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It’a A Sin – Recensione della imperdibile serie LGBTQIA+ inglese divenuta già un cult

It’a A Sin – Recensione della imperdibile serie LGBTQIA+ inglese divenuta già un cult

Di Andrea Suatoni

N.B.: In questa recensione affronteremo, senza alcuno spoiler, l’intera serie di 5 episodi, solamente uno dei quali è stato finora trasmesso in Italia.

In un panorama seriale ormai vasto quasi oltre il tollerabile, sono davvero poche le serie che, al giorno d’oggi, riescono davvero ad emergere e lasciare il segno. Ed è proprio per questo che, quando uno show riesce ad ergersi molto più in alto di tutti gli altri, sia in relazione ai semplici “numeri”, che per la delicatezza con cui tratta temi profondi, ed anche (e forse soprattutto) per la discussione positiva che genera e che la rende un successo a livello globale, praticamente sempre significa che ci si trova di fronte ad un sostanziale capolavoro.
E’ stato il caso di Game of Thrones, che rilanciava una tematica come il fantasy in una serie con un budget faraonico ed una scrittura incredibilmente pungente, geniale e brillante (almeno agli inizi), ma anche di Stranger Things con la sua nostalgia degli anni ’80 divenuta una vera e propria moda o di Westworld (forse solamente la prima stagione) con i suoi sottotesti incredibilmente sottili e costruiti ad arte.

Tale premessa ci è utile per presentare It’s a Sin, serie inglese che seppure passata un po’ in sordina in Italia (almeno ad oggi, con il solo primo episodio rilasciato da Starz Play) è diventato in Inghilterra prima e negli Stati Uniti poi un fenomeno di cultura pop ed un cult in pochissimo tempo. Da notare che la serie si caratterizza, diversamente dagli show faraonici e cervellotici (in senso buono) sopra elencati, per un budget di produzione medio-basso, un cast di attori sconosciuti (ma incredibilmente dotati) ed una trama assolutamente realistica, potremmo dire quasi con derive documentaristiche. Sulla carta in pratica – fin qui – nulla di particolarmente rilevante.
La causa del successo di It’s a Sin è da ricercare in parte proprio in quella storicità dei temi e delle situazioni presentati, crudi e tragici, che approfondiscono i retroscena di un periodo terrificante per le minoranze LGBTQIA+, in un’epoca dove non ne era neanche riconosciuta l’esistenza; ma anche nell’estrema delicatezza con cui quei temi e quelle situazioni vengono trattati. Se da un lato vengono presentati quasi con crudeltà allo spettatore infatti, di contro vengono poi riempiti di tutta una serie di significati incredibilmente potenti e d’impatto, la cui carica empatica è il mezzo principale con cui la sceneggiatura riesce (e decide) di arrivare al pubblico. Complici anche dei dialoghi sempre completamente “sul pezzo”, pungenti e brillanti quel che basta per colpire ma non al punto di sembrare irrealistici  (soprattutto in bocca a dei ragazzi che fino a ieri erano dei teenager).

IT’S A SIN

La serie racconta la storia di un gruppo di ragazzi gay che, all’inizio degli anni ’80, si trasferiscono a Londra per iniziare la loro nuova vita e smettere di nascondere la loro vera identità (almeno in determinati – chiusi e protetti – ambienti). Pieni di sogni, progetti e speranze, Colin, Ritchie, Roscoe e Ash, cui si aggiunge anche l’amica Jill, si conoscono per caso e diventano fin da subito inseparabili.
Le loro vite procedono inizialmente all’insegna del divertimento e della spensieratezza, parallele ai rumor e alle “assurde storie” di una fantomatica malattia che sembra uccidere solamente la popolazione omosessuale: ma pian piano, lo spauracchio dell’HIV e la conseguente sindrome da immunodeficienza acquisita (ovvero AIDS, al tempo praticamente inevitabile) diventerà sempre più reale, finendo per dominare totalmente non solo le loro esistenze, ma anche interi settori della società del tempo.

UN CAST STRABILIANTE

Definire “strabiliante” il cast di It’s a Sin tradisce una iperbole, ma in realtà ponderata. Sicuramente pochi dei giovani attori che interpretano personaggi principali e secondari dello show potrebbero reggere il confronto con ben più esperti e premiati colleghi dai nomi immediatamente riconoscibili; in It’s a Sin però il talento sicuramente sopra la media di tutti gli interpreti causa sconcerto perché si tratta totalmente di esordienti o attori alle primissime armi. Diretti e probabilmente “formati” con cura maniacale, gli interpreti si muovono sullo schermo con una naturalezza ed una profondità quasi impossibile in relazione alla loro esperienza.
Olly Alexander, cantante della band Years & Years che qui inizia la sua carriera televisiva, interpreta Ritchie, determinato a diventare un attore ma che nasconde la verità sulla sua sessualità alla sua famiglia da anni. Omari Douglas, completamente esordiente, interpreta  Roscoe, il cui coming out all’interno di una famiglia fortemente religiosa lo ha invece costretto a fuggire da essa. Infine, Callum Scott Howells, anche lui esordiente, interpreta Colin, timido e introverso commesso di sartoria.
Con loro Jill, amica su cui poter sempre contare che si batterà in prima linea (e spesso anche al posto loro) per le loro battaglie, interpretata da Lydia West (vista in Years and Years) e Ash (Nathaniel Curtis, ennesimo esordiente), altro membro del gruppo, apprensivo e dalla spiccata dolcezza.

UNA SORPRESA CONTINUA

Il creatore della serie (in realtà anche lui e la sua fama sono causa integrante del successo dello show) è Russell T Davies, la stessa mente dietro il fenomeno Queer as Folk. La mano di una persona che ha vissuto sulla propria pelle gli eventi narrati nella serie, che Davies stesso ha definito in alcuni punti autobiografica, è palpabile in ogni minuto dei 5 episodi che compongono It’s a Sin; sua la scelta, imposta (e combattuta) con la rete dove la serie è andata in onda, Channel 4, di utilizzare solamente attori omosessuali per interpretare personaggi omosessuali, alla ricerca di un realismo ai massimi livelli.

It’s a Sin nasconde una sorpresa dietro ogni angolo: sia a livello di semplice trama, i cui colpi di scena spesso risultano completamente inaspettati ma sempre credibili, che a livello artistico o stilistico, quando la narrazione prende ad esempio strade sperimentali in relazione a montaggio, effetti visivi o rottura estemporanea della quarta parete.

La serie rimarrà però impressa nella mente (scrivere “nel cuore” sembrava troppo melenso, ma è in realtà ciò che vogliamo intendere) per la straordinaria capacità di descrivere eventi terribili e storicamente accaduti con efficacia sia allo spettatore omosessuale che a tutti gli altri spettatori, con una molteplicità di punti di vista a volte anche opposti fra loro. Molte delle nuove generazioni scopriranno una pagina di storia di cui molto raramente al cinema ed in tv si è parlato, e mai così accuratamente (anche storicamente) pur se all’interno di uno show che ripercorre le vite di personaggi nati sulla carta. Personaggi di finzione le cui vite non sono però sicuramente così diverse da quelle dei reali ragazzi londinesi dell’epoca; gli eventi storici in questione, declinati sul singolo individuo, sono presentati con una potenza e con un  desiderio comunicativo da parte della produzione che forse non hanno eguali nella storia della tv.
C’è sicuramente moltissimo cuore nell’ideazione e nella costruzione di It’s a Sin, e le inevitabili lacrime che verserà lo spettatore rappresentano solo la punta di un iceberg molto più complesso della “semplice” narrazione di una serie di eventi profondamente drammatici. Imperdibile, per chiunque.


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