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WandaVision arriva su Disney+, la recensione di Roberto Recchioni

WandaVision arriva su Disney+, la recensione di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

WandaVision è la nuova serie televisiva prodotta dai Marvel Studios, strettamente connessa con l’universo cinematografico della Casa delle Idee e disponibile su Disney+.
L’ideatrice è Jac Schaeffer, la sceneggiatrice di Captain Marvel e Black Widow (e altri film non-Marvel, tra cui The Hustle) e la storia si ambienta dopo la conclusione di Avengers: Endgame (e quindi, anche dopo Spiderman: Far From Home, cosa che la pone come punta più avanzata del MCU, il Marvel Cinematic Universe). I due protagonisti sono Wanda Maximoff (AKA: Scarlet Witch), una mutante e figlia di Magneto (questo nei fumetti, al cinema la cosa è più complessa a causa di una guerra dei diritti sul personaggio tra Marvel e Fox) e il suo sposo, l’androide Visione, creato nell’universo cinematografico da Tony Stark e Bruce Banner con lo scopo di opporsi a Ultron e, infine, uccido da Thanos in Infinity War (il suo ritorno in vita è uno dei misteri della serie).
Chi vi scrive ha potuto vedere i primi tre episodi della serie e su questa base ve ne parlerà.

Dunque, è complicato.
Partiamo prima di tutto dal contesto: WandaVision si trova in una posizione che non era prevista, quella cioè di prodotto di punta di una piattaforma di streaming online diventata di fondamentale importanza strategica per la Disney e di scintilla da cui far ripartire le vicende del MCU, dopo una pausa più lunga di quanto si era programmato.
La ragione è presto detta e facilmente intuibile: la pandemia mondiale ha cambiato tutto, compresi i piani delle grandi major. Così, con Black Widow ancora a prendere polvere lontana dagli schermi dei cinema di tutto il mondo, e con la necessità di rendere Disney+ il centro nevralgico dei piani di sviluppo della multinazionale di Burbank, WandaVision si è ritrovata nella posizione di dover andare a ricoprire un ruolo per cui non era stata pensata e per cui, temo, non è tagliata.
Non perché sia brutta, sia chiaro.
Anzi, sgomberiamo immediatamente le incertezze e diciamolo a chiare lettere: la serie di Jac Schaeffer è, senza ombra di dubbio, il prodotto-opera più raffinato che i Marvel Studios abbiano mai prodotto. Ma, proprio per questo, è anche il più sfidante per un pubblico abituato a tutta una generazione di film infinitamente più semplici e rassicuranti.

Di fondo, la serie prende pesantemente spunto dall’arco narrativo che lo scrittore Tom King (assieme al disegnatore Gabriel Hernandez Walta) ha dedicato al personaggio di Visione, in cui il sintezoide vive una tranquilla vita di famiglia in un classico sobborgo americano, mescolandola con le vicende raccontate nel maxi-crossover fumettistico House of M, uno di quei giganteschi eventi che la Marvel fumettistica (e anche cinematografica) propone di tanto in tanto, riunendo tutti i suoi personaggi in una sola grande storia. Raccontarvi di cosa parla House of M significherebbe, probabilmente, rivelarvi degli importanti elementi narrativi della nuova serie televisiva, quindi non lo farò… ma se l’avete letta, la corrispondenza vi balzerà agli occhi immediatamente.
Ora, già così le cose non sarebbero semplicissime per il fruitore “casual” di contenuti Marvel, perché il lavoro di King è la vetta delle produzioni cerebrali e intellettuali della Marvel degli ultimi anni e House of M è un imponente affresco supereroistico che richiede una conoscenza profonda dell’universo narrativo. A questo aggiungiamoci che la Schaeffer ha avuto l’intuizione (geniale) di iniziare a raccontare tutta la vicenda come se si trattasse di una serie di episodi apocrifi di Vita da Strega (Bewitched), serie di culto mondiale andata in onda dal 1964 al 1972 (inizialmente in bianco e nero e poi a colori), rispettandone tutti i crismi, dall’impostazione narrativa e registica alle risate fuori campo. E aggiungo, degli ottimi episodi apocrifi di Vita da Strega che, anche se non fossero chiaramente l’anticamera di qualcos’altro di molto più drammatico, inquietante e oscuro, sarebbero comunque delle piccole gemme della commedia.

WandaVision

E allora dov’è il problema? Il problema è che questo gioco alla Truman Show non è una piccola porzione di qualcosa, ma rappresenta il corpo dei tre episodi fino a questo momento mostrati. Sì, certo, a poco a poco gli elementi della “realtà” del Marvel Universe iniziano a fare breccia nella Pleasantville dove Wanda si è rifugiata, ma la sfida alla pazienza e all’attenzione dello spettatore è piuttosto alta.

L’impressione è che WandaVision avrebbe dovuto ricoprire un ruolo di produzione d’élite nel contesto del MCU, un prodotto più complesso e raffinato del solito, rivolto ad un pubblico un poco più maturo (magari capace di capire la sofisticatezza e l’accuratezza del rimando a Bewitched) e attento, e che invece si è ritrovato schierato in prima linea, per pura necessità.
Il rischio (se sussiste perché, magari, sto sottovalutando il pubblico e preoccupandomi troppo) è che la serie non venga capita e sarebbe un vero peccato, perché sembra straordinaria in tutto, nella scrittura, nelle regie, nella messa in scena, nei costumi e nelle interpretazioni, con una Elizabeth Olsen e un Paul Bettany mai così felici di poter dare nuovo corpo e nuove sfumature ai loro personaggi.
Guardatela. E guardatela con attenzione, vi prego.

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