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Roberto Recchioni’s – Zack Snyder’s Justice League – La Recensione

Roberto Recchioni’s – Zack Snyder’s Justice League – La Recensione

Di Roberto Recchioni

DISCLAIMER

Da qualche parte su questo sito, troverete la mia vecchia recensione del film del 2017 della Justice League. È bene che si sappia che quel pezzo, largamente positivo, è stato scritto sotto forti pressioni da parte dei poteri forti e manipolato dal mio gemello buono. È un pezzo che non riflette la mia visione e, per questo, ho deciso di apportare qualche modifica e aggiungere dei nuovi paragrafi.
Quindi, ecco a voi la…

ROBERTO RECCHIONI’S – ZACK SNYDER’S JUSTICE LEAGUE – REVIEW

PARTE UNO

– Non contare su di loro, Zack –

C’è un vecchio detto che dice che due torti non fanno una ragione e probabilmente è ancor più vero nel controverso caso della Justice League di Zack Snyder, dove un gran numero di torti si sono accumulati lungo tutta la lavorazione e l’uscita di questo controverso film.
Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio: vi avverto, sarà una storia lunga.
È il 2013 e nelle sale sta arrivando Man of Steel, l’interpretazione di Zack Snyder del mito dell’uomo d’acciaio creato da Siegel e Shuster. Ora, sembrerà difficile da credere, ma nel 2013 il cinema era molto diverso da quello attuale e i Marvel Studios (assieme alla Disney) non dominavano ancora il mondo in maniera così netta come oggi. Soprattutto, non avevano ancora definito in maniera univoca come dovesse essere fatto un film di supereroi per funzionare con una platea più vasta possibile. C’erano quasi, sia chiaro, ma ancora non del tutto, al punto che all’interno delle loro stesse produzioni esisteva ancora il margine per provare formule narrative non standardizzate, visioni anche autoriali, che potessero rappresentare un’alternativa al modello proposto in Avengers. Non a caso, nel 2013 usciva Iron Man 3, una delle pellicole più anomale e fuori dal coro della Casa delle Idee.
In questo contesto, la Warner/DC sembrava avere le idee chiare e una direzione precisa da seguire: forti della trilogia di Batman da poco conclusa (con straordinario successo di pubblico e critica), loro continuavano a realizzare film alla vecchia maniera, opere compiute e autonome (per quanto suscettibili di sequel), che non costruivano universi narrativi condivisi e non erano destinate a diventare tasselli di qualcosa di più grande. La massima aspirazione narrativa della Warner di quel periodo era costruire delle trilogie che, proprio come quella di Nolan, fossero sostenute da un’univoca e forte impronta autoriale. E visto che Nolan era il sole a cui rifarsi, proprio a lui venne chiesto di scegliere a chi affidare i futuri film dedicati a Superman. E il regista di Tenet scelse Zack Snyder, un autore di grandi eccessi ma dallo stile narrativo e visivo potentissimo e inconfondibile.
Nacque così Man of Steel.
Come andarono le cose? A guardare l’aspetto economico molto bene, perché il film divenne un successo mondiale indiscutibile, per quanto la critica si divertì a farlo a pezzi. Quello che però spaventò davvero la Warner/Dc fu il “sentiment” che si respirava attorno alla pellicola, quell’insieme di reazioni emotive che il film aveva generato, in particolare sui social. Sotto quell’aspetto, tirava un’aria preoccupante perché la fanbase DC sembra volere qualcosa di più rispetto a quanto le era stato dato, aspirava a uno scenario più ampio, un mondo più vasto e interconnesso, un maggior numero di personaggi… in poche parole, voleva un universo cinematografico che potesse rivaleggiare con quello Marvel e che fosse in grado di regalarle (in fretta) un film evento come Avengers. Una volta capito che i tempi erano cambiati e che c’era un nuovo paradigma da perseguire, in casa Warner stravolsero i piani che si erano fatti e quello che inizialmente doveva essere Man of Steel 2, diventò Batman v Superman: Dawn of Justice, un frettoloso e poco meditato tentativo di recuperare il tempo perso tutto in un colpo. A Snyder venne quindi chiesto di fare un film diverso rispetto ai suoi piani originali, di costruire delle premesse per qualcosa che sarebbe dovuto arrivare e di introdurre in fretta e furia nuovi personaggi.
Nessuno chiese però di cambiare stile registico o approccio visivo. E così Snyder fa un altro film di Snyder: cupo, maestoso e così epico da sfiorare (e secondo alcuni, tra cui il sottoscritto, superare) la soglia del ridicolo. Il messaggio sembrava essere chiaro: “Volete l’universo DC? Vi darò l’universo DC, ma alla mia maniera. I film Marvel sono colorati, divertenti e autoironici? I miei, no. I miei sono una cosa seria”.
Questa volta le cose vanno male anche al botteghino, oltre che con la critica. Il film apre benissimo (segno che l’interesse per i supereroi DC è piuttosto vivo e che la speranza è ancora accesa), ma ha un pessimo secondo weekend in termini commerciali e diventa oggetto di meme e sfottò feroci sui social (la questione della mamma chiamata Martha non aiuta). Il “sentiment”, che ormai è diventato un parametro fondamentale per le major hollywoodiane, è fortemente negativo. Nemmeno il lancio di una versione estesa (molto migliore di quella arrivata in sala inizialmente) salva la situazione e per la Warner diventa chiaro che il problema è proprio nella visione e nell’approccio di Snyder.
Bisogna cambiare passo se non si vuole mangiare la polvere. Il problema è che Snyder non si può esautorare dal progetto a cui è legato da un contratto molto favorevole. L’unica possibilità è cercare di spingerlo a cambiare direzione, almeno un pochino, magari affiancandogli qualcuno che lo aiuti.

Zack Snyder's Justice League

PARTE DUE

– L’età di Joss Whedon –

L’occasione si presenta grazie a Joss Whedon. Il regista dei due film degli Avengers ha lasciato in maniera polemica la Casa delle Idee e non ci pensa un momento a farle un dispetto e salire sul carrozzone della Distinta Concorrenza, dove viene salutato come l’eroe venuto a salvare la situazione. In un primo momento l’incarico di Whedon è quello di “sistemare” lo script del prossimo film della Justice League, che Snyder ha già consegnato, rendendo leggero e divertente un materiale pensato per essere tutt’altro. Deve, in sostanza, trasformare un film di Snyder in un generico film della Marvel. O almeno, fare in modo che gli assomigli un pochettino.
Snyder, almeno ufficialmente, sembra accettare di buon grado la collaborazione e inizia a girare il film sulla base del copione rivisto. Una volta completate le riprese (quelle con attori in carne e ossa), si appresta a lavorare a tutta la lunghissima post-produzione del film, sapendo bene che ci sarà da lottare per difendere la sua visione estetica.
Poi succede qualcosa di molto brutto.
Un terribile lutto familiare colpisce la famiglia di Snyder e il regista decide di ritirarsi dal progetto: non ha la forza di stare vicino alla sua famiglia e, nel contempo, di lottare per il suo film.
È una cosa del tutto comprensibile.
Meno comprensibile è che Whedon accetti di completare il film secondo le indicazioni della Warner che, sfruttandone la nefasta occasione, vuole liberarsi dell’eredità di Snyder e stravolgere tutto il progetto. Il copione viene ulteriormente riscritto, il montaggio ripensato da zero, molte scene vengono girate ex-novo (non più del cinquanta per cento di quelle presenti nel film però, per mantenere il credito alla regia a Snyder), si cambia la color correction rendendo tutto più allegro e luminoso e si aggiungono scenette e dialoghi comici.
Whedon prende il lavoro di Snyder e lo smonta pezzo per pezzo, dando vita ad un film del tutto diverso da quello pensato all’inizio. Personaggi chiave perdono la loro centralità (come il Cyborg interpretato da Ray Fisher che, grazie a Whedon, vede andare in fumo le prospettive per la sua carriera), altri ne escono ridicolizzati.

Quando il film esce i critici meno severi (tra cui il sottoscritto), lo definiscono “uno scherzo divertente”, quelli più duri “una porcheria senza eguali”. Il pubblico è diviso: c’è chi lo insulta e chi lo deride. Al botteghino questa volta va male senza alcun appello (sessanta milioni di dollari di perdita netta nel mondo). Il mostro di Frankenstein voluto dalla Warner, e creato da Joss Whedon, fa scontenti tutti e sembra seppellire in maniera definitiva la visione di Snyder per l’universo DC.
Ma non è così.

Justice League Snyder Cut

PARTE TRE

– Amato fan, amato hater –

Come si crea una tempesta perfetta?
Prendete un autore divisivo come Zack Snyder, mescolate la sua fandom (molto ampia visto che è un regista che, piaccia o non piaccia, ha incassato centinaia di milioni di dollari con molti film di successo) al fandom DC, ferocemente scontento di come sta andando la “guerra” contro gli acerrimi “nemici” della Marvel. Poi prendete questa materia già magmatica e calatela nel contesto polarizzante dei social, aizzando la fiamma dando la colpa ai “poteri forti” (leggasi, la Warner): “Se il film della JL è venuto malissimo non è colpa di Snyder o dei personaggi del meraviglioso universo DC. Nella sua versione originale, la pellicola era perfetta e migliore di qualsiasi cosa fatta dalla Marvel ma il sistema non ha voluto farcela vedere!!!”. Aggiungeteci una delirante teoria del complotto (“Whedon è un agente dormiente della Marvel, infiltrato in Warner per distruggerla da dentro”) e come ciliegina sulla torta, spolverate il tutto con un bello scandalo a base di abusi sul posto di lavoro, con retrogusto di Black Lives Matter e Me Too. Il risultato è che il #ReleasetheSnyderCut, un movimento spontaneo nato dal basso (ma con il pieno sostegno di Snyder e di parte del cast) e che sembrava destinato a diventare solo uno dei tanti meme-tormentone che popolano la rete, cresce e si trasforma in una forza con cui la Warner deve confrontarsi, sia per l’ovvia opportunità commerciale, sia perché alcune sfumature di tutto il baraccone stanno diventando potenzialmente tossiche perché la milizia di fan riunitisi attorno a Snyder non solo fa “politica attiva” sui social, ma organizza eventi dal vivo, stampa magliette, sabota conferenze e, in qualche caso, arriva a minacciare. È un fenomeno nuovo e inedito, che sta impattando su tutto il mondo cinematografico e televisivo e che, proprio con la Justice League, sembra trovare la situazione perfetta per arrivare a un risultato concreto. E se le cose non fossero già abbastanza complicate, nella questione si innestano anche i guai della piattaforma streaming HBO Max (che dopo un lancio deludente è alla disperata ricerca di un qualche contenuto esclusivo capace di attirare milioni di nuovi abbonati) e il problema dei set chiusi, derivato dalla pandemia mondiale.
La Warner si ritrova quindi per le mani un’opera incandescente, sostenuta da una base di fan molto combattiva, perfetta per essere distribuita sulla sua piattaforma e in grado di tappare il buco di produzioni a cui sta andando incontro. E così cede alle pressioni e dà il via libera alla Zack Snyder’s Justice League, stanziando settanta milioni di dollari per completarla in funzione della visione del regista.

Justice League

PARTE QUATTRO

– Cambio film –

Sarà un film di quattro ore. No, sarà una miniserie televisiva in sei puntate. No, sarà sempre una miniserie ma in quattro puntante. No, scusate, sarà divisa in due. Scusate ancora, uscirà in un’unica soluzione, come un film di quattro ore, ma sarà in formato IMAX, che sul televisore di casa sarà come guardarlo in 4:3!

Sembra strano ma non ho inventato niente nel riportare il susseguirsi delle varie dichiarazioni fatte nel corso dell’ultimo anno dalla Warner, dalla HBO e da Snyder stesso. Uno dei tanti segni evidenti che questa Zack Snyder’s Justice League non è mai stata nella mente di nessuno “la versione originale del film”, quella immaginata da Snyder prima che Whedon mettesse le mani prima sullo script e poi sul girato, come spesso raccontato (con una certa dose di malafede da parte degli interessati) ma una versione nuova, figlia degli anni intercorsi, delle situazioni contingenti, del materiale a disposizione, delle sequenze girate ex-novo e, diciamocelo, anche di un certo senso di rivalsa da parte di Zack. La risultante di questa operazione stratificata che partiva da una visione precisa poi manomessa e alterata e, successivamente, “restaurata” e manipolata ulteriormente, è un’opera di lunghezza spropositata per quello che racconta, che cerca di tenere assieme i pezzi derivati dalle necessità e istanze più disparate, spesso in conflitto tra loro. Le parti, spesso non coerenti tra loro (a cominciare dal personaggio di Flash che, nella Snyder’s Cut sembra un pezzo avanzato da un film Marvel venuto male), spesso ridondanti, spesso realizzate in momenti diversi e con mezzi diversi, sono tenute assieme da una visione fortissima e univoca di un regista che non solo cerca di rendere giustizia a quello che voleva fare all’inizio ma che prova anche a rilanciare, gettando un beffardo guanto di sfida alla major che lo ha messo all’angolo.
In poche parole, che il film piaccia o meno, che sia riuscito o meno, non può essere semplicemente liquidato come la banale director’s cut di un regista a cui viene data finalmente l’opportunità di montare il film secondo la sua volontà, ma va piuttosto inteso come un’opera del tutto originale, nuova e pienamente autoriale.

PARTE CINQUE

– Tutti i rallenty di Zack Snyder –

Sapete che la parola “rallenty” non esiste? Termina per y, quindi non è italiana. In francese di dice “en ralenti”, ovvero, “al rallentatore”, e in inglese il termine che si usa è “slow motion”. Eppure, se cercherete su Google, troverete oltre 180.000 risultati che la riportano, tra cui numerosi titoli e articoli di grandi quotidiani e almeno il titolo di una trasmissione televisiva. È uno sbaglio ma è uno sbaglio che è piaciuto, è diventato popolare e funziona. Un poco come il linguaggio cinematografico di Zack Snyder, che, se analizzato nelle sue parti, è tutto sbagliato, ma lui non lo sa e funziona lo stesso. E questo vale ancora di più per la Zack Snyder’s Justice League, un film che, se fosse montato con un minimo di criterio, durerebbe un’abbondante ora di meno (e sarebbe più formalmente corretto in tutte le sue parti), che se fosse stato scritto con un minimo di ragione non incapperebbe in un momento insensato ogni venti minuti, che se avesse un minimo di gusto non affastellerebbe effetti di post-produzione su effetti di post-produzione, solo per rendere l’immagine ancora più follemente satura. Eppure, nonostante tutto o forse grazie a tutto questo, la ZSJL (scusate, mi sono stancato di riscriverlo ogni volta per intero) è una pellicola unica e, probabilmente, irripetibile. Un’opera priva di alcun compromesso in cui un regista, libero dalle imposizioni produttive, forte di una intoccabilità data da un fandom a dir poco agguerrito (e forse di una battaglia legale di cui non sapremo mai davvero nulla), animato dalla volontà di rifarsi e di dare al pubblico esattamente quello che il pubblico vuole (e anche più di quello che vuole), costruisce un leviatano cinematografico semplicemente più grande della vita stessa, un feroce Moloch capace di sgretolare ogni obiezione o perplessità, sferrando un colpo al rallentatore dopo l’altro, dopo l’altro, dopo l’altro. Accumulando momenti, effetti, assurdità, senza soluzione di continuità. E quando lo spettacolo sembra finito, il mostro è ancora in piedi, fresco, e continua a sferrare colpi, fino a sfinire lo spettatore e portarlo in uno stato quasi ipnotico di accettazione.
In poche parole, guardare la ZSJL è come andare a una festa, bere un cocktail corretto al Roipnol, essere rapiti e imprigionati in uno scantinato dove Rocky vi userà come sacco da allenamento. Per dieci anni. E scoprire, dopo qualche tempo, che quell’esperienza comincia a piacervi.
In poche parole, la Zack Snyder’s Justice League è come la Sindrome di Stoccolma, ma più divertente…

Steppenwolf

PARTE SEI

– Qualcosa di oscurissimo –

…e, per larghi tratti, questa follia di Snyder è anche bella a vedersi.
Certo, i colori desaturati la fanno da padrone e Zack ha dipinto di nero ogni cosa che poteva, compreso il costume di Superman (che in questa versione non ha più i baffi tolti in digitale), alcune soluzioni di post-produzione delle scene aggiuntive sono agghiaccianti e gli occhi da cerbiatto di Steppenwolf continuano a farmi ridere (ma il nuovo aspetto, nel complesso, non è male), ma in senso generale, la ZSJL riesce a ricreare quell’epica e quel dramma che sono propri dell’universo DC, e ha donato maestosità e potenza a quasi tutti i personaggi che ha portato in scena (dico “quasi” perché Flash era insalvabile). In sostanza, forse non il miglior film dedicato a Batman, Superman e compagnia, ma quello che ci meritavamo sin dall’inizio.


EPILOGO


E ora, quale sarà il futuro di questa opera?
Da una parte, Snyder, ha già annunciato che a breve verrà lanciata anche la versione in bianco e nero, segno che deve avere davvero delle leve molti forti per poter fare quello che gli pare e piace con questo film.
Dall’altra parte, in fase di lancio la Warner ha definito la pellicola come “un vicolo cieco a cui non verrà dato seguito” e, pochi giorni dopo la sua uscita, Ann Sarnoff (la responsabile del futuro dell’universo cinematografico DC) ha ribadito di essere lieta che la ZSJL esista e che stia avendo successo, ma che questo non cambierà i piani della Warner per il futuro dei suoi personaggi e che questo futuro non comprende Zack Snyder.
Intanto, il movimento #ReleasetheSnyderCut, dopo lo straordinario successo ottenuto, ha alzato il tiro e si è dato un nuovo nome, #RestoreTheSnyderVerse, prefiggendosi lo scopo di costringere la Warner a tornare indietro sui suoi passi e a dare seguito al progetto originale.
Quello che è certo è che al di là dei meriti della pellicola (che, nonostante tutto, ci sono eccome), Zack Snyder ha ottenuto un risultato storico per il mondo del cinema, dimostrando che un regista molto determinato, con l’aiuto e il sostegno di una forte base di appassionati, può vincere contro le major.
Non è poco. E non era mai riuscito a nessuno, prima.

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Vi ricordiamo che mercoledì 24 marzo parleremo di Zack Snyder’s Justice League su Clubhouse. L’appuntamento è per le 18:15, ecco IL LINK della Room.


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