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OLD – La recensione del film di M. Night Shyamalan

OLD – La recensione del film di M. Night Shyamalan

Di Lorenzo Pedrazzi

Il problema della gestione del tempo riguarda ogni opera narrativa, ma nel cinema è ancora più delicato. Con le sue capacità mimetiche, il cinema è l’arte che più di ogni altra sa imitare la realtà, e questo vale anche per lo scorrere del tempo e la contemporaneità degli eventi. Il regista è un demiurgo che può manovrare il tempo come preferisce: è libero di rallentarlo o accelerarlo, di bloccarlo o farlo coincidere con l’esperienza del pubblico, senza mai perdere la naturalezza e la fluidità della rappresentazione (a meno che l’obiettivo non sia proprio quello).

Di fronte a OLD, è inevitabile riflettere sull’uso del tempo entro i confini di un lungometraggio. M. Night Shyamalan è sempre stato abilissimo nel governare gli spazi, i coni d’ombra, gli orrori che si consumano in profondità di campo o alla periferia dello sguardo; ma qui la sua gestione spaziale è inevitabilmente connessa a una gestione temporale. Si può intuire fin dal soggetto, ispirato al fumetto Sandcastle di Pierre Oscar Levy e Frederik Peeters: una famiglia in vacanza ai tropici accetta di passare una giornata in un’incantevole spiaggia segreta, salvo scoprire che qualcosa li fa invecchiare molto rapidamente. Insieme ad altre persone dello stesso resort, devono trovare un modo per fuggire.

The Daylight Zone

La storia e la sua impostazione rievocano i fasti di The Twilight Zone. Shyamalan è uno dei pochissimi registi hollywoodiani che valorizzano il fantastico nelle pieghe della quotidianità, fedele alla lezione di Richard Matheson e Rod Serling. Dalla tradizione del racconto breve – e dal leggendario show della CBS – OLD ricava anche l’unità di luogo in gran parte della storia, che infatti si concentra quasi esclusivamente sulla spiaggia. Qui, tra le pareti della scogliera, ogni personaggio cerca di mettere in pratica le sue specialità, a seconda dei rispettivi mestieri: il chirurgo, l’infermiere, la psicologa, il valutatore di rischi, la curatrice museale, e così via. Shyamalan sembra prendersi gioco di quel pragmatismo tutto americano che tende a compartimentare le conoscenze, cercando soluzioni pratiche per ogni problema. Sono persone comuni in un conteso straordinario, proprio come accadeva spesso negli episodi di Ai confini della realtà. Gli elementi fantastici radicalizzano i conflitti, le nevrosi, e talvolta anche le differenze sociali. L’invecchiamento precoce non fa che peggiorare la situazione.

Dentro e fuori campo

Si ritorna così al tema della gestione del tempo. La vicenda di OLD – o quantomeno il suo corpo centrale – si svolge nell’arco di circa 24 ore, che Shyamalan sintetizza in 108 minuti. L’accelerazione, però, avviene su due livelli. Da un lato ci sono le consuete ellissi temporali del montaggio, utili per riassumere le suddette 24 ore nella durata del film (ovvero, un’accelerazione che viviamo noi spettatori nel nostro tempo reale). Dall’altro ci sono gli espedienti usati dal regista per rappresentare l’invecchiamento precoce, e quindi un’accelerazione che vivono i personaggi nel tempo della finzione.

È utile ricordare che il cinema di Shyamalan funziona meglio quando lavora sulla suggestione, non sullo spettacolo visivo: suggerire, più che mostrare. Vale anche in questo caso. La sua idea vincente è di lasciar parlare il fuori campo, escludendo – o relegando ai margini – gli sviluppi più scioccanti. Non usa il morphing o altri effetti digitali per rendere l’invecchiamento, ma lo suggerisce attraverso inquadrature sibilline (il dettaglio di parti del corpo ormai cresciute) o tramite il sonoro, con il cambio improvviso dei timbri vocali. È un passaggio graduale, filtrato dagli occhi degli altri personaggi prima che appaia sullo schermo. Il tempo dei protagonisti, insomma, accelera fuori dal quadro, e ne vediamo gli effetti solo quando sono compiuti.

I raffinati movimenti di macchina, con carrelli fluidi e steadycam che abbracciano la scena, contribuiscono alla sensazione che qualcosa stia accadendo fuori dal nostro campo visivo. Certo, in due occasioni Shyamalan cede allo spettacolo puro, ma sono eccezioni. È bravo a far inorridire il pubblico con trovate grottesche, ma gli espedienti sottili sono più consoni al suo talento.

Kids will be kids

Gli aspetti più surreali della trama non sono facili da dipanare, e le conseguenze si riverberano sulla sceneggiatura. C’è sicuramente qualche lungaggine in OLD (anche perché il soggetto ha davvero i tratti essenziali di un episodio di Ai confini della realtà), mentre i dialoghi suonano un po’ didascalici, troppo ansiosi di fornire informazioni al pubblico. Shyamalan ha però il merito di chiudere la vicenda in modo sensato, e la sua eleganza formale – mai fine a sé stessa – smussa le asperità del copione. Dimostra inoltre di saper caratterizzare i bambini come tali, e si sforza di non essere banale anche nel mettere in scena i legami familiari. Nel panorama stereotipato di Hollywood, dove personaggi e famiglie si assomigliano tutti, non è cosa da poco.


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