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Outside the Wire: la recensione dell’action Netflix con Anthony Mackie

Outside the Wire: la recensione dell’action Netflix con Anthony Mackie

Di Marco Triolo

I più critici affermano che i film Netflix sono gusci vuoti, compitini confezionati con sufficiente professionalità da intrattenere per un paio d’ore, ma che non lasciano nulla dopo la visione. È un punto di vista un po’ estremo – dopotutto negli ultimi anni abbiamo visto The Irishman e Roma, per dirne due – che non tiene conto del fatto che molti di questi film sono produzioni esterne che vengono acquistate da Netflix a cose fatte. La compagnia si sta trasformando sempre di più in uno studio che sviluppa i progetti dalle prime fasi, ma quando lo fa ci spende i soldi (Red Notice, The Gray Man, per dirne altri due).

Detto questo, è innegabile che esista un “tipo” di film Netflix che la compagnia di Reed Hastings ama acquistare. Perché evidentemente il malvagio algoritmo che alberga nelle segrete del suo quartier generale a Los Gatos, California, e che tiene sotto scacco Hastings e Ted Sarandos con degli impianti mentali, ha deciso che sono giusti per una bella fetta di pubblico. Quella fetta che scrolla in eterno incapace di scegliere un film e alla fine punta alla cosa più generica di tutte, al comune denominatore. Questo comune denominatore è tendenzialmente un film distopico/post-apocalittico con alla base un high concept facile facile, un paio di scene d’azione con fotografia desaturata girate in Europa dell’Est e almeno una star abbastanza riconoscibile da farti dire: “Beh, se c’è lui, brutto non può essere…”.

La trama di Outside the Wire

La star in questione, anche produttore, è Anthony Mackie. Il Falcon del Marvel Universe ha sviluppato un rapporto di lavoro prolifico con Netflix. È apparso in Point Blank, Io, nella seconda (e ultima) stagione di Altered Carbon e presto lo vedremo anche in La donna alla finestra (che, va detto, non fosse stato per la pandemia sarebbe uscito in sala).

In Outside the Wire interpreta Leo, un capitano dell’esercito incaricato di lavorare con Harp (Damson Idris), pilota di droni che ha causato la morte di due soldati per aver disubbidito a un ordine, ed è stato spedito per punizione in una zona demilitarizzata al confine con l’Ucraina, dove l’esercito americano sta dando una mano a contenere una situazione potenzialmente esplosiva. Dei ribelli stanno lottando contro forze comandate dal generale Victor Koval (Pilou Asbæk), che vorrebbe annettere l’Ucraina alla Russia. Siamo nel 2036 e gli USA si servono di robot, soprannominati “Gumps”, per controllare la situazione.

E poi c’è Leo. Leo è praticamente un replicante di Blade Runner, un essere umano artificiale programmato per essere il soldato perfetto. Compassionevole quando serve, spietato e senza esitazioni quando il conflitto lo richiede. Insieme a lui, Harp parte per una missione oltre le linee nemiche per stanare Koval e impedirgli di portare a termine un piano apocalittico.

Messa così, la trama è sì generica, ma non priva di potenzialità. L’idea migliore del film, di cui non possiamo discutere in dettaglio per ovvie ragioni, è lavorare proprio intorno a Leo, a quello che un’intelligenza artificiale può e non può fare. La sceneggiatura, di Rob Yescombe e Rowan Athale, tenta di costruire una mitologia ed essere almeno un po’ imprevedibile. Non ci riesce più di tanto, o per lo meno dove poi va a parare è comunque un terreno poco interessante, ma almeno ci prova.

La formula Netflix

Il guaio è che visivamente Outside the Wire è veramente piatto. In cabina di regia c’è Mikael Håfström, uno che ha fatto di tutto, dall’horror (1408, Il rito) all’action (Escape Plan), senza mai brillare troppo. Specificamente nella seconda categoria, l’action. Håfström pare uno “prestato” al genere: è quel tipo di regista per cui girare un action vuol dire sostanzialmente costruirlo al montaggio. Le scene d’azione non si distinguono mai dalla massa e contano più sugli effetti visivi che sulle coreografie o la direzione. Tutto è professionale, ci mancherebbe. Tutto è costruito e confezionato per sembrare cool, moderno, “giovane”. Ma, a conti fatti, Outside the Wire sembra un film direct to video con effetti di livello un po’ più alto, una via di mezzo tra prodotto per la sala e l’home video. La via di mezzo Netflix.

Molto più interessante se lo si legge come commento del ruolo di Anthony Mackie nell’immaginario collettivo. Il suo personaggio è un super-soldato, viene chiamato “Cap” e, a un certo punto, fa anche una battuta sul perché l’esercito non abbia scelto di dargli l’aspetto di un uomo biondo e con gli occhi azzurri, il perfetto americano. Leo parla di “sleeve” (riferimento ad Altered Carbon?) e viene definito “this marvel of american techology”. Probabile che sia tutto un caso, che il livello meta-cinematografico non sia voluto. Ma è più bello pensare che lo sia.

Guarda anche

Il trailer di Outside the Wire
Le prime scene di Don’t Look Up, Army of the Dead, Red Notice e altri film nella preview di Netflix

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