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Evangelion 3.0+1.0: Thrice Upon a Time, la recensione senza spoiler

Evangelion 3.0+1.0: Thrice Upon a Time, la recensione senza spoiler

Di DocManhattan

Scorrono i titoli di coda. Due ore e mezza di visione più tardi, Evangelion 3.0+1.0: Thrice Upon a Time, il quarto e ultimo film della tetralogia Rebuild of Evangelion (da oggi su Prime Video, nella versione “3.0+1.01”. Una versione aggiornata, con alcune inquadrature cambiate, uscita nelle sale giapponesi a giugno) è giunto al termine. L’ho guardato a tarda notte, in religioso silenzio. Dove per “religioso silenzio” intendo con il volume a palla, tanto il palazzo è semi-deserto. Poggio il telecomando e sorrido. Cos’è questa sensazione che avverto? Serenità? Malinconia? Quel maledetto di Hideaki Anno, penso, me l’ha fatta di nuovo…

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A KIND OF MAGI

Quando tutto è iniziato, quando oltre vent’anni fa è esplosa tra tutti i miei coetanei la Evangelion-mania, quando buona parte del pubblico ha trovato deludenti e letteralmente inconcludenti quegli ultimi due episodi. Quando sono arrivati i film, che dovevano accontentare il fandom ma l’hanno fatto incazzare ancora di più, gonfiando la collezione di minacce di morte di quel povero Hideaki Anno. Quando è iniziata questa nuova saga cinematografica, che doveva riscrivere/ripresentare la storia, colmando alcuni buchi, dando delle risposte. E si è portata dietro una vagonata di nuove domande, ovvio. Mi sembra una vita che parlo di e sono ossessionato da Neon Genesis Evangelion. E mi sembra perché è esattamente così. Una saga iniziata in Giappone nel ’95, e arrivata in Italia poco dopo. Le VHS, poi le serate su MTV. Un quarto di secolo colmato da tonnellate di pupazzetti, modellini, manga, artbook, sempre alla ricerca di un’unica cosa. Un senso di closure, di appagamento finale.

Non mi bastava però un finale, un altro, dopo quello della serie e quello a dir poco controverso del film The End of Evangelion. Questa volta volevo IL finale. Qualcosa che mi facesse sentire davvero conclusa questa esperienza infinita, che desse un senso a tutto il tempo che le ho dedicato, che ponesse fine a tutti questi anni di discussioni tra fan, teorie (credici), gioie e vabbè. Ed è, per fortuna, esattamente quello che ho avuto con Evangelion 3.0+1.0: Thrice Upon a Time.

QUELLO STUPIDO, STUPIDO SHINJI

Non è facile parlare di questo film. Vuoi perché è imprescindibile per capirci qualcosa aver visto i tre precedenti – Evangelion 3.0+1.0 è quanto di più lontano possibile dal concetto di sequel godibile anche a sé – vuoi perché, in ogni caso, coglierne con una prima visione tutti i significati, le supercazzole teo-tecnologiche, le sfumature è praticamente impossibile. È materiale pronto per essere sviscerato a lungo dai fan, chiamati a rimettere insieme tutti i pezzi . Ma quello che questo quarto capitolo riesce a fare, non solo per la saga cinematografica ma per tutta quella di Evangelion che porta a conclusione, è soprattutto dare un senso a tanti dei suoi protagonisti.

Tutto alla fine torna allo scopo principale di Anno. Come quello stronzo di Gendo Hikari, anche Hideaki Anni aveva infatti, sin dall’inizio, un Progetto per il perfezionamento dell’uomo. Solo che il suo era assolutamente a fin di bene, non comportava un grande lago di anime color aranciata ed era rivolto agli otaku. Agli appassionati all’ultimo stadio, chiusi in casa e nel loro guscio, a idolatrare personaggi di fantasia. In piena depressione, una volta finito il suo lavoro su Nadia – Il mistero della pietra azzurra, Anno concepisce una serie che guidi tutti gli Shinji in carne e ossa là fuori a uscire da quel guscio. Risultato: i personaggi femminili del suo anime diventano feticci per otaku, il finale gli regala la collection di minacce di morte di cui sopra, Evangelion l’unica ragione di vita per tanti impallinati. Fuochino?

Ed esattamente come per la serie TV originale, è questa la cosa che dopo tutto questo tempo continuava a interessare di più, a stare più a cuore, a Hideaki Anno. Raccontare, oltre alla storia dei suoi personaggi, il loro processo di maturazione. Shinji riuscirà infine a smettere di essere Stupi-Shinji, il frignone, quello che se ne sta lì a piangere in un angolo con occasionali scatti d’ira e gesti da maniaco o disadattato? Tanto più che all’inizio di Evangelion 3.0+1.0: Thrice Upon a Time, Shinji (come Asuka) è intrappolato nel suo corpo da quattordicenne, mentre tutto il mondo che lo circonda, i suoi vecchi amici, i loro affetti, sono andati avanti. Sono diventati adulti.

E lui? Che ne sarà di lui? Ovviamente, la risposta vi si lascia il piacere di scoprirla da soli guardando il film.

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C’ERA TRE VOLTE…

Ha un livello tecnico mostruoso Evangelion 3.0+1.0: Thrice Upon a Time, un concentrato di trovate stilistiche che da una parte attingono (soprattutto per inquadrature e ambientazioni) al bagaglio tradizionale di Anno, dall’altro stupiscono, perché sono ormai pochi i film di animazione giapponesi che si possono permettere una cura di questo livello. In tutte le sezioni più lente del film, come quella iniziale del villaggio, l’occhio viene rapito da sfondi e scampoli di quel mondo, come in genere avviene con i classici Ghibli e poco altro. La CGI, utilizzata non solo per edifici e macchinari, ma anche per guidare la regia di molte scene, è perfettamente integrata con il resto, così come lo sono quei momenti in cui Anno – perché è Anno – si avventura nel mondo reale. Chi ha visto, sa.

Chi il film l’ha già visto avrà apprezzato magari anche il lungo e divertito omaggio a una celebre saga a base di corazzate spaziali, nel cui rilancio, qualche anno fa, lo stesso Anno ha avuto modo di mettere lo zampino.

Evangelion 4

INIZIO, SVILUPPO, FINE DI UN SOGNO

Sono trascorsi quindici anni da quando Hideaki Anno ha annunciato, nel 2006, la nascita dello Studio Khara e il progetto noto in Occidente come Rebuild of Evangelion (ma in giapponese è solo “Evangelion Shin Gekijōban“, cioè “la nuova versione cinematografica di Evangelion“). I titoli dei tre film precedenti, in giapponese, non contengono i numeri: niente 1.0, 2.0, 3.0., ma i suffissi Jo, Ha e Kyu. Cioè l’inizio, lo sviluppo e la fine, un concetto che nel mondo nipponico si applica a mille contesti diversi, dal kendo alla cerimonia del tè. Solo che qui, dopo la fine, è arrivata la fine vera e propria. Stavolta, pare, davvero.

Anche se ha dichiarato che quel salto temporale di quattordici anni nel terzo film, Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo, ha lasciato scoperto un pezzo di storia, che potrebbe essere esplorato in futuro, Anno è arrivato al termine di questo suo lungo viaggio con lo stupido Shinji e il suo mondo. Ora può tornare a completare il suo album di figurine di sogni nerd, che dopo Shin Godzilla lo ha portato alla regia di Shin Ultraman. In quei titoli di coda, ti sembra quasi di vedere la sua faccia. Un Hideaki Anno finalmente sorridente, come in tutte le sue ultime apparizioni pubbliche. Lui ce l’ha fatta. Noi, qualunque fosse il nostro stato d’animo all’inizio, negli anni Novanta, pure.

Cos’è che sento, allora? Serenità? Malinconia? Non è davvero importante.

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