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Oscar 2021: poche sorprese e il trionfo del “famolo strano”

Oscar 2021: poche sorprese e il trionfo del “famolo strano”

Di Marco Triolo

Non poteva che essere una Notte degli Oscar strana, quella andata in scena nelle scorse ore. In quanto prima dell’era del Covid (l’edizione 2020 si era svolta normalmente in febbraio, prima che scoppiasse tutto), è stata anche troppo normale. L’Academy deve ringraziare la campagna vaccinale, che in USA ha finalmente preso il volo (specialmente in California), ma anche la propria lungimiranza nell’aver spostato la cerimonia da febbraio a fine aprile – anche se non era affatto scontato che si sarebbe comunque potuta tenere in presenza e, oltretutto, senza mascherine.

QUI tutti i vincitori degli Oscar 2021.

Quello a cui abbiamo assistito ieri è insomma il frutto di un po’ di fortuna, ma anche dell’esplicita intenzione dell’Academy di non trasformare gli Oscar nell’ennesimo show su Zoom, prendendo nettamente le distanze dai Golden Globes. Meglio di così, forse, non poteva venire. Forse.

Tutti insieme in stazione

Partiamo dalla location: il classico Dolby Theatre di Hollywood è stato utilizzato solo per alcuni collegamenti, mentre l’arena principale è stata la Union Station di Los Angeles. Uno spazio molto ampio, col alti soffitti, ideale per questo momento storico. La stazione si è trasformata in una specie di club esclusivo, con numerosi tavolini a cui erano sedute le star candidate, ciascuna con un accompagnatore. A ogni break pubblicitario, parte del pubblico veniva fatta uscire e sostituita con altri ospiti. Come abbiamo detto ieri notte durante la diretta Twitch, è un po’ venuto a mancare quel milieu da Oscar in cui il vincitore di una statuetta stringe la mano a vecchie star presenti come ospiti, quel mix di volti vecchi e nuovi che contribuisce al fascino della cerimonia. Ieri notte, tutto si è svolto con rigore, in maniera quasi automatica. Addio pause drammatiche tra l’elenco dei candidati e la fatidica frase “… and the Oscar goes to”. I presentatori (anche quest’anno una moltitudine, tra cui Riz Ahmed che si è trovato a premiare col sorriso il suo stesso film, Sound of Metal) leggevano la lista e poi annunciavano senza tanto clamore il vincitore. Il tutto per fare prima.

Peccato che, un po’ come Sanremo da noi, la Notte degli Oscar non possa durare troppo poco. E dunque, pur con tutte le limitazioni del caso e il senso di “dai dai dai che la portiamo a casa”, la cerimonia è durata tre ore buone e ha avuto una serie di inspiegabili momenti morti. Su tutti, il siparietto con le star invitate a una specie di quiz sulle canzoni candidate alle scorse edizioni. O anche la scelta scriteriata di annunciare gli otto candidati al miglior film – la categoria con più candidati – con una serie di clip troppo lunghe. A mano a mano che ci si avvicinava alla fine della serata, i tempi parevano allungarsi. Sarà stata anche la stanchezza, i discorsi di ringraziamento a volte interminabili, ma l’impressione è stata questa.

Una serata prevedibile, con qualche eccezione

Chadwick Boseman

Altra scelta assolutamente incomprensibile, col senno di poi, è stata quella di non annunciare il miglior film per ultimo, ma di riservare quella posizione al miglior attore. Eravamo certi che fosse per premiare Chadwick Boseman e chiudere con un omaggio all’attore prematuramente scomparso. Invece alla fine Joaquin Phoenix (vincitore per Joker l’anno scorso) si è ritrovato a consegnare (si fa per dire) il secondo Oscar a Sir Anthony Hopkins, che non era presente e ha ringraziato solo stamattina. Boseman, che tutti davamo per scontato, in quanto aveva già vinto una sfilza di premi postumi e gli Oscar avevano riservato quel trattamento anche a Heath Ledger, è rimasto fregato. Da un lato non è sbagliata l’idea di premiare per merito, non per omaggio. Dall’altro, invertire l’ordine dei premi per poi deludere le aspettative non è stata una mossa particolarmente furba.

L’altra sorpresa è stata la statuetta a Frances McDormand (per Nomadland). L’attrice aveva già vinto nel 2018 per Tre manifesti a Ebbing, Missouri e nel 1997 per Fargo, tutti da protagonista. Ieri ha anche vinto come produttrice, quindi sono quattro statuette per lei. Ieri abbiamo scherzato dicendo che avevano deciso di premiare lei perché sapevano che avrebbe fatto un discorso breve. Così è stato. Grazie, Frances.

Infine, possiamo considerare una sorpresa anche la vittoria di Youn Yuh-jung come attrice non protagonista per Minari. Youn ha condiviso la categoria con pezzi da novanta come Glenn Close (Elegia americana) e Olivia Colman (The Father), nonché la rivelazione dell’anno Maria Bakalova (Borat: Seguito di film cinema). Ma alla fine ha prevalso, e non senza meriti.

Venezia ci azzecca ancora

Ancora una volta, comunque, la Mostra di Venezia si è dimostrata lungimirante, avendo assegnato il Leone d’Oro al film che avrebbe trionfato agli Oscar. Nomadland ha ottenuto tre premi (miglior film, regia e attrice). Sound of Metal, film indie molto apprezzato, ha vinto due meritatissimi Oscar tecnici (miglior sonoro e montaggio). Due Oscar tecnici (scenografie e fotografia) anche a Mank, il film con più candidature (dieci), che per lo meno non ha sofferto l’onta di lasciare il palco a bocca asciutta. Delusione invece per Pinocchio, snobbato in entrambe le categorie in cui era candidato – trucco e costumi – e battuto in entrambe da Ma Rainey’s Black Bottom.

In definitiva, si è trattato di un’edizione piuttosto moscia e, nonostante i tempi ristretti e la mancanza di esibizioni musicali (esaurite tutte nel pre-show), a tratti parecchio noiosa. Difficile fare altrimenti, come dicevamo: da un lato c’era la spinta a finire in fretta per ovvie ragioni, dall’altro quella a rispettare comunque l’importanza dell’occasione. Ne è uscita una via di mezzo che ci ha fatto rimpiangere le dirette lunghe, ma per lo meno più sentite, degli scorsi anni. Speriamo che l’anno prossimo si torni alla normalità.

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