Conner di Paul Walker, con buoni risultati al botteghino. Ma l’entusiasmo per il franchise sembra già essere scemato quando Chris Morgan, fan della serie, ottiene di scrivere il terzo capitolo. Morgan vorrebbe il Dom Toretto di Vin Diesel a Tokyo, ma alla fine la cosa non ingrana e si punta su personaggi originali, in un evidente tentativo di “svecchiare” il franchise (e siamo solo al terzo capitolo!) incentrandolo su dei giovanissimi e su un nuovo MacGuffin – la tecnica del drifting.

È a questo punto che Universal contatta Justin Lin e gli propone di dirigere il film. Il regista è un emergente ma dimostra già di avere le idee chiare: legge lo script, lo trova pieno di luoghi comuni, dalle auto che sfrecciano intorno ai monasteri buddisti alle geishe, lo definisce “offensivo e datato” e ottiene dallo studio il permesso di fare il film a modo suo. Tokyo Drift non è propriamente un flop ma non va nemmeno troppo bene: costato 85 milioni di dollari, ne incassa 158. Vin Diesel accetta di apparire in un cameo che riaccende la fiamma della speranza nei cuori dei fan. Eppure l’incasso sembra dire che sia tutto finito. Non sarebbe stato così, ovviamente. Ma prima un passo indietro.

Gli inizi

Si possono individuare due fase distinte nella carriera di Justin Lin. La prima inizia quando Lin è ancora all’università: insieme al compagno di studi Quentin Lee dirige Shopping for Fangs, considerato un cult tra gli asioamericani. Si tratta di un dramma d’autore dal sapore indie che apre, appunto, una fase in cui Justin Lin punta a posizionarsi in questo settore del cinema americano. Lo fa anche con il successivo Better Luck Tomorrow, in cui introduce il personaggio di Han, interpretato da Sung Kang. Una sorta di santino che Lin si sarebbe portato dietro nella Fast Saga. Better Luck Tomorrow viene presentato al Sundance e a Toronto, e riceve le lodi di un influente critico come Roger Ebert. Qualche anno dopo, Lin torna alla regia con il suo primo film da studio, Annapolis, interpretato da James Franco e da due star della Fast Saga, Tyrese Gibson e Jordana Brewster. È un segno del destino, e un’ottima occasione per dimostrare di saper gestire anche un progetto su commissione.

Ma è anche lo spartiacque che segna la conclusione della fase indie con velleità autoriali di Justin Lin. Universal lo ha decisamente notato e gli propone Tokyo Drift (perché è di origine asiatica, senza considerare che è di Taiwan e il film è ambientato in Giappone. Ma that’s Hollywood!). Per lui cambia tutto.

Fast Years

Finito il nostro bel flashback, torniamo a dove ci eravamo fermati. Tokyo Drift esce, non lascia troppo il segno, ma quel cameo di Vin Diesel è una svolta. Lin e Morgan riescono a riunire la banda: Diesel, Walker, Michelle Rodriguez e Jordana Brewster tornano in Solo parti originali (titolo originale Fast & Furious, tanto per non confondersi). Con loro anche Gal Gadot, Tego Calderon e, come detto, Sung Kang. È la svolta: il film getta un ponte tra ciò che la saga era (Brian è ancora un agente FBI, Dom un criminale in fuga) e quello che sarà (intrighi internazionali, location esotiche, legami famigliari), e il pubblico apprezza.

Lin viene confermato anche per i due capitoli successivi. Fast & Furious 5 è il primo a sfondare il tetto dei 600 milioni (e un tetto viene sfondato anche nel film). Non solo: segna il ritorno di Tyrese Gibson e Ludacris, l’ingresso di Dwayne Johnson e la definitiva trasformazione di Dom da criminale in fuga a supereroe internazionale. La strada è spianata, le casse fanno ka-chink, il produttore Neal H. Moritz acquista Havana e se li accende con i dollari (questa informazione potrebbe non corrispondere a verità). La folla impazzisce e chiede di più. Le cose vanno talmente bene che il sesto capitolo può permettersi, per la prima volta, di riproporre la formula con appena qualche aggiustamento. Tipo un cast ancora più gonfio – Luke Evans, Gina Carano – e ambizioni da telenovela iper-tamarra e ipertrofica. E sullo sfondo, dietro la macchina da presa, c’è sempre lui: Justin Lin. Certo, va dato a Cesare quel che è di Cesare e a Chris quel che è di Chris: anche Chris Morgan è strumentale nella resurrezione della serie. La sinergia tra regista, sceneggiatore e star, dopo le difficoltà iniziali, diventa perfetta. Un team con in testa una sola idea: trasformare Fast & Furious, una serie nata, lo ricordiamo, con dei ladri che rubavano videoregistratori, nel franchise più grosso possibile.

Le ambizioni diventano talmente giganti che Lin, Morgan e Diesel decidono anche di concedersi il colpo di teatro che pochi avevano visto arrivare. E ruota tutto intorno a Han.

Justice for Han

Succede che, quando Justin Lin mette in piedi il quarto capitolo, decide di far tornare anche Sung Kang. Peccato che Han fosse morto al termine di Tokyo Drift. “Non è un problema!”, grida il regista mentre si beve una birra con l’amico Sung, depresso perché la sua carriera da corridore è già finita (ancora una volta, potrebbe non essere andata esattamente così). Ma quella che all’epoca poteva sembrare una semplice retcon – termine che in italiano si traduce con “Fottesega! Han non è morto” – era invece l’inizio di un piano talmente contorto che non poteva non funzionare. In pratica, come ora sappiamo, Fast & Furious – Solo parti originali si sarebbe ambientato PRIMA di Tokyo Drift. Il cerchio si chiude con Fast & Furious 6 e quella ormai celeberrima scena dopo i titoli di coda in cui entrava in scena Deckard Shaw (Jason Statham) e BOOM, ammazzava Han negli istanti finali di Tokyo Drift.

Andata e ritorno

Quella sarebbe stata, purtroppo, anche l’ultima regia di Justin Lin nella saga. Negli anni seguenti, il regista avrebbe tentato strade diverse: prima la regia di Star Trek: Beyond, e poi quella dei primi due episodi della vituperata (e sottovalutatissima, gente) seconda stagione di True Detective. Lin si è poi dedicato ad altri piccoli progetti (ad esempio la regia del pilot di Magnum P.I.), ma senza mai tornare ai fast di Fast.

Poi, come in una favola, la notizia che tutti aspettavano: Justin Lin viene riaccolto a braccia aperte nella Fast Family con il nono capitolo (e ovviamente si porta dietro Sung Kang). Non è che James Wan e F. Gary Gray, incaricati di dirigere il settimo e ottavo capitolo, non abbiano fatto un buon lavoro, eh? Anzi, il pover Wan si è ritrovato pure a dover gestire una situazione tragica e imprevista come la morte di Paul Walker a metà delle riprese, facendo un lavoro più che egregio nel tenere insieme i pezzi. Il destino, poi, ha voluto che i due capitoli di maggior successo – in termini di incassi – fossero proprio questi due, che non portavano la firma di Justin Lin. Ma senza quest’ultimo, quei soldi non sarebbero mai arrivati in quel modo. E, a scanso di equivoci, vi mostriamo ancora una volta la clip che vi abbiamo proposto in esclusiva la settimana scorsa:

La chiarezza espositiva, la capacità di non far perdere nemmeno un dettaglio in mezzo a un caos totale di stunt e CGI, esplosioni e sterzate, sono ciò che rende Justin Lin il regista d’azione di prim’ordine e la singola voce creativa più importante della Fast Saga. A Lin, che stavolta ha anche firmato la sceneggiatura (senza Chris Morgan ma con Daniel Casey), basta un inseguimento per dimostrare di aver capito questi personaggi più di chiunque altro.

La Fast Saga si chiuderà con i prossimi due capitoli, ed è abbastanza probabile che Justin Lin tornerà alla regia di entrambi. Speriamo certamente che in futuro possa avere il successo che merita anche al di là delle avventure di Dom e compagnia bella. Ma prima, probabilmente, sentiva il bisogno di mettere lui stesso la parola fine a quello che ha iniziato.

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