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Fear Street – Parte 2: 1978, la recensione del secondo capitolo della trilogia

Fear Street – Parte 2: 1978, la recensione del secondo capitolo della trilogia

Di Lorenzo Pedrazzi

LEGGI ANCHE: La recensione di Fear Street – Parte 1: 1994

Il confine tra serialità e cinema si assottiglia sempre di più in Fear Street – Parte 2: 1978, introdotto da un riassunto del capitolo precedente come se fosse una miniserie. E per certi aspetti lo è, sul modello del vecchio IT: film per il piccolo schermo, relativamente autoconclusivi, ma che formano una trama più ampia. La scelta di distribuirli su base settimanale (e non mensile, com’era stato annunciato all’inizio) agevola la fidelizzazione del pubblico e la continuità della storia, abbracciando logiche televisive più che cinematografiche. Un’ibridazione che rispecchia lo spirito dei tempi, come la tendenza a rivisitare il passato con sguardo postmoderno.

Stavolta siamo nel 1978, ma la cornice è ancora il 1994. Sam (Olivia Scott Welch) ha cercato di uccidere Deena (Kiana Madeira) dopo che Sarah Fier si è impossessata di lei. Deena e Josh (Benjamin Flores Jr.) sono però riusciti a immobilizzarla, e hanno chiesto aiuto a C. Berman (Gillian Jacobs) per rompere la maledizione. Berman vive da reclusa: il trauma del massacro di Camp Nightwing è ancora vivo dentro di lei. Soltanto le preghiere di Deena – con Sam legata in bagno – la convincono a narrare la sua storia.

Il nucleo del film parte da qui. Il racconto ci permette di scoprire cosa accadde nell’estate del 1978, quando le sorelle Ziggy (Sadie Sink) e Cindy Berman (Emily Rudd) andarono in campeggio con gli altri ragazzini di Shadyside e Sunnyvale, città separate da opposte fortune. La rivalità campanilista, peraltro, mette in scena l’eterno conflitto della società americana: quello tra borghesia e classe lavoratrice, che si riflette anche nelle divisioni razziali. Sunnyvale è bianca, Shadyside è un melting pot di etnie diverse, e la prima spadroneggia sulla seconda (o la tratta con paternalismo condiscendente). Alimentare la competitività fa parte della cultura americana, quindi non c’è da stupirsi che le due città siano contrapposte anche nei giochi del campeggio estivo. Nella notte della cosiddetta “Guerra dei colori”, però, la maledizione di Sarah Fier colpisce ancora, e qualcuno se ne va in giro a uccidere i ragazzi con l’accetta.

Se avete pensato a Venerdì 13, avete ragione: dopo il meta-horror degli anni Novanta, la regista Leigh Janiak trae ispirazione dallo slasher degli anni Settanta e Ottanta per Fear Street – Parte 2: 1978, con tanto di assassino mascherato (almeno da un certo punto in poi) e scontri caratteriali molto netti, stereotipati. Ribellione e conformismo, libido e astinenza, droghe e sobrietà: in questi contrasti si consumano i rapporti tra i personaggi, anche se Janiak cerca di introdurre qualche sfumatura con il procedere della vicenda.

Purtroppo, la rilettura dei tòpoi appare più timida rispetto al primo film: non opera un vero e proprio ribaltamento dei codici, né sbalordisce con particolari colpi di scena. Anzi, quella che dovrebbe essere la più grande sorpresa del film – la vera identità di C. Berman tra Ziggy e Cindy – è prevedibile fin dall’inizio, anticipata da un paio di indizi e da alcune scelte narrative. Non c’è una chiara rimediazione dei vecchi slasher (e questo non è necessariamente un male), ma Janiak conferma di avere la mano sicura nelle scene gore, che infatti sono i momenti più godibili del film. Sul versante opposto troviamo invece i dialoghi intimisti e i confronti a cuore aperto tra i personaggi, ma qualcosa non funziona: suonano poco credibili e fuori luogo, piazzati artificiosamente dopo una scena di tensione. I campi di tono sono troppo repentini, soprattutto se consideriamo il cinismo che pervade tutto il resto.

L’impressione è di assistere a un episodio di passaggio, come accade talvolta nelle serie tv. Ovviamente Fear Street – Parte 2: 1978 aggiunge alcuni tasselli fondamentali, ma il cuore della trama è nel personaggio di Deena, e il finale lo dimostra: solo attraverso il suo sguardo potremo giungere a una risoluzione della storia. E, come ci insegnano fin da piccoli, per capire il presente bisogna conoscere il passato.


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