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The Rental, l’horror ai tempi di Airbnb | Recensione

The Rental, l’horror ai tempi di Airbnb | Recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

L’horror è sempre stato efficace nel rielaborare le ansie della contemporaneità, soprattutto da quando Richard Matheson e George Romero ne hanno piantato i semi tra le pieghe del quotidiano, nei coni d’ombra di ciò che reputiamo “normale”. Le incertezze della rete – universo virtuale dietro cui può nascondersi chiunque – hanno fatto il resto: dai social network ai portali tipo Airbnb, ognuno di noi vive la preoccupazione di cacciarsi in situazioni critiche, con luoghi o persone che si rivelano diverse dal loro simulacro digitale.

The Rental gioca proprio sull’inquietudine che nasce dal contrasto fra reale e virtuale, com’è evidente fin dalle prime battute. Quando Charlie (Dan Stevens) e la sua collega Mina (Sheila Vand) trovano una splendida casa su internet per trascorrere il fine settimana con i rispettivi partner, i dubbi emergono subito: l’affittuario potrebbe essere un razzista o un maniaco, non si sa mai con questi siti, anche se le recensioni paiono buone. Il tizio (Toby Huss) è effettivamente sgradevole, ma il posto è magnifico, e il quartetto si ambienta subito. Con Charlie c’è la moglie Michelle (Alison Brie), mentre Mina è accompagnata da Josh (Jeremy Allen White), fratello di Charlie. Tra gelosie e complessi d’inferiorità – Josh non si sente all’altezza di Mina, donna brillante e affermata sul lavoro – il weekend comincia bene, almeno finché Mina non scopre delle telecamere nascoste nella casa. La paranoia cresce, e qualcuno potrebbe essere in agguato.

The Rental parte quindi da una premessa con cui è facile relazionarsi, intercettando alcuni timori endemici del nostro presente (l’insicurezza sociale, la violazione della privacy, l’isolamento) che sono stati ulteriormente amplificati dai meccanismi della rete. La sceneggiatura è costruita attorno ai quattro personaggi, più che alla minaccia in sé, e i titoli di coda ci offrono una possibile chiave di lettura: l’esordiente Dave Franco ha infatti scritto il copione con Joe Swanberg, figura di spicco del movimento mumblecore e delle sue derivazioni horror. The Rental non può annoverarsi nella stessa categoria, ma le radici sono quelle. Un gruppo di amici confinati nello stesso luogo, rapporti incrociati, gelosie, una presenza nell’ombra… in tal senso, il film di Franco è un Baghead in versione patinata, senza la sovrapposizione di voci e lo sguardo indie.

La tensione regge nella prima parte, quando il contesto è ancora ambiguo, ma svanisce non appena i contorni si fanno più nitidi. Siamo a metà strada fra uno slasher e un home invasion (generi che peraltro sono molto cari all’horror indipendente), eppure mancano sia l’efferatezza del primo sia la suspence del secondo, e non c’è traccia di soluzioni originali nella gestione delle scene orrorifiche. La caratterizzazione dei protagonisti punta molto sulle allusioni, le invidie, i sensi di colpa, ma non è difficile immaginarne le conseguenze: va tutto come da pronostici. Anche le ombre sul passato di Charlie vengono solo accennate, senza sviluppi significativi. La sensazione è di assistere a un film troppo irrisolto, in particolare quando tratta le dinamiche fra i personaggi.

Non gli giova l’introduzione tardiva della minaccia (peraltro senza nemmeno la possibilità di un colpo di scena), e l’epilogo consolida un sospetto che comincia a montare da metà film: più che un’opera compiuta, The Rental è il lungo prologo di un nuovo potenziale franchise. Una furbizia che si potrebbe perdonare se almeno il risultato fosse convincente, ma non è questo il caso.

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