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Dead Pigs, il brillante esordio di Cathy Yan | Recensione

Dead Pigs, il brillante esordio di Cathy Yan | Recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

Tra le opere meno note di Philip K. Dick c’è indubbiamente il suo romanzo d’esordio, Gather Yourself Together, adattato in italiano da Fanucci col titolo Il paradiso maoista. Racconta la storia di tre americani che, nella Cina post-rivoluzionaria del 1949, hanno l’incarico di consegnare un’azienda americana al governo cinese. Al contrario dei suoi libri più celebri, Gather Yourself Together non è una storia di fantascienza, eppure Dick manifesta anche qui le sue capacità profetiche: nel sopracitato passaggio di testimone, lo scrittore individua l’avvicendamento tra Stati Uniti e Cina che caratterizza gli equilibri geopolitici dei nostri tempi, e per esteso anche quello tra Occidente e Oriente, peso economico compreso. Un lento declino del primo e una progressiva ascesa del secondo, che stravolge i rapporti di potere e ribalta i vecchi complessi di superiorità o inferiorità.

Ebbene, il medesimo passaggio storico è ravvisabile in Dead Pigs, il primo lungometraggio di Cathy Yan, appena uscito anche in Italia su MUBI. La regista sino-americana è balzata agli onori delle cronache con il suo secondo film, Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn, ma Dead Pigs è un’opera più intima e sfaccettata, che affonda le radici nella sua identità culturale. Nata in Cina ma cresciuta tra gli Stati Uniti e Hong Kong, Yan si è laureata alla New York University e ha lavorato come reporter sia al Los Angeles Times sia presso il Wall Street Journal, allenando quell’acuto sguardo sul mondo che si riversa nel film. Non a caso, l’idea per Dead Pigs nasce da un fatto realmente accaduto: il rinvenimento di sedicimila maiali morti nel fiume Huangpu, a Shanghai, nel marzo del 2013. Furono gettati nel fiume da alcuni allevatori della zona che non potevano permettersi di seppellirli o cremarli.

Il modo in cui un evento del genere si traduce in narrazione cinematografica ricorda per certi aspetti la celebre pioggia di rane in Magnolia di Paul Thomas Anderson. Cathy Yan allestisce infatti un’opera corale, memore anche dei capolavori di Robert Altman, dove una rete di personaggi si muove nello stesso contesto geografico – ma non necessariamente sociale – ed è collegata da svariati gradi di separazione. La morìa di suini è solo un rumore di sfondo per alcuni di loro, mentre altri la vivono in prima persona. Tra questi ultimi c’è Old Wang (Haoyu Yang), contadino incapace di fare buoni affari, che deve molti soldi a uno strozzino. Sua sorella Candy (la meravigliosa Vivian Wu de I racconti del cuscino) è molto diversa da lui: se Old Wang è un sognatore inaffidabile, che si perde dietro le illusioni di un visore VR, Candy è invece un’imprenditrice pragmatica e nostalgica, proprietaria di un salone di bellezza il cui motto è “Non esistono donne brutte, solo donne pigre”. È legata a un passato che non ha nemmeno vissuto (sul suo schermo scorrono le immagini de La signora del venerdì di Howard Hawks), e si oppone alle offerte di uno speculatore edilizio, il Golden Happiness Group, che vuole radere al suolo la sua casa per costruire una nuova residenza di lusso.

L’Occidente fa capolino con la discrezione di Sean Landry (David Rysdahl), architetto americano che ha progettato il suddetto complesso. Ha fallito in patria, ma la Cina gli offre una seconda possibilità e lo rende il volto dell’azienda. Al suo personaggio è affidata la sconfitta occidentale, ma anche il ribaltamento nei rapporti di forza: esemplare la scena in cui Sean e altri modelli bianchi sfilano per un pubblico di cinesi festanti, come fenomeni da baraccone in un freak show. Un ribaltamento che si riflette anche nei rapporti di genere, quando l’architetto viene ingaggiato da Angie (Zazie Beetz) per la suddetta sfilata. Se un tempo l’Oriente vedeva l’Occidente come un punto di riferimento, ora ne ha assorbito i paradigmi economici e l’ha superato in termini di crescita, fino al punto in cui europei e americani sono visti come curiosità da esporre e osservare. Cathy Yan inquadra tale passaggio storico con la sensibilità di chi è cresciuta fra due mondi, e ha vissuto quel conflitto fra tradizione e innovazione che attraversa non solo il dialogo tra Oriente e Occidente, ma anche le strategie socio-economiche della Cina contemporanea.

L’ironia che punteggia queste vicende è una naturale conseguenza dello scontro fra culture, i cui effetti sono inevitabilmente grotteschi. Impossibile non sorridere di fronte al progetto per il complesso residenziale con la riproduzione della Sagrada Familia, alle ballerine cinesi in abiti spagnoli e alle lezioni di empowerment che Candy elargisce alle sue impiegate: l’Oriente non si limita ad assimilare i modelli occidentali, ma li adatta alle proprie esigenze e crea un pastiche surreale, molto affascinante nella sua commistione di pragmatismo e cattivo gusto. Non così diverso, per intenderci, dalle imitazioni della cultura orientale che vediamo spesso in Europa e negli Stati Uniti, svuotate del loro significato per il semplice intrattenimento dei fruitori.

È interessante il fatto che la sceneggiatura cambi registro quando affronta le vicende dei personaggi più giovani, ovvero Wang Zhen (Mason Lee) e Xia Xia (Meng Li). Lui, un cameriere, è il figlio di Old Wang, mentre lei è una ragazza benestante con cui coltiva un’amicizia. Cathy Yan opta per il melodramma, più consono a una classica storia di disparità sociale che rievoca il cinema di Jia Zhangke, qui in veste di produttore esecutivo. Anche il conflitto fra tradizione e modernità riecheggia i film del regista cinese, ma la commistione di toni è frutto di una visione ben diversa. Nel parossismo della casa di Candy (unico edificio in un deserto suburbano) e nell’attrazione di Old Wang per i mondi impalpabili della realtà virtuale, Yan coagula tutto lo smarrimento di un popolo sulla soglia fra passato e presente, travolto da una realtà in fulminea evoluzione che non aspetta nessuno; tantomeno una signora eccentrica che alleva piccioni e guarda vecchi film alla televisione.

È proprio nell’alternanza dei registri e nella coralità del racconto che Dead Pigs individua la chiave giusta per narrare la contemporaneità. Un mondo sempre più iperconnesso, preoccupato di rielaborare il passato in un futuro incerto, dove il disincanto e l’ironia sono il filtro sempre più usato per leggere gli eventi. La salvezza, pare dirci Cathy Yan con la canzone finale, è nella memoria condivisa: un punto di ancoraggio concreto nel tempo che corre veloce, per solidarizzare e sentirsi ancora umani.

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