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Free Guy – La recensione del film con Ryan Reynolds

Free Guy – La recensione del film con Ryan Reynolds

Di Lorenzo Pedrazzi

La sinergia tra cinema e videogiochi funziona meglio nei soggetti originali, quando entrambi i mezzi combinano i rispettivi linguaggi senza l’obbligo di una trasposizione diretta: in altre parole, i migliori film “videoludici” non sono tratti da giochi preesistenti, e i migliori videogiochi “cinematografici” non sono basati su film. Di certo Free Guy non si pone ai livelli più alti di questa tendenza, eppure ne conferma la formula, dimostrando come l’immaginario videoludico faccia ormai parte della nostra quotidianità (al pari degli altri media).

Il nome del protagonista è forse il più generico di tutta la lingua inglese, e infatti Guy (ovvero “tizio”) è l’anonimo personaggio non giocante di un videogame open world: una di quelle figure che passeggiano sullo sfondo mentre gli avatar dei giocatori umani scorrazzano per la città, compiendo rapine o altri crimini. L’ingenuo ottimismo di Guy ricorda la mentalità di Emmet in The LEGO Movie, ed effettivamente Free Guy trae ispirazione anche da lì, sia nell’ambientazione sia nella struttura. Il mondo alienante di Free City non sembra disturbare il nostro eroe, almeno finché non incontra una giocatrice – Millie, interpretata da Jodie Comer – che suscita in lui dei sentimenti misteriosi. Il film si divide tra l’universo virtuale e la vita reale, dove la software house di Free City è guidata dall’egomaniaco Antwan (Taika Waititi). Millie lo accusa di aver rubato un codice che fu scritto da lei e dal suo vecchio socio Keyes (Joe Keery) per un loro progetto indie. Nel frattempo, Guy acquisisce coscienza di sé, e incrementa le sue capacità per raddrizzare i torti nella metropoli.

Da questo punto di vista, Free Guy reitera un aspetto che accomuna molti film di derivazione videoludica, o che ne rimediano il linguaggio: l’apprendimento nasce dall’accumulazione delle esperienze. Un processo di trial and error che caratterizza il nostro rapporto con i videogiochi, dove si migliorano le proprie abilità di tentativo in tentativo, facendo ogni volta un piccolo passo in avanti. È proprio ciò che accade a Guy, le cui tragicomiche avventure sono un manifesto dell’evoluzione post-organica: l’intelligenza artificiale impara dall’esperienza, cresce, sviluppa persino dei sentimenti. Nel diventare autocosciente, il protagonista guadagna anche una maggiore consapevolezza del mondo circostante, tant’è che il film di Shawn Levy si trasforma in una versione scanzonata di The Truman Show.

Free Guy si rivela così uno dei blockbuster più intrinsecamente postmoderni che Hollywood abbia prodotto di recente: citazionista fino all’inverosimile (anche grazie all’acquisto di Fox da parte di Disney), e basato su una fusione di generi che Levy sa gestire con professionalità, soprattutto quando unisce la commedia, il fantastico e il melò. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche l’umorismo, frutto di quel gusto goliardico e surreale che ormai è sinonimo di Ryan Reynolds. Non tutte le gag vanno a segno, alcune sono prevedibili, ma nel complesso ci si diverte grazie ai parossismi di questo mondo virtuale: esplosioni ed episodi brutali avvengono con noncuranza in profondità di campo, grazie alla grafica digitale che contamina bene i due linguaggi. In tale contesto, Guy si sforza di essere un good guy, un bravo ragazzo che tenta di mettere ordine nel caos di Free City. È interessante notare come Hollywood, anche per ragioni di interesse commerciale, si dimostri ben più evoluta rispetto agli insopportabili dibattiti televisivi sui videogiochi: non c’è alcun tipo di giudizio retorico, né alcun paternalismo nei confronti del fenomeno. Piuttosto, Free Guy riconosce il peso dei videogiochi nel nostro immaginario, insieme al loro ruolo economico e sociale. E non solo: arriva addirittura a celebrare la dimensione artistica e indipendente di questo medium, contrapposta al suo gelido logoramento commerciale fatto di sequel tutti uguali e IP sfruttate fino al midollo. Come al solito, il cinema americano mainstream sa riflettere su sé stesso solo quando parla di altro.

Il risultato è un blockbuster polimorfo e godibile, che rispecchia (in modo più o meno volontario) la natura integrata e cross-mediale dell’industria culturale: i franchise si amalgamano gli uni con gli altri, i confini tra le proprietà intellettuali divengono sempre più labili, e anche i linguaggi si incrociano tra loro. L’ibridazione è la chiave per la sopravvivenza.

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