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A Classic Horror Story (bella davvero), la recensione del film di Roberto De Feo e Paolo Strippoli

A Classic Horror Story (bella davvero), la recensione del film di Roberto De Feo e Paolo Strippoli

Di Filippo Magnifico

Tutte le grandi storie sono già state raccontate. Una frase che molto spesso viene pronunciata quando si parla di Cinema.
La cosa importante, quella che fa la differenza, è il modo in cui le si racconta. Perché attraverso un diverso punto di vista anche una trama già sentita può assumere una forma completamente nuova.
Lo sanno bene i registi Roberto De Feo (nome dietro l’ottimo The Nest – Il Nido) e Paolo Strippoli (giovane cineasta che ha scritto e diretto vari cortometraggi, e che ora sta preparando un altro horror intitolato Piove), che hanno unito le forze per A Classic Horror Story, dando vita ad un’opera solo all’apparenza classica, che gioca con i canoni tipici del genere per offrirci un punto di vista inedito.

La pellicola racconta la storia di cinque carpooler, che viaggiano a bordo di un camper per raggiungere una destinazione comune. Cala la notte e per evitare la carcassa di un animale si schiantano contro un albero. Quando riprendono i sensi si ritrovano in mezzo al nulla. La strada che stavano percorrendo è scomparsa; ora c’è solo un bosco fitto e impenetrabile e una casa di legno in mezzo ad una radura. Una casa che nasconde orrori inimmaginabili.

Tutti gli elementi cari al (classico) cinema di genere sono presenti. Nello specifico:

Cinque vittime sacrificabili

Titoli come Non Aprite Quella Porta ce lo hanno insegnato: un gruppo di persone in vacanza (o semplicemente in viaggio) non sempre finisce per vivere momenti felici, perché l’orrore è dietro l’angolo e può arrivare all’improvviso.
I “sacrificabili” in questo caso sono interpretati da Matilda Lutz, Will Merrick, Yuliia Sobol, Peppino Mazzotta e Francesco Russo.
Cinque sconosciuti uniti da un triste destino, di cui conosciamo quel tanto che basta da renderceli simpatici o anticipatici. Ma soprattutto da capire (più o meno) chi sarà il primo a morire e anche chi avrà più chance di sopravvivere.

A Classic Horror Story

Una casa dell’orrore

Ogni classica storia horror che si rispetti ha delle ambientazioni iconiche, che devono rispettare determinati standard. Nel caso del film di Roberto De Feo e Paolo Strippoli abbiamo una casa sperduta tra i boschi, molto simile ma al tempo stesso diversa da quella portata sul grande schermo da Sam Raimi negli anni ’80, giusto per citarne una.
La casa (della morte) di A Classic Horror Story è praticamente perfetta, inquietante nella sua simmetria, piccola ma al tempo stesso in grado di spiccare come un grattacielo nel verde che la circonda. Un’anomalia all’interno di uno scenario che, in un altro contesto, potrebbe addirittura risultare idilliaco.

A Classic Horror Story

Il mistero, che affonda le sue radici nel folclore

È interessante come, a distanza di poco tempo, su Netflix siano arrivati due horror italiani che affondano le loro radici nel folclore del sud Italia. Il Legame di Domenico De Feudis ci ha trasportato in un mondo ricco di credenze arcaiche, dove tradizioni popolari e rituali fanno da sfondo a una vicenda sospesa tra il realismo e la magia nera.
Nel caso di A Classic Horror Story a farla da padrone è la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, ancora poco conosciuta nel nostro paese:

La leggenda, che ebbe inizio nella Spagna XV secolo, racconta la storia di tre fratelli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso appartenenti ad un’associazione denominata la Garduña. Un giorno, la sorella dei tre fratelli venne violentata da un protetto del Re e loro si vendicarono uccidendo lo stupratore. Per questo delitto “d’onore” vennero riconosciuti colpevoli di omicidio e furono condannati a scontare una lunga prigionia nella lontana isola di Favignana. Rinchiusi in una cella stretta e buia non si persero d’animo e lavorarono giorno e notte per stabilire le regole di una nuova società basata su leggi di sangue e di guerra che avrebbero consentito a tutti i futuri adepti di crescere e moltiplicarsi. Finalmente liberi, dopo trent’anni di prigionia, i tre cavalieri si separarono: Osso decise di restare in Sicilia per divenire il fondatore di Cosa Nostra, Mastrosso, attraversato lo Stretto di Messina, si accasò in Calabria dove gettò le basi per la creazione della ‘Ndragheta, Carcagnosso proseguì la sua risalita lungo lo stivale fermandosi in Campania dove diede vita alle primordiali strutture malavitose della Camorra.

Miti, leggende, credenze popolari hanno sempre trovato una valvola di sfogo nel cinema di genere. Dal Serpente e l’Arcobaleno fino ai più recenti Hereditary e Midsommar, si tratta di un tipo di orrore che, tra superstizione e riti ancestrali, riesce a colpirci nel profondo.

Una buona dose di violenza

L’horror e il sangue vanno di pari passo, è un dato di fatto. E il sangue non deve per forza scorrere a fiumi sullo schermo, può anche materializzarsi nella nostra testa.
Da questo punto di vista A Classic Horror Story fa un ottimo lavoro, creando una tensione che trova il suo sfogo in una violenza lasciata il più delle volte fuori campo ma decisamente efficace (c’è un momento particolarmente forte che riporta alla mente l’orrore di Misery non deve morire).
Una violenza che, va detto, vive nel ricordo di grandi nomi dell’horror nostrano come Lucio Fulci. Così come l’uso delle luci e dei colori, soprattutto il rosso, che rimandano ad una tradizione cinematografica tutta nostra.

Una Final Girl

Con il suo Halloween John Carpeter ha consacrato la figura della Final Girl, la ragazza in grado di resistere al male che incombe su una comunità, trasformandosi da vittima ad eroina (e in alcuni casi carnefice) nel corso della storia.
Matilda Lutz è la Final Girl di A Classic Horror Story, bravissima nell’esprimere lo spettro di emozioni vissute durante l’arco narrativo del suo personaggio.

Un uso straniante della musica

Il cinema, soprattutto quello di genere, ha più volte giocato con la banalità delle cose, attribuendo significati oscuri a cose che, prima di allora, erano state accostate a ricordi, momenti piacevoli. La musica, ad esempio, viene spesso usata con questo scopo. Accostare una canzone innocente ad un momento particolarmente inquietante o violento, rende il tutto più assurdo, ne amplifica l’orrore. In A Classic Horror Story, il brano in questione è “La casa” di Sergio Endrigo, ed è semplicemente perfetto.

Un colpo di scena che rende questa storia poco classica

Uno dei punti di forza del cinema di genere è il ribaltamento della prospettiva, il colpo di scena che ti porta ad osservare tutto con occhi diversi. In A Classic Horror Story il cosiddetto “plot twist” c’è ma non saremo certo noi a rivelarlo.
Commetteremo “peccato di spoiler”, un termine che del resto è stampato a caratteri cubitali sulla maglietta di uno dei protagonisti, indossata in un momento molto particolare, quasi fosse un segnale per il pubblico (da questo momento in poi, non rivelate niente!).
Sappiate solo che la pellicola rispetta alla perfezione le sue premesse: si tratta di una storia che gioca con i canoni tipici dell’horror e lo fa nel migliore dei modi, riflettendo sul concetto stesso di cinema a spettatore.

Per certi versi A Classic Horror Story si presenta come una critica nei confronti di entrambe le parti: il pubblico esigente che non è mai contento, che è convinto di aver già visto tutto. Quel tipo di pubblico che è pronto a firmare petizioni online se l’episodio della sua serie preferita o un film non rispecchiano un punto vista considerato universale.
Dall’altro lato però c’è un sistema, quello cinematografico, che passa dal produttore al consumatore assimilando tutto ciò che incontra durante il suo cammino. Che non si cura dell’arte ma pensa solo al risultato, rendendo per certi versi frustrante l’esperienza del regista.

A Classic Horror Story è un film che, in poche parole, riflette prima sul genere horror e poi sull’essenza stessa del Cinema. E in entrambi i casi lo fa molto bene, alternando momenti di puro terrore ad altri di pura riflessione.


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