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Tenebre e ossa – La recensione della serie tratta dal GrishaVerse

Tenebre e ossa – La recensione della serie tratta dal GrishaVerse

Di Lorenzo Pedrazzi

La ricerca di nuovi mondi da trasporre sullo schermo porta Netflix nel GrishaVerse di Leigh Bardugo, scrittrice israelo-americana che radica il suo immaginario fantasy nell’Europa ottocentesca. Tenebre e ossa combina l’omonimo romanzo del 2012 e Sei di corvi (altro libro di questo universo narrativo) per raccontare un’epopea fatta di eroi più o meno convenzionali, dove non mancano i riferimenti sibillini al mondo reale.

La linea d’ombra

La serie è ambientata in un regno fantastico, Ravka, il cui accesso al mare è impedito da un’enorme zona oscura chiamata Faglia d’Ombra. Si tratta di una striscia di terra immersa nelle tenebre, e popolata da fameliche creature volanti chiamate Volcra. Non è possibile aggirarla: a nord si trova infatti il regno nemico di Fjerda, mentre a sud un’impervia catena montuosa e un’altra nazione avversaria, Shu Han. Per la propria difesa, Ravka si affida non solo ai soldati tradizionali (che compongono il Primo Esercito), ma anche ai Grisha, individui dotati di straordinari poteri che consentono loro di manipolare la materia, il corpo o gli elementi. Fjerda li considera un abominio, e dà loro la caccia.

In questo contesto si muove Alina Starkov (Jessie Mei Li), giovane cartografa di origini Shu Han, cresciuta in un orfanotrofio insieme all’amico Malyen Oretsev (Archie Renaux). Entrambi fanno parte del Primo Esercito, e si ritrovano a dover attraversare la faglia durante una missione. La loro nave subisce l’attacco dei Volcra, ma Alina, proprio quando sta per soccombere insieme a Mal, sprigiona dal suo corpo un’energia luminosa che sbaraglia i mostri. La ragazza scopre quindi di essere una Grisha, e non una qualunque: è infatti un’evocaluce, capace di raccogliere ed emettere la luce solare. Si credeva che l’evocaluce fosse solo una leggenda, quindi la sua scoperta attira subito l’attenzione del Generale Kirigan (Ben Barnes), capo del Secondo Esercito, il cui potere consiste nel manipolare le tenebre. Alina viene subito condotta a Os Alta per incontrare il Re, nella speranza che il suo potere sia in grado di distruggere la Faglia d’Ombra.

Intanto a Ketterdam, capitale dell’isola di Kerch, il famigerato Kaz Brekker (Freddy Carter) compete con un altro criminale per ottenere un incarico che potrebbe arricchirlo. A tal fine, Kaz recluta l’infallibile pistolero Jesper Fahey (Kit Young) e l’ex acrobata Inej Ghafa (Amita Suman), che il ladro intende riscattare dal bordello di cui è prigioniera. La loro missione è legata ad Alina, e le sorti di tutti i personaggi confluiranno nello stesso posto.

Riferimenti storici e superpoteri

La peculiarità che salta agli occhi, soprattutto rispetto ad altri fantasy di Netflix, è l’ambientazione “storica” di Tenebre e ossa. Il mondo di Leigh Bardugo è infatti basato sulla Russia zarista di inizio Ottocento, quindi lontano sia dal sottogenere dell’high fantasy sia dallo steampunk vittoriano. Tale contesto gli dona una certa eleganza formale, con pochi fronzoli (a parte alcuni splendidi costumi dei Grisha) e un interessante contrasto fra classi sociali che rimanda proprio all’Impero Russo. I Grisha ricordano i mutanti dell’universo Marvel, ma con la differenza che Ravka li eleva a uno status superiore, integrandoli de facto nei ceti aristocratici del paese – ai quali però sono asserviti. Al contempo, alcuni Grisha riservano un trattamento da untermenschen ai soldati semplici e alle persone comuni, reiterando un meccanismo oppressivo che si esprime su più livelli.

È però significativo che i poteri dei Grisha non li rendano affatto imbattibili; anzi, le scene d’azione più intriganti sono proprio quelle che mettono a confronto abilità sovrumane e armi ordinarie, in un mondo dove la tecnica è costretta a tenere il passo dei superpoteri (non a caso, c’è un dialogo che spiega come i fucili a ripetizione di Fjerda abbiano ridotto il divario con i Grisha). I poteri di questi ultimi sono sempre ritratti come un elemento estraneo e sorprendente, tant’è che la serie privilegia il punto di vista di chi non ne possiede. Persino Alina, pur essendo l’eroina principale della storia, vive le sue capacità con mistero e meraviglia. Tutti gli elementi fantastici, comunque, sono ricondotti a questa forma di scienza – non magia – che permette di controllare i fenomeni naturali: la serie di Eric Heisserer (candidato all’Oscar per la sceneggiatura di Arrival) approccia quindi il genere fantasy con grande razionalità, stabilendo un universo narrativo molto coerente nelle sue leggi interne.

Un racconto corale

Anche in virtù della sua costruzione solida e ben definita, Tenebre e ossa è forse la miglior serie fantasy tra gli originali Netflix. Certo, parliamo di una qualità media piuttosto scarsa, e basta un minimo di decenza per emergere dal lotto. Anche qui le lacune non mancano: l’impianto è fin troppo convenzionale, e il personaggio di Alina – archetipo dell’outsider che si scopre speciale – ha ben poco da dire. Molto più interessante il gruppo di Kaz: lui e Jesper vantano il tipico fascino delle canaglie (tormentato il primo, guascone il secondo), mentre Inej è un concentrato irresistibile di forza e delicatezza. La storia inespressa fra lei e Kaz è ricca di non detti, con sguardi pregnanti che non necessitano di parole.

Dal canto suo, il Kirigan di Ben Barnes riassume il lato più “politico” della vicenda, secondo un’ideologia eccezionalista (quasi trumpiana) che non si ferma davanti a nulla pur di garantire la supremazia e l’integrità del paese. La vera idea vincente di Heisserer risiede però nella combinazione dei due romanzi citati all’inizio, modificando la missione di Kaz per farla incrociare con il percorso di Alina: in questo modo, Tenebre e ossa adotta una narrazione corale che rende la serie più eterogenea, fino a un suggestivo scontro finale che riunisce tutti.

Certo, per arrivarci è necessaria un po’ di pazienza. Gli otto episodi non sempre tengono il ritmo (anche perché durano sui 50 minuti, se non di più) e alcuni passaggi avrebbero meritato una maggior sintesi. Chissà che la seconda stagione – quasi scontata per un progetto del genere – non riesca a smussare queste asperità.

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