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The Falcon and the Winter Soldier – La recensione del terzo episodio

The Falcon and the Winter Soldier – La recensione del terzo episodio

Di Lorenzo Pedrazzi

The Falcon and the Winter Soldier continua a rielaborare i diversi generi del cinema d’azione in una trama che riflette non solo sull’eredità di Capitan America, ma sul ruolo dei supereroi in un mondo stremato dai conflitti. Una realtà che mette sul piedistallo i propri campioni e tende a ignorarne i limiti, concedendo loro privilegi e libertà che sono preclusi agli individui “normali”.

Patto col diavolo

Come potevamo immaginare, l’episodio mostra subito l’incontro con Zemo in un carcere di Berlino, recuperando così una vicenda lasciata in sospeso dal finale di Civil War. La raffinata ambiguità di Daniel Brühl è sempre un bel vedere, ma stavolta – almeno per ora – il suo Zemo collabora con Sam e Bucky, che lo fa persino evadere di prigione. Pur restando all’interno dell’action, The Falcon and the Winter Soldier ne alterna diverse sfumature, e qui parte come un prison movie per poi toccare lo spionaggio, i film di gangster e ovviamente il buddy cop.

In effetti, si tratta della puntata meno “supereroistica” tra quelle viste finora, ma non è certo un difetto. La collaborazione tra due nemici-amici, l’alleanza con un criminale per dare la caccia ad altri criminali, il sottobosco malfamato di una metropoli: tutti elementi che rimandano al cinema d’azione puro, soprattutto all’epoca d’oro degli anni Ottanta e Novanta. Forse non è un caso che la sceneggiatura sia di Derek Kolstad, lo stesso dei vari John Wick: le sparatorie e gli scontri fisici hanno infatti ben poco di sovrumano, e spesso si svolgono sotto le stesse luci al neon che illuminavano i passi di Keanu Reeves.

Madripoor, la fittizia nazione insulare dove i nostri eroi rintracciano il siero del supersoldato, è una foresta di grattacieli e bagliori psichedelici, ispirata alle megalopoli del sud-est asiatico. Un’ambientazione nuova per il Marvel Cinematic Universe, divenuta accessibile dopo l’acquisizione di Fox da parte della Disney, poiché Madripoor è prevalentemente legata ai mutanti. La sua introduzione arricchisce una serie di stampo globale (in una singola puntata ci siamo spostati da Monaco a Berlino, poi a Madripoor, Vilnius e Riga), dove le avventure di Sam e Bucky hanno davvero un largo respiro. Curioso che sia proprio Zemo il loro cicerone: se il copione di Civil War ne aveva dato una rilettura “realistica”, The Falcon and the Winter Soldier risale invece alle sue radici dei fumetti, restituendogli la maschera viola e il titolo di Barone. Sarà interessante scoprire le conseguenze di questa evoluzione nel futuro del MCU.

Una scomoda eredità

L’episodio, insomma, è un trascinante action movie in miniatura che si rifà a John Wick anche per le scene di combattimento con Sharon Carter, indurita dal suo esilio a Madripoor dopo aver “tradito” la patria per aiutare Steve Rogers e compagni. Sono scontri che si consumano in spazi ristretti, girati dalla regista Kari Skogland con un certo gusto per il ritmo, per le coreografie e la continuità di ripresa. Sempre al livello del suolo, però, al contrario delle settimane precedenti: la puntata, come si accennava sopra, tralascia in parte le imprese sovrumane per concentrarsi su conflitti più “terreni”. Certo, l’azione stessa è giustificata in modo un po’ arbitrario. Se nello scorso episodio era parte integrante della trama, qui è un mero riempitivo, un’appendice della storia: i cacciatori di taglie che inseguono i protagonisti, per capirci, sono legati a un evento molto circoscritto, e non essenziale per l’intreccio. Anche la libertà con cui Zemo utilizza le sue risorse e si muove da un capo all’altro del pianeta è fin troppo inverosimile, considerando che è appena evaso dal carcere. Alcuni snodi narrativi, nella sceneggiatura di Kolstad, sono quindi un po’ forzati.

Il copione si impegna anche a inserire dei piccoli riferimenti alla questione etnica, tema centrale di The Falcon and the Winter Soldier, ma è sempre buffo assistere agli sforzi degli sceneggiatori bianchi per trattare l’argomento (qui ci sono un dialogo su Trouble Man di Marvin Gaye e uno sul look di Sam). Il tema stesso, peraltro, si intreccia con il retaggio di Capitan America e gli sviluppi politico-sociali degli Stati Uniti. Anche nell’universo immaginario della Marvel, assistiamo a uno scollamento fra il paese più multietnico del mondo – dove le cosiddette “minoranze” chiedono il sacrosanto diritto di essere rispettate – e le istituzioni a maggioranza bianca, ancora convinte che il simbolo dei valori americani debba necessariamente essere WASP.

Sam, in tal senso, rappresenta un’America ignorata e messa da parte. Se ha dato via lo scudo, non è solo perché non si sentiva all’altezza, ma perché non si riconosce in questa America, la nazione che vede un unico colore (o meglio, un’assenza di colore) e ha creato un supersoldato come strumento di propaganda. Con queste premesse, l’unico modo per raccogliere quell’eredità potrebbe consistere nel farla propria. Cambiarla, e renderla davvero accessibile a tutti. Forse, è anche per questo che Steve ha lasciato lo scudo proprio a lui.

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