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Omicidio a Easttown – La recensione della serie con Kate Winslet

Omicidio a Easttown – La recensione della serie con Kate Winslet

Di Lorenzo Pedrazzi

Il titolo italiano di Mare of Easttown, pur non avendo nulla di sbagliato, è frutto di un equivoco. La serie di Brad Ingelsby ruota effettivamente attorno a un omicidio nell’eponima città della Pennsylvania, ma il nucleo del racconto è la protagonista Mare, da cui dipartono tutti gli sviluppi drammatici della storia. È per questo che il titolo originale non cita alcun delitto, e non suggerisce affatto che si tratti di un murder mystery: l’intimità emotiva di Mare, la sua famiglia e il suo dolore, restano sempre in primo piano.

Spettri del passato

Naturalmente un’impostazione del genere non potrebbe funzionare senza una grande attrice. Kate Winslet, anche produttrice, è strepitosa nell’incarnare l’identità spigolosa della detective, che vive con la madre Helen (Jean Smart), la figlia Siobhan (Angourie Rice) e il nipotino Drew (Izzy King). Quest’ultimo è figlio di Kevin, il primogenito di Mare, suicidatosi di recente. Il suo ex marito Frank (David Denman) sta per risposarsi, causandole un certo fastidio perché si è trasferito a pochi metri di distanza.

Donna pragmatica, dal carattere ruvido e diretto, Mare vive il suo lavoro in polizia con disillusione, ma è molto ligia al dovere. A perseguitarla c’è il caso di una ragazza scomparsa un anno prima, Catie Bailey (Caitlin Houlahan), che Mare considera già perduta, come molti altri ragazzi tossicodipendenti. La madre Dawn (Enid Graham) è però convinta che Catie sia ancora viva, e accusa Mare di non aver fatto abbastanza per trovarla. Quando Erin (Cailee Spaeny), madre adolescente di un bambino piccolo, viene trovata morta nel fiume locale, alcuni pensano che i due casi siano collegati. È una piccola città dove si conoscono tutti, e molti sono imparentati: è difficile credere che non ci siano connessioni. Le indagini sull’omicidio riportano quindi alla luce un coacervo di turpi segreti e conflitti irrisolti.

Caos dentro…

Il caos della vita di Mare si riflette sul mondo che la circonda, e il delitto non fa che radicalizzare una crisi già esistente: quella del ceto medio che popola la provincia americana, abbandonato dal Sogno e illuso dal populismo. Anche Omicidio a Easttown, come accade spesso nei thriller di ambientazione rurale, esplora un white trash smarrito nell’assenza di stimoli, che trova sollievo solo nel sesso spiccio e nello stordimento di alcol e droghe. Non a caso, anche il figlio di Mare era tossicodipendente, e l’intera serie si dipana come una lunga elaborazione del lutto, che solo nell’inquadratura finale potrebbe trovare una soluzione.

Di fatto, Omicidio a Easttown appartiene a un sottogenere del giallo che ha ormai fissato i suoi codici narrativi, trovando in The Killing e Top of the Lake (ma volendo anche Sharp Objects) i suoi capisaldi. L’eroina indaga su un caso che riflette i suoi fantasmi interiori, spesso in una comunità ristretta dove il degrado è all’ordine del giorno. Protetta da una scorza di cinismo, determinata ma fallibile, è ben lontana dalle vetuste idealizzazioni che colpivano un tempo i personaggi femminili. È una figura verosimile, anche nei suoi limiti.

La detection, insomma, ha sempre qualcosa di formativo. Attraverso l’incontro con altri personaggi, Mare scopre nuovi indizi su sé stessa e su ciò che la sua vita potrebbe diventare. È evidente sia nel rapporto con il detective Colin Zabel (Evan Peters) sia nella liaison con lo scrittore Richard Ryan (un raffinatissimo Guy Pearce). La protagonista vive il contrasto fra le responsabilità pubbliche e la sua felicità personale, per lungo tempo inconciliabili.

…e fuori

Il versante intimista e il deterioramento dei legami socio-familiari sono il cuore della serie, più che l’omicidio in sé. Anche perché, sul piano del mystery, i copioni di Brad Ingelsby non sono certo impeccabili: l’accumulo di false piste risulta un po’ goffo, e certe svolte investigative suonano forzate, se non illogiche o contraddittorie. Si avverte l’artificiosità di alcuni espedienti per far procedere la trama e arrivare a una risoluzione. Ma non è questo il punto, in barba al titolo italiano. Ingelsby usa le nostre aspettative contro di noi, semina indizi che ci portano a fare dei collegamenti (perché, in quanto spettatori navigati, crediamo che niente venga lasciato al caso), salvo poi rivelare che non esiste alcuno schema.

Quella di Omicidio a Easttown è una realtà dominata proprio dal caso, e da coincidenze che non sempre significano qualcosa. Proprio come il mondo in cui viviamo. Un tempo la televisione americana seguiva le stesse regole ferree di Hollywood, secondo le quali ogni elemento deve servire all’intreccio, e non c’è spazio per la casualità. Ora, però, dopo serie come The Leftovers o Fargo, non è più così. Anche una storia come questa può svolgersi in un mondo caotico, che procede per la sua strada indipendentemente dall’intreccio. Il fatto che il regista Craig Zobel venga dal cinema indie è piuttosto indicativo, in tal senso.

È un peccato che, con questo contesto alle spalle, Omicidio a Easttown tenda a semplificare un po’ troppo lo scioglimento dei conflitti. Lo stesso discorso vale anche per le sfumature comiche, preannunciate da una variazione “giocosa” nelle musiche di Lele Marchitelli. Per quanto spassose, stridono un po’ con il resto, e sembrano quasi una consolazione per gli spettatori ormai provati da tanto dramma. Ma forse il punto è proprio questo: commedia e tragedia si alternano in modo imprevedibile, come nella vita stessa. La completezza di questo percorso umano si sublima nell’ultima scena, che chiude un cerchio. È raro vedere un finale così soddisfacente sul piccolo schermo, ma Ingelsby e Zobel – pur forzando la mano su alcuni aspetti – ci riescono piuttosto bene.

La messa in onda

Vi ricordo che la miniserie va in onda su Sky Atlantic e in streaming su NOW dal 9 giugno, con due episodi a settimana.


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