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Peter Rabbit 2: Un birbante in fuga – La recensione

Peter Rabbit 2: Un birbante in fuga – La recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

L’eredità di Beatrix Potter, creatrice di Peter Rabbit, è più viva che mai. L’autrice britannica rivoluzionò la letteratura per l’infanzia con i suoi libri a misura di bambino (il formato era pensato apposta per le loro mani), ricchi di disegni accuratissimi – non a caso, fu anche naturalista – e di termini ricercati che non sottovalutano le capacità di apprendimento dei più piccoli. Senza contare che il primo libro, The Tale of Peter Rabbit, fu commercializzato nel 1902 al prezzo di un solo scellino, diversamente dai costosissimi volumi illustrati che solo le famiglie abbienti potevano permettersi. Anche per questo, il suo adorabile coniglio divenne patrimonio di tutti.

Se è vero che la letteratura per l’infanzia ha imparato la lezione di Potter nel corso dei decenni, il regista Will Gluck continua a omaggiarne lo “spirito” in Peter Rabbit 2: Un birbante in fuga, nuovo tassello nell’attualizzazione delle sue opere. Come il primo capitolo, non è una trasposizione fedele dei libri: Gluck e il co-sceneggiatore Patrick Burleigh adattano Peter per lo sguardo dei bambini odierni, creando un efficace amalgama di linguaggi che parla direttamente alla loro sensibilità.

Coniglio di campagna, coniglio di città

Il sequel parte dal matrimonio di Thomas (Domnhall Gleeson) e Bea (Rose Byrne), che formano una famiglia allargata con Peter e gli altri animali. Tra Bea e Beatrix Potter si stabilisce una corrispondenza metanarrativa, non solo nel nome: dopo aver dipinto i suoi conigli, Bea pubblica infatti un libro a loro dedicato, in cui Peter è ritratto come un gran birbante. Il coniglio non la prende bene, soprattutto quando un editore di Gloucester, Nigel Basil-Jones (David Oyelowo), decide di pubblicare il libro e puntare sulla “cattiveria” di Peter per la campagna promozionale.

Convinto che gli amici non apprezzino i suoi sforzi, il nostro eroe fa amicizia con Barnabas, un coniglio di città che dice di aver conosciuto suo padre. Barnabas lo coinvolge in alcuni furti di frutta e verdura, accogliendolo nella sua banda di ladruncoli. Stanno progettando un grande colpo al mercato contadino, ma hanno bisogno di una squadra più ampia, e convincono Peter a chiedere l’aiuto di Flopsy, Mopsy, Coda-Tonda, Benjamin e tutti gli altri. Nel frattempo, Thomas progetta di vendere i suoi amati pomodori allo stesso mercato, e Bea deve vedersela con le richieste dell’editore per rendere il libro più commerciale.

Azione slapstick

Peter Rabbit 2 preme moltissimo sull’autoironia, com’è evidente dalla sottotrama editoriale. Basil-Jones ricorda un produttore cinematografico, e le sue idee per modernizzare il soggetto di Bea somigliano a quelle di uno studio hollywoodiano che prende decisioni in base alle ricerche di marketing. La stessa creazione di Beatrix Potter è stata sottoposta a un trattamento simile, e Gluck lo sa bene: basti pensare all’inquadratura in cui Benjamin ammicca verso il pubblico, quando si parla di americani che prendono il controllo di opere locali. La differenza, però, è che perlomeno Gluck resta fedele al design originale e all’ecologismo dell’autrice, aggiornandone i canoni con furba consapevolezza.

Ciò che ne deriva è una simpatica combinazione di generi. Oltre a replicare i codici dell’heist movie (con tanto di presentazione della squadra), il film si prende gioco del cinema d’azione nello spassoso finale, restando però fedele alla commedia slapstick. L’umorismo di Peter Rabbit 2, in effetti, nasce perlopiù dal modello dei Looney Tunes, con la sua comicità fisica che sconfina nell’assurdo: la CGI offre un grande contributo in tal senso, non solo per gli animali antropomorfi, ma anche per animare il corpo di Thomas in varie scene da cartoon.

Utopia bucolica

Il linguaggio del film è quindi molto contemporaneo, fatto di ritmi concitati, azione e tecniche ibride. Paradossalmente, però, il sottotesto afferma invece un’idea tradizionale: il classico dualismo tra città e campagna vede la prima come un luogo di “perdizione”, e la seconda come il simbolo dell’onestà, dell’amore familiare e dell’armonia con la natura. Non a caso, Beatrix Potter lavorò tutta la vita per salvaguardare i territori del Lake District, e Bea impiega i proventi del libro per la stessa ragione.

La campagna, in Peter Rabbit 2, è l’unico luogo in cui la convivenza tra umani e animali non è basata sullo sfruttamento dei primi sui secondi. Al contrario, in città gli animali vengono catturati, venduti, trattati come giocattoli o come fastidi da scacciare. La fattoria di Thomas e Bea diviene così un’utopia bucolica, un sogno idilliaco inter-specie, lontanissimo dalla corruzione degli insediamenti umani. Un elogio della vita semplice e genuina, insomma, contrapposta alle fredde logiche del mercato e della sopraffazione.


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