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The Falcon and the Winter Soldier – La recensione del secondo episodio

The Falcon and the Winter Soldier – La recensione del secondo episodio

Di Lorenzo Pedrazzi

Eccolo, il buddy cop in versione supereroistica. Dopo un primo episodio di stampo introduttivo, The Falcon and the Winter Soldier scopre le carte e ci offre la sua vera natura: quella di una commedia d’azione ispirata alle grandi coppie disfunzionali degli anni Ottanta e Novanta, ma trasportata nel contesto in perenne evoluzione del Marvel Cinematic Universe. Un universo che comprende gli stessi conflitti sociali del mondo reale, a cui si aggiungono altre problematiche legate ai suoi eventi più recenti.

Coppia che scoppia

«We are not a team, we are a time bomb» sentenziava Bruce Banner nel primo Avengers, riassumendo la visione di Joss Whedon sul supergruppo della Marvel. Qualcosa del genere si potrebbe dire anche per Sam Wilson (Anthony Mackie) e Bucky Barnes (Sebastian Stan), coppia sempre sull’orlo di una crisi di nervi. È proprio la notizia del nuovo Capitan America (Wyatt Russell) a riunire i due eroi: Bucky rinfaccia a Sam di aver sprecato il retaggio di Steve Rogers, e di non avere il diritto di cedere lo scudo. La tensione, però, si scioglie ben presto nella prima scena da buddy cop di tutta la serie: il dialogo in cui Sam dice a Bucky che gli Spezzabandiera potrebbero appartenere ai “grandi tre”, ovvero “androidi, alieni e maghi”.

Ciò che ne deriva è la loro prima missione insieme, quando scoprono che i terroristi sono un osso troppo duro da affrontare senza un piano. La campagna promozionale è stata furba a nascondere certi dettagli del combattimento sui camion, peraltro girato e coreografato con la consueta abilità. In quel frangente, le apparizioni di John Walker e Lemar Hoskins (Clé Bennett) sono inaspettate, ma tempestive: non tanto per la missione (privi di superpoteri, possono ben poco contro gli Spezzabandiera), quanto per le dinamiche tra i personaggi. Sam e Bucky vedono John e Lemar – che si fa chiamare Battlestar – come due usurpatori, servi di quel potere che lo stesso Steve Rogers paradossalmente contestava. È anche per questo che rifiutò gli accordi di Sokovia: campione di un individualismo tutto americano, Steve non voleva lavorare sotto il controllo delle nazioni. Sam e Bucky sono autonomi, mentre John e Lemar sono alle dipendenze del governo.

Lo scontro di opinioni non sarebbe altrettanto significativo se l’episodio non si fosse aperto con un prologo tutto dedicato a Walker. La prima scena getta infatti uno sguardo intimista sul personaggio, militare pluridecorato che improvvisamente deve affrontare un mondo fatto di pubbliche relazioni e strategie promozionali. Lo show in cui viene presentato non è molto diverso dagli spettacolini a cui partecipava Steve Rogers negli anni Quaranta, dove Capitan America era solo un fantoccio della propaganda. Grazie a queste premesse, l’incontro con Sam e Bucky vanta una maggiore intensità: sappiamo che dietro la maschera c’è una persona, con i suoi dubbi e fragilità, non un soldatino in abiti sgargianti.

Sfumature

In effetti, la sceneggiatura di Michael Kastelein è abile a smussare gli spigoli di un genere storicamente manicheo. Gli stessi Spezzabandiera, pur essendo gli antagonisti del momento, sono personaggi con cui è facile empatizzare. La loro filosofia utopista ha qualcosa di condivisibile, e inoltre sono impegnati in missioni umanitarie per aiutare i più deboli (rubano persino dei vaccini: quantomai attuale, non c’è che dire). L’impressione, finora, è di trovarsi davanti a schieramenti con posizioni diverse, più che a “buoni” e “cattivi”. L’introduzione di Power Broker, in compenso, potrebbe scardinare gli equilibri, così come il ritorno di Helmut Zemo (Daniel Brühl). A dominare la puntata c’è però l’ottima alchimia tra gli eponimi supereroi, che ci regalano alcuni scambi degni dei migliori buddy cop. La scena della seduta con la terapeuta è un esempio piuttosto brillante, non solo per la scrittura di Kastelein ma anche per la fisicità ingombrante di Anthony Mackie e Sebastian Stan. Fin dall’inizio dell’episodio è come se occupassero sempre l’uno lo spazio dell’altro, e tale contrasto esplode durante la terapia con effetti spassosi.

Ben più serio è invece il segmento che porta Sam a scoprire l’esistenza di Isaiah Bradley (Carl Lumbly), lo storico Black Captain America, simbolo involontario dell’oppressione dei Neri negli Stati Uniti. The Falcon and the Winter Soldier trova un modo sensato per trasporre la sua tragica storia nel MCU, rendendolo parte di una trama più ampia che coinvolge il siero del supersoldato, gli Spezzabandiera e altro ancora. C’è spazio anche per una fugace introduzione di Eli (Elijah Richardson), destinato a diventare il membro degli Young Avengers noto come Patriot. Il discorso sulla discriminazione razziale si conferma al centro della serie, anche se stavolta non è sempre gestito al meglio. Emblematica la scena in cui una volante della polizia interviene per chiedere i documenti di Sam: pur riferendosi a una realtà quotidiana negli Stati Uniti, è inserita forzatamente dopo il dialogo con Bradley, risultando gratuita e disorganica.

Al di là di questo, l’episodio mostra tutto il potenziale di The Falcon and the Winter Soldier, preannunciando alcuni possibili sviluppi futuri: non solo la minaccia di Zemo, ma anche il ruolo di Power Broker negli squilibri di John Walker. Insomma, si procede in crescendo.

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