Heels, Stephen Amell e i Caino e Abele su un ring di wrestling

Heels, Stephen Amell e i Caino e Abele su un ring di wrestling

Di DocManhattan

C’è Stephen Amell sotto i riflettori, e tutti lo fischiano e gli lanciano cose, più o meno come una buona fetta del suo pubblico durante tutti quegli anni di Arrow. No, dai, scherzo. Riproviamo: c’è Stephen Amell, e tutti lo fischiano perché Jack Spade è il cattivo di una piccola federazione di wrestling a Duffy, minuscola cittadina della Georgia. Una federazione che Spade ha ereditato da suo padre e in cui si prendono a capocciate le sue speranze di dare lustro allo show di famiglia e le ambizioni di suo fratello, Ace Spade (Alexander Ludwig). Sono le vicende al centro di Heels, serie Starz che ha debuttato ieri con il suo primo episodio negli USA. Distribuita a cadenza settimanale, Heels è disponibile anche da noi su Prime Video, sbloccando il pacchetto aggiuntivo Starz (il primo mese è gratuito). Per rispondere subito alla domanda che vi volteggia sulla testa, soprattutto se siete pure voi orfani di Zoya la Destroya e compagne, no, magari Heels non è il nuovo GLOW. Ma questo primo episodio mi ha comunque preso. Sì, c’è del potenziale.

Heels Starz

THE ACE OF SPADES

Il termine “heel”, nel colorato mondo del wrestling, indica i cattivi. Quelli che insultano il pubblico, ricambiati. Quelli che avvolti da un coro di buuuu dileggiano il luogo che ospita il match. Sì, nella storia della WWE e di tante altre federazioni, questo genera un’escalation in cui il punto più alto è, da sempre, salire sul ring ammantati dalla bandiera di uno stato con cui gli USA sono in guerra. Fredda o calda che sia. Il tutto ha un unico scopo, cioè quello di preparare il terreno alle vittorie dei buoni, i “face”. Farle attendere, per far esplodere il pubblico al momento giusto. Come spiegava il Sam Sylvia di Marc Maron in GLOW, esatto.

Nella piccola Duffy Wrestling League (DWL), Jack Spade (Stephen Amell) è però non solo l’heel, il cattivo della compagnia, ma anche il suo proprietario e sceneggiatore. Un Vince McMahon in miniatura che scrive il copione dei match, organizza l’esito degli incontri e spera di tenere a galla la fatiscente struttura un tempo gestita da suo padre, Tom Spade (uno che per questo tema delle picche aveva proprio il bernoccolo, pare, visto come ha chiamato i due figli…). Il primo episodio di Heels dura circa un’ora e s’intitola “Kayfabe”. Ovvero la messa in scena, la finzione narrativa alla base di tutti gli archi narrativi nel wrestling di tutto il pianeta. Un gioco delle parti in cui il pubblico sa cosa è finto, ma adora far finta di non saperlo, e non vuole che gli venga ricordato (tranne nei momenti strappalacrime in cui i wrestler escono dai personaggi, ad esempio per omaggiare un collega).

Perciò, a beneficio di tutti i fan, non solo quelli sotto gli undici anni, i buoni devono fare sempre i buoni in pubblico (e magari non farsi vedere a messa con i cattivi, pure se sono fratelli), i cattivi devono farsi odiare. O, come viene ripetuto nell’episodio, far sì che il pubblico ami odiarli. Ma cosa succede quando il buono è una testa vuota e il cattivo è in realtà il fratello responsabile dei due? Beh, niente. Perché la vita non è il wrestling, e non è tutto così bianco e nero.

Heels Starz

ONE MORE MATCH

Heels è stata creata da Michael Waldron, che di questi tempi è ovunque, visto che si tratta dell’artefice della serie Loki e anche dello sceneggiatore di Doctor Strange 2 nel Multiverso della Pazzia. Waldron ha tirato dentro Stephen Amell per il semplice fatto che l’ex Oliver Queen dell’Arrowverso è un superfan del wrestling da sempre, ed è già apparso negli anni in vari eventi di diverse compagnie (WWE, Ring of Honor, All Elite Wrestling…). La serie trasuda passione e rispetto per il mondo dei lottatori, buttando lì sin da subito citazioni e comparsate. Dalle promo televisive in stile ECW trasmesse dai rivali di Spade (“Florida Wrestling Dystopia”), con tanto di vecchi filmati della TNA, a Doc Gallows della Impact Wrestling e tanto altro. C’è perfino la palanca di “Hacksaw” Jim Duggan.

Nel cast, oltre ad Amell e ad Alexander Ludwig di Vikings, ci sono anche, tra gli altri, Alison Luff, Kelli Berglund, Allen Maldonado e Chris Bauer. Non è GLOW, Heels, dicevamo. O quanto meno per ora non lo sembra. Ma il fulcro della vicenda continuano ad essere i rapporti tra i personaggi, qui i due fratelli Spade e i loro sogni. Caino e Abele (in cui non è chiarissimo chi sia chi, però), che nel mondo del wrestling è di suo un tema gettonatissimo e sempre efficace. Sullo sfondo, le difficoltà del mandare avanti la baracca, quando sei un piccolo spettacolo locale, e i tuoi pezzi migliori se li vogliono prendere “quelli del nord”. Se avete mai letto il manga Lock Up di Tetsuya Saruwatari, siamo da quelle parti.

Heels Starz

SUPLEX E TRADIZIONE FAMILIARE

Il wrestling è da sempre, negli USA e non solo, una faccenda di famiglia, esattamente quanto il circo. Un’attività che si tramanda di padre in figlio, che il tuo cognome sia McMahon, Hart o Jarrett. Mettere perciò le tensioni familiari al centro può risultare efficace. Basta un corredo di sottotrame e motivazioni varie, e se te la giochi bene, il pubblico applaude e non ti lancia i popcorn.

Aspettavo da molto l’arrivo di Heels, serie in produzione da diversi anni, ma non sapevo esattamente cosa aspettarmi. Soprattutto per quel fatto che non sono proprio il fan numero uno dell’espressività di Amell. Cioè, a meno che non lo chiamino a interpretare un telefono in bachelite. Però questa prima puntata, pur non presentando nulla di epocale o sostanzialmente nuovo, alla fine fa il suo. Come il telef… come lo fa Amell, e si vede che gli piace. Domenica prossima si prosegue con il secondo degli otto episodi, “Dusty Finish”.

È consigliato anche a a chi del wrestling non è mai fregato nulla? Beh, si può guardare lo stesso, ma non è proprio la stessa cosa, immagino. Poi boh: in seguito salterà fuori CM Punk, e in questo primo episodio mi hanno citato Sting vs Ric Flair per il titolo NWA a The Great American Bash (WCW, 1990). Sinceramente, sarei rimasto a bordo anche solo per quello.

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