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Anna di Niccolò Ammaniti e il coraggio di una TV che da noi non fa nessuno

Anna di Niccolò Ammaniti e il coraggio di una TV che da noi non fa nessuno

Di DocManhattan

“Quanto vive un’aragosta? Centocinquanta anni. Un coccodrillo ottanta. Una mosca trenta giorni. Misteri della biologia. Immaginate un mondo dove gli esseri umani vivono quattordici anni come i cani. Alla pubertà un virus nascosto nel DNA si risveglia e tutto finisce. Un mondo di bambini basato su regole semplici, tutto è determinato e tutto è possibile”. Con queste parole, poco più di un anno fa, Niccolò Ammaniti presentava Anna, la miniserie in sei episodi per Sky, tratta dal suo romanzo omonimo del 2015 e disponibile su Sky e Now dal 23 aprile. Per Ammaniti è il secondo lavoro da regista, dopo Il Miracolo (sempre per Sky, 2018, ma lì era affiancato da Lucio Pellegrini e Francesco Munzi). E soprattutto la chiusura di un grande cerchio professionale: la possibilità di adattare in prima persona per il piccolo schermo l’ultimo dei suoi romanzi sul mondo dei ragazzini.

L’ultimo in tutti i sensi, Anna, visto che in un’intervista al Corriere, nel 2015, lo scrittore dichiarava che non ne avrebbe scritto probabilmente altri: “Non credo ne farò altri con ragazzini protagonisti. Anna supera tutti gli altri perché è l’unica completamente libera che fa un percorso completo di vita, non è condizionata dagli adulti, ma può esprimere tutti i suoi pregi e difetti”. E in questo mondo senza adulti e senza regole, in cui arrivati all’adolescenza si muore senza appello, e i piccoli orfani scorrazzano in una Sicilia immersa nei resti polverosi di un mondo che non esiste più, Anna (l’esordiente Giulia Dragotto) è un’eroina che fa di tutto per salvare suo fratello, tutto ciò che le resta.

Anna Sky Ammaniti recensione 1

Ora, certo: sentir parlare di un virus letale, in un periodo come questo, fa ovviamente strano. Le riprese di Anna sono iniziate sei mesi prima dello scoppio della pandemia, e te lo ripete prima di ogni episodio una scritta a schermo, perché le tempistiche non sono state in effetti fortunate. Ma è anche straniante vedere una serie post-apocalittica italiana, la trasformazione dei paesaggi siciliani in spettrali cumuli di rifiuti, le strade invase dalle erbacce e dalle carcasse delle auto, il profilo delle città devastato da una botta di fine del mondo in CGI. Non c’è molto di simile, nel panorama televisivo nostrano, e non c’è assolutamente niente di simile se ti spingi oltre il genere, e guardi alla grazia con cui la storia è stata trasposta da Ammaniti, affiancato alla sceneggiatura da Francesca Manieri (con cui aveva già collaborato per Il Miracolo).

La scelta di tante inquadrature, il lavoro incredibile fatto con le musiche – dalla sigla struggente di Cristina Donà all’unica volta in cui gli Alphaville mi hanno mai fatto venire il magone, passando per quel generatore di angoscia che sono le musiche originali dello spagnolo Rauelsson – la potenza rara di tante immagini. Quel genitore con la piccola bara, il modo in cui, come nel romanzo, in Anna il corso della storia si interrompe per mostrarti cosa c’era prima, cosa ha reso quei piccoli umani quello che sono ora. Il coraggio della piccola protagonista ritrovatasi sola con un fratellino a cui badare, certo, ma anche la ferocia di Angelica. È un tema che torna spesso nelle opere di Ammaniti, il contrasto tra la presunta innocenza dei bambini e il mondo degli adulti, con le sue malvagità, le sue logiche meschine, i suoi problemi e se nel caso pure i suoi rapimenti (Io non ho paura, Come Dio comanda). Ma al di là della tendenza a far vivere ai suoi giovani protagonisti le peggio sofferenze, il rovescio della medaglia spesso presente allo stesso modo è che quella dell’innocenza dei bambini è, appunto, un falso costrutto degli adulti. I mostri sono spesso mostri sin da bambini, la malvagità è presente anche nell’infanzia, non tutti nascono buoni e sono poi corrotti dal mondo.

Anna Sky Ammaniti recensione 1

E nella spietata legge della sopravvivenza, senza nessuno che spieghi loro cosa fare, questa generazione di orfani sporchi si ritrova a riunirsi in tribù, a sopraffare, truffare, uccidere o mutilare gli altri. D’altronde, “gli umani producono il male come le api producono il miele”, diceva il William Golding de Il signore delle mosche. Sono intrinsecamente portati al male, gli esseri umani? Di sicuro ad assecondare e seguire il più forte, come gli animali in un branco. Ed ecco, gli animali. Nei libri (e nei loro adattamenti cinematografici) di Ammaniti, sono sempre stati presenti, sin dai pesci d’acquario del suo primo romanzo, Branchie. Un po’ perché l’autore studiava Scienze biologiche, tanto perché gli animali sono una metafora facile e potente, di volta in volta, della paura, del pericolo strisciante, dell’orrore. Qui nuotano felici sin dalla sigla e rappresentano tanti aspetti diversi. La natura che si riprende quello che è suo, la dimensione del sogno, un plot twist imprevisto al veleno, la meraviglia improvvisa – in una scena che ricorda molto quella di The Last of Us, ma senza giraffe – di chi cresce in un mondo spento e apparentemente privo di qualcosa per cui stupirsi. E invece.

Abbiamo visto tante volte, soprattutto al cinema, la storia di bambini perduti che scimmiottano le usanze e i riti dei grandi, coltivandone la memoria a modo loro. Qui però tutto si tinge, oltre che di blu e di bianco come i corpi di questi piccoli puffi schiavi, disperati e privi di compassione, di tante altre tinte. C’è l’horror efficace quando serve, c’è la tensione che cresce e non ti molla fino alla fine (e se hai letto il romanzo è uguale, visto che la storia qui diverge in diversi punti, sin dall’inizio), c’è il grottesco di un mini-Luca Marinelli, c’è la poesia del paesaggio marziano dell’Etna, c’è un racconto per immagini che mi ha fatto venire in mente gli scenari disperati e le anime perse di Matteo Garrone, certo, ma anche qualcosa di del Toro.

Anna Sky Ammaniti recensione 3

Non tutto fila alla perfezione in Anna, c’è qualche piccolo passaggio a vuoto (in particolare nel penultimo episodio) e persiste a quanto sembra la difficoltà di cui parlava Gabriele Salvatores ai tempi del suo Il ragazzo invisibile: trovare in Italia tanti giovani attori tutti bravi. Tanto più se ti servono della stessa regione e devi restringere quindi il campo; e infatti qualcuno è evidentemente meno efficace a schermo di altri. Ma non fa assolutamente niente, e nulla toglie al valore assoluto, in tutti i sensi, di una serie come Anna. Che non è un film lungo quasi sei ore, ma fa tutto per sembrarlo. È televisione, ricordiamolo, e se provi ad accostare un prodotto del genere a quasi tutto il resto che passa sulla TV italiana, in mezzo ci scorre molto più che lo Stretto di Messina.

È perciò un vero peccato che Anna non abbia avuto e non stia avendo probabilmente la visibilità che merita, in passato concessa a produzioni dai nomi (coinvolti) altisonanti, ma spesso sgonfie come un pallone incastrato da trent’anni sotto la pancia di una macchina. Magari è difficile spingere una miniserie che parla di un mondo devastato da un virus, in un mondo sufficientemente devastato davvero da un virus, siamo d’accordo. C’è chi le perdite che affrontano i protagonisti, pur senza lo scenario post-apocalittico del “mondo di fuori” della miniserie, le ha vissute realmente. Ma resta il fatto che Anna di Niccolò Ammaniti è una delle cose indubbiamente più interessanti, coraggiose e a fuoco che si siano viste negli ultimi anni nel desolato, poco apocalittico e molto integrato scenario televisivo nostrano.

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