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Loki, fuga per due: la recensione del terzo episodio

Loki, fuga per due: la recensione del terzo episodio

Di Lorenzo Pedrazzi

Il terzo episodio di Loki cambia decisamente registro: lo scorso cliffhanger proietta infatti il Dio degli Inganni in una situazione piuttosto diversa, che influenza la struttura stessa della puntata e le dinamiche in corso nella sceneggiatura. Ciò che ne deriva è una puntata transitoria, ma non priva di rivelazioni interessanti.

In fuga

Come sappiamo, Loki ha abbandonato la sua squadra della Time Variance Authority per inseguire la misteriosa Variante che sta seminando il caos nella timeline. Quest’ultima si materializza nel quartier generale della TVA, ma scopre che i suoi poteri non funzionano, ed è costretta a farsi largo combattendo. Anche Loki la affronta, e durante un momento di stallo usa il TemPad per teletrasportarli altrove prima che Ravonna Renslayer li catturi. Si ritrovano così su Lamentis-1, nell’anno 2077, quando il pianeta sta per essere distrutto dalla collisione con un altro corpo celeste.

L’episodio vero e proprio comincia qui. Se la puntata precedente alternava diverse ambientazioni geografiche e temporali, in questo caso abbiamo un contesto singolo, e quindi anche una maggiore linearità narrativa. Loki e la Variante – che rivela di chiamarsi Sylvie – sono quindi costretti a collaborare per ricaricare il TimePad, mentre il tempo stringe. Sulla loro strada troveranno superstiti agguerriti, soldati inflessibili e un’arca in procinto di decollare, ma anche la possibilità di conoscersi meglio.

Romancing the TimePad

Conformemente ai poteri di Loki, la serie dimostra di saper cambiare pelle con grande facilità, rimediando diversi generi di puntata in puntata. Stavolta il compito tocca alla sceneggiatrice Bisha K. Ali, headwriter della prossima Ms. Marvel, che modella l’episodio con tre riferimenti principali: la fantascienza, i film catastrofici e le vecchie avventure romantiche (come All’inseguimento della pietra verde, per intenderci). Il linguaggio e le dinamiche caratteriali arrivano proprio da lì. Pur non essendoci ambiguità sentimentali, tra Loki e Sylvie s’instaurano gli stessi conflitti che delineavano quel cinema, fatto di battibecchi, punzecchiature, pause intimiste e azione rocambolesca. Fino a che punto possono fidarsi l’uno dell’altra? Sono amici o nemici? Il nucleo della puntata è proprio in queste domande.

I botta e risposta fra le due Varianti ci permettono di scoprire qualcosa di più su entrambi, soprattutto Sylvie, che sembrerebbe una commistione di Lady Loki e della seconda Incantatrice. Il problema, se mai, è che l’episodio stesso ha il sapore di un grande riempitivo, dove non mancano i tempi morti e l’azione è abbastanza gratuita, come i discorsi sull’amore. Al contempo, però, viene sfruttato per ufficializzare la bisessualità di Loki (anche se forse andrebbe definito “pansessuale”), espandendo i confini della rappresentazione nel Marvel Cinematic Universe. Siamo davvero in una nuova era, ed è chiaro che le priorità sono cambiate. Nel caso di Loki era scontato – il Dio degli Inganni è gender fluid anche nei fumetti – ma parlarne esplicitamente in un prodotto del genere non è affatto banale. Bene così.

Quale futuro?

Siamo lontani dai vertici televisivi dei Marvel Studios, soprattutto se consideriamo l’ottima partenza della serie, ma è significativo che anche qui ci siano dei risvolti interessanti (tra cui una rivelazione sulla TVA). L’ambiguità continua a regnare sovrana, com’è giusto che sia col Dio degli Inganni. È difficile, ad esempio, immaginare se Sylvie sarà l’antagonista di turno o la co-protagonista, e se Loki perseguirà solo obiettivi personali o il bene comune.

L’alchimia tra Tom Hiddleston e Sophia Di Martino funziona, ma l’assenza di Owen Wilson pesa non poco: il rapporto tra Mobius e Loki era adorabile, quindi speriamo di rivederlo presto. Di certo, nella sua identità sfaccettata e mutevole, la serie probabilmente cambierà ancora pelle. Lo ha fatto anche sul piano tecnico in questo episodio, con lo spettacolare piano sequenza finale che conferma la mano sicura di Kate Herron dietro la macchina da presa.

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