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Nostalgia di un mondo mai esistito: Amélie compie 20 anni

Nostalgia di un mondo mai esistito: Amélie compie 20 anni

Di Lorenzo Pedrazzi

Sono passati vent’anni dall’uscita de Il favoloso mondo di Amélie, ma è come se ne fossero trascorsi il doppio. Il film di Jean-Pierre Jeunet, distribuito il 25 aprile 2001 nelle sale francesi, è davvero figlio di un mondo che non esiste più, e che per certi aspetti non è mai nemmeno esistito, se non attraverso il filtro ingannevole della nostalgia. Rivederlo oggi è straniante, poiché rievoca l’ingenuità di un tempo che non è solo pre-Covid, ma anche pre-11 settembre: un’epoca di apparente semplicità e leggerezza, tanto più palese se consideriamo che la trama si svolge nel 1997 (e gli anni Novanta, già resuscitati dall’immaginario collettivo, sono al centro di una profonda rielaborazione culturale).

Ovviamente quella “leggerezza” è solo un’illusione sotto acidi, la fantasia delirante di un prigioniero che detesta la sua gabbia. In fondo, l’Amélie di Audrey Tautou è proprio questo: una donna che si è costruita un universo tutto suo per fuggire dalla sua prigione, la realtà. L’incipit è già molto chiaro in tal senso. Cresciuta con un padre anaffettivo e una madre nevrotica (scomparsa molto presto), Amélie si è dovuta rifugiare nei famosi “piccoli piaceri della vita”, quelle minuzie quotidiane che costituiscono il manifesto del film. In quanti, dopo averlo visto, hanno cominciato a tuffare la mano in un sacco di legumi? E quanti, durante l’immancabile visita a Parigi, sono andati a passeggiare lungo il canal Saint-Martin, un tempo ignorato dai turisti? Jeunet sposta l’attenzione sui dettagli marginali anche dal punto di vista topografico (stiamo parlando di un film ambientato a Parigi in cui non si vede mai la Tour Eiffel, se non da molto lontano), e attira proseliti affamati di magia, evasione, sogni a occhi aperti.

In effetti, le emulatrici di Amélie sono uno dei fenomeni subculturali più bizzarri degli anni Duemila. “Occhi stralunati, sorriso sognante, quel taglio di capelli a scodella che stava bene solo a Audrey Tautou scrive Sofia Torre su The Vision. Il favoloso mondo di Amélie ha lasciato un’eredità (non solo estetica) difficile alla generazione di ragazze che, poco dopo l’uscita del film, accorrevano in massa a fotografare le nuvole con addosso camicette a fiori e gonne colorate e svolazzanti”. Il problema è che Amélie non è una donna di carne e sangue, ma una buffa creatura eterea che non sembra avere bisogni fisiologici (tantomeno sessuali), interessi culturali o politici, né relazioni sociali che vadano oltre i vicini di casa o le colleghe di lavoro al Café des 2 Moulins. Anzi, il suo voto a sacrificarsi per la felicità altrui è la negazione stessa del desiderio: quello che Elisa Cuter descrive come “l’aspirazione a qualcosa di meglio, qualcosa che si ricerca per il proprio interesse. Non una natura a cui occorre conformarsi, né una prassi a cui si è stati educati, e a cui si deve obbedire” (da Ripartire dal desiderio, Minumum Fax, 2020).

Tale caratterizzazione riconduce Amélie a un’idea vetusta di donna-Madre, la cui identità si plasma in funzione degli altri. “Sul piedistallo si mettono le Madonne” diceva il prof. di italiano a una mia compagna di liceo che rimpiangeva lo Stil Novo e la venerazione della donna angelicata. Ecco, Jeunet gioca ironicamente con questa immagine (basti pensare al finto cinegiornale che ritrae la protagonista come Madre Teresa), ma il paradosso è che finisce per legittimarla più che dileggiarla. Il favoloso mondo di Amélie dovrebbe raccontare l’emancipazione dell’eroina da uno stato di involuzione emotiva, e teoricamente lo fa, ma tende a porre fin troppo l’accento sul lato giocoso e sospeso della sua vita precedente, che ne soverchia il percorso di crescita. In pochi ricordano le esortazioni dell’Uomo di Vetro ad affrontare la vita (peraltro risolte in pochi secondi), ma nessuno dimentica il contorto tira e molla con Nino, le foto vestita da Zorro, la crosta della crème brûlée rotta col cucchiaino, il discutibile accoppiamento della tabaccaia ipocondriaca con lo stalker del bar, e tutto il campionario disfunzionale della protagonista. Non a caso, la supposta emancipazione si consuma nell’incontro di queste stranezze, non in una vera e propria crescita personale: Amélie rimane la stessa, ma con un fidanzato che è la sua versione maschile (tralasciamo il mistero di Mathieu Kassovitz, che all’inizio sembrava voler spaccare tutto con un film come L’odio, salvo poi ridursi a più miti consigli).

Il film di Jeunet, insomma, dimostra cosa succede quando si prende una manic pixie dream girl e la si promuove al rango di protagonista. L’ambiente circostante viene influenzato dal suo peculiare sguardo sul mondo, e il regista francese è bravo a fondere realtà e fantasia senza soluzione di continuità, anche grazie alla fotografia lisergica di Bruno Delbonnel. Quest’ultima contribuisce a restituire l’idea di un universo alternativo, parziale e inaffidabile come un ricordo. Rivederlo oggi fa proprio questo effetto: se è vero che la memoria tende ad abbellire e semplificare il passato (soprattutto quando rievoca la giovinezza), Amélie ne riproduce i meccanismi con efficacia impressionante. I personaggi sono definiti solo da un tratto superficiale (un tic, una nevrosi, un’ossessione), ovvero quello che tenderemmo a imprimere nei nostri ricordi perché più evidente rispetto al resto; la prospettiva sul mondo esterno è puramente intimista, senza alcuno spazio per il contesto storico o sociale (a parte la morte di Lady Diana, che però serve da motore narrativo); mentre l’ambiente cittadino si trasfigura in un luogo fiabesco e atemporale, dove ogni intreccio si scioglie, ogni mancanza viene lenita. Proprio come nella nostra idea del passato, che troviamo rassicurante perché tutto è ormai già accaduto, e ogni questione – nel bene o nel male – è stata risolta.

L’attrattiva di Amélie sta tutta in questa sensazione familiare di dolcezza e malinconia, la stessa che associamo ai ricordi. Così si spiegano i tentativi di emulazione da parte dei fan, che cercano di mantenere vivo anche nella vita reale quel flusso sognante di piccoli piaceri e piccoli rimpianti. “Il passato continua a ritornare perché non riusciamo a ricordare il presente”, dice Mark Fisher in Spettri della mia vita (Minimum Fax, 2019), sottolineando la nostra incapacità di mettere a fuoco il presente con rappresentazioni estetiche della nostra esperienza attuale. È uno dei problemi che affliggono la cultura postmoderna, e Amélie, rivisto oggi mentre il pianeta va a rotoli, sortisce il medesimo effetto: ci avvolge in un abbraccio caldo e ovattato, tanto piacevole quanto paralizzante.

I “piccoli piaceri” di cui sopra rientrano in questa trappola. “La tendenza lanciata dalla protagonista dell’opera di Jean-Pierre Jeunet ad attaccarsi a consolazioni effimere e discutibili dei piccoli piaceri della vita rischia di farci dimenticare che abbiamo diritto anche a quelli grandi” dice ancora Sofia Torre su The Vision, ed è vero: anche se Amélie non è propriamente passiva (ha un modo molto personale di agire, per quanto contorto e stralunato), la sua eredità lo è. Ci stimola a rifugiarci in una condizione sospesa e intorpidita, votata all’inazione più che alla meraviglia, poiché tali piaceri vengono assorbiti negli schemi della routine. Raccogliere sassi da far saltare sul canal Saint-Martin non è una scelta per la protagonista, ma un riflesso condizionato. Una reazione spontanea, come la nostalgia di fronte al mondo del film, pur sapendo che non è mai esistito. Se non, forse, nello zeitgeist di un’epoca ossessionata da eventi mai accaduti, e che preferisce trasformare il passato attraverso il rimpianto.

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