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First Cow, un’altra frontiera è possibile

First Cow, un’altra frontiera è possibile

Di Lorenzo Pedrazzi

L’immaginario statunitense affonda le sue giovani radici nella frontiera, unica mitologia originale di cui dispone. Non è un caso che il cinema americano, grande strumento di rielaborazione collettiva, ne abbia tratto un vero e proprio genere: a seconda dell’approccio, il western glorifica o problematizza la grande espansione verso Ovest, i suoi ideali di libertà e opportunità, seminando tòpoi narrativi che ormai fanno parte della cultura d’oltreoceano (e non solo). First Cow arriva in una fase di ulteriore ripensamento di quel mito fondativo, a quasi mezzo secolo dal western crepuscolare degli anni Settanta. Se il cinema dell’epoca era condizionato da un profondo impegno civile (pensiamo alle proteste contro la guerra in Vietnam), nel western di oggi risuonano invece gli echi della woke culture, o comunque di un allargamento dello sguardo oltre i vecchi confini della cultura dominante.

Kelly Reichardt segue un percorso del tutto personale, ben lontano dalla piaggeria di Hollywood, ma è indubbio che il revisionismo di First Cow coincida con la sensibilità dei nostri tempi. Alla base del film c’è un romanzo di Jonathan Raymond, frequente collaboratore della regista, che ha scritto la sceneggiatura insieme a lui. Siamo nel 1820, tra i boschi dell’Oregon: un luogo dove “la storia non è ancora arrivata”, come dice il viaggiatore cinese King-Lu (Orion Lee). Si nasconde tra i cespugli per sfuggire a dei russi che lo vogliono uccidere, ma trova rifugio presso Otis “Cookie” Figowitz (John Magaro), giovane cuoco al seguito di un gruppo di cacciatori di pellicce. I due uomini si ritrovano tempo dopo nel vicino insediamento, governato da un ricco inglese (Toby Jones) che ha fatto arrivare la prima mucca nella regione per uno scopo preciso: gustarsi il tè con un po’ di latte. Otis e King-Lu passano molto tempo nella capanna di quest’ultimo, che ha tanti sogni di gloria e una mentalità imprenditoriale. Quando Otis parla delle ottime frittelle che preparerebbe con quel latte, l’amico ha un’idea: mungere la mucca nottetempo, e vendere i dolcetti al villaggio.

Il fiuto per gli affari di King-Lu è alimentato da una forma primordiale del Sogno Americano, che punta ad arricchirsi grazie alle logiche della domanda e dell’offerta. Ma il Sogno è un’illusione per gli sfavoriti della Storia, categoria di cui entrambi gli uomini fanno parte. King-Lu è cinese, quindi non appartiene alla maggioranza bianca, mentre Otis ha un animo gentile che si contrappone alla rudezza dei cacciatori: Kelly Reichardt, insomma, ribalta i cliché machisti del western, spesso dominati dall’amicizia virile tra avventurieri. Qui, invece, l’amicizia è un rapporto delicato che germoglia naturalmente tra spiriti affini. “L’uccello ha il nido, il ragno la tela, l’uomo l’amicizia” recita la frase di William Blake che apre il film: è la solidarietà umana come bisogno primario, per condividere il peso dell’esistenza tra “ultimi”.

Reichardt ne celebra l’importanza con il suo tipico minimalismo, accompagnato da un passo contemplativo che dà spazio alla terra, ai boschi, allo sguardo pacifico della mucca nelle mungiture notturne. Non eravamo soliti esplorare questi angoli sperduti della frontiera, fatti di storie marginali e punti di vista alternativi, ma il western contemporaneo sa scovare un po’ di dolcezza anche nei territori più aspri (pensiamo a Notizie dal mondo di Paul Greengrass), oppure rovescia il discorso e prende le parti degli oppressi (Brimstone di Martin Koolhoven). Così, da genere propagandistico dei vincitori, il western si trasforma in cassa armonica dei vinti: un racconto di individui dimenticati, lasciati indietro, esclusi per troppo tempo dalle grandi narrazioni popolari. Lo splendido epilogo, delicatissimo ed essenziale, è il culmine di una riflessione disillusa che trova conforto solo nell’amicizia fra pari.

First Cow sarà disponibile su MUBI dal 9 luglio


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